Due modi di fare le coffee stout

La declinazione del concetto di caffè, o meglio la declinazione del modo con il quale si “usa” il caffè nel confezionamento di una imperial stout alla quale si vuol conferire questa ulteriore sfaccettatura. Ho cercato di interpretarla e riconoscerla mettendo a confronto due birre che  due produttori (diversi e lontani, anche geograficamente, fra di loro) infilano in questa tipologia birraria.

Ciascuno dei due usa un mix particolare di miscele di caffè: De Molen li “denuncia” i suoi, mettendo per scritto che per la sua Mout & Mocca usa  chicchi di caffè della tipologia Cuba Dark, Timor, Kenia e Wild Mocca. Flying Dog, invece, per la sua Kujo dice di usare un mix di miscele di caffè che la torrefazione Black Dog Coffe di Summit Point fornisce loro. Il risultato finale non è lo stesso, ovviamente, perchè diversa è la caratterizzazione che ciascuno dei  Flying-Dog-Kujo1due birrari ha voluto ed è riuscito a dare alla propria “creatura”: molto più morbida e cremosa la birra di Bodegraven, più “arrabbiata”, tosta e “liquida” l’americana, che fa abbastanza onore al nome che le è stato imposto. Le hanno cambiato solo una consonante (forse per un problema legato ai diritti d’autore), ma l’effetto voluto è quello trasferito, per immagini, sulla label (molto aggressiva). Per la Kujo di Flying Dog il  punto di riferimento è il romanzo di Stephen King del 1981, Cujo (ispirandosi al quale  Lewis Teague ci ha poi girato l’altrettanto famoso film nel 1983), nel quale l’autore americano descrive l’insorgere della rabbia in un cane, l’imponente san bernardo chiamato Cujo, facendolo, a volte, da un punto di vista vicino al cane stesso. E’ la narrazione di una trasformazione, quella del cane che da naturalmente buono diventa progressivamente, a causa della malattia che lo porta a vedere come nemici tutti coloro che gli si avvicinano,  terribilmente aggressivo. La Kujo, quindi, nelle intenzioni dei birrai americani, vorrebbe essere questo: una birra aggressiva, che ti morde (e anche ti spaventa un po’ …), quasi minacciosa. Lo fa in parte, riuscendo ad essere sfacciata solo per un po’, senza spingere troppo sull’accelleratore della provocazione produttiva: c’è caffe, tosto e tostato, ma non c’è troppa caffeina, la componente acquosa dellade molen mout & mocca birra la diluisce relativamente, rendendola non troppo pronunciata. Opaca nel colore (un nero che più nero che si può), marroncina nella schiuma (non troppo abbondante e poco cremosa), abbastanza granulosa all’aroma (polvere di caffè, più cacao che cioccolata, liquirizia alla fine), anche in bocca è meno selvaggia di quello che sembra (o che vorrebbe essere), con una componente alcolica calda e e ben mascherata ed un finale liquidamente caffettoso. “Godetevi il vostro nuovo animale domestico!” , fa sapere Ralph Steadman tramite la sua “solita”, “unica” label, disegnata come sampre da par suo: ed è vero, non è così selvaggia da non poter essere “addomesticata”. Cambia l’abv  (8,9% per l’americana, 9,5% per l’olandese), cambia quasi sicuramente il mix delle miscele di caffè usato, cambia anche il nome (ovviamente) che, anche in questo caso, è rivelatore del progetto che sta dietro alla birra. Mout & Mocca, ovverosia Malto & Moka (suppergiù). Nome omen quello dell’ennesima (ma non inutile) imperial qualcosa di Bodegraven, la cui rotondità e morbidità maltata è felicemente screziata, senza risultarne alterata nella sostanza, dall’uso calmo e temperato di caffè di gran classe. Ci senti del caffè nobile, che si allarga nella birra  nella sua sfaccettatura cremosa senza allagarla; riesce a non strafare, rimane negli argini senza tracimare, regala sostanza, dispensa carettere, ma non eccede. Perchè è il malto che le da la struttura vera, perchè l’effetto cercato è quello della morbidezza, resa tosta dal caffè, ma non bruciata (come tanti, troppi caffè). Elegante la carbonazione, mai troppa, apprezzabile la classica sfumatura (per questo tipo di birre) di cioccolata amara, classicamente presente una doverosa punta di acidità. E’ una di quelle birre, per me, nei confronti delle quali nutro sempre una sorta di resistenza a prescindere nell’acquistarle o nell’assaggiarle, perchè, a pelle, mi sembrano troppe e che poi, nel berle, finiscono invece per convincermi appieno. A patto che siano, come questa, ennesima birra di De Molen, perfette (o quasi).

 

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