La fanno in pochi …

… anche in Belgio, “patria” di questa tipologia birraria. Una tafelbier (o bier de table) è birra non proprio diffusissima: trovarla jesterking_logosugli scaffali dei supermercati belgi può non essere operazione semplicissima, trovare qualcuno che la brassi ancora, al di fuori dei Paesi Bassi, è pescare il classico ago nel pagliaio. Non sembri “strano” trovarne una (eccellente) dalle parti della Texas Hill County, casa, o meglio, farm-house della Jester King Brewery,  birrificio americano dell’ultima generazione, che di birre “normali” ne fa poche. Con la loro Le Petit Prince Farmhouse Table Beer (già “incrociata” a settembre in quel di Bodegraven) i birrai americani hanno voluto omaggiare la tradizione delle biere de table, quelle birre low alcol (fra l’1% e il 2,5% di abv, solitamente), dal corpo quasi inesistente (i gradi plato sono tra 1 e 4) che non mancavano mai sulle tavole da pranzo delle famiglie belghe.

Erano le birre che i genitori bevevano assieme ai propri figli, in quel corretto percorso di inprinting alcolico  mediante il quale i giovani imparavano a bere in maniera più “responsabile”, in un processo mediato e regolato dalla cultura, all’interno del quale l’alcol era parte integrante delle usanze del tessuto familiare. Erano birre quasi sempre a bassa fermentazione, la cui bassa Saison-Biere-De-Table-Labels-Brouwerij-De-Beerst_48916-1alcolicità era ottenuta a volte aggiungendo semplicemente acqua ad una birra originariamente più alcolica, a volte invece volutamente ottenuta nel contesto del processo produttivo. Le più conosciute erano quelle più scure, i birrifici che le continuano a brassare sono Strubbe, Verhaeghe, Roman, Huyghe, Jupiler (che brassa la Piedbouf, la biere de table oggi più diffusa in Belgio), ma la fetta di mercato che “coprono” si sta assottigliando sempre di più. Le “rivali” più pericolose di queste birre sono le bevande gassate più alla moda oggi, quelle analcoliche e più ricche di zuccheri, che hanno soppiantato quasi del tutto in Belgio (e altrove) la tradizione di queste birre leggere da tutto pasto, la cui quasi totale scomparsa viene messa in correlazione dai medici con l’aumento del numero di persone affaette da malattie legate ad un eccessivo tasso di zuccheri  nel sangue (zuccheri dei quali sono ricchissime le bevande gassate più a la page).

Tornando a bomba alla birra americana con radici così particolari radice, affondate nella cultura brassicola belga, La Petit Prince è una birra di soli 2,9% vol. alc., una “chiara, semplice, delicata espressione del delizioso gioco fra luppoli nobili  e lieviti di fattoria“, (così la raccontano loro). I malti impiegati sono sei (pils, two row, pale, caramunich, acid, wheat), i luppoli sono due Jester-King-Petit-Prince(Saaz ed East Kent Goldings), i leviti sono quelli selvatici che costituiscono il marchio di fabbrica di tutte (o quasi) le birre di Jester King, l’acqua è, in parte, quella piovana che i birrai americani recuperano ed utilizzano con attenzione. Il risultato finale di questo sforzo produttivo è una birra che sulle prime ti spiazza un po’, ma che poi, continuando a berla, ti convince pienamente. E’ leggera, ma non priva nè di sostanza nè di personalità: ha la caratterizzazione acidognola di molte altre loro birre, data dai lieviti usati e dai malti, che ne rafforzano, esaltandola, anche la caratteristica fondamentale (per questo tipo di birra) della drinkabilità. Molto frumento, una frizzantezza delicata e coerente con il carattere gentile di questa birra, un bel deposito di lievito in fondo al bicchiere che, una volta rimesso in giro dà a questa birra una forte connotazione rustica, da perfetta farmhouse ale. Disseta e invoglia, pizzica quel tanto che deve, lascia uno strascico genuinamente ruvido e ripulente, nel quale i luppoli non si nascondono ma neanche primeggiano, lasciando testa e palato freschi e puliti. Non una biere pour enfants così come la tradizione vorrebbe, ma è birra perfetta per educare al gusto, senza stordire e/o appesantire, chiunque, da neofita, si avvicini per la prima volta aljester king tutte le birre mondo delle birre. Il difetto? E’ cara, come tutte le loro birre.  Che stano diventando tante, soprattutto se si considera la data di nascita del birrificio di Austin: ottobre 2010. Attualmente sono prodotte durante tutto l’anno nel birrificio-fattoria nella Texas Hill County sei diverse birre (fra le quali La Petit Prince): in questi due anni trascorsi dall’apertura il portfolio birrario dei birrai-giullari si è arricchito di altre quindici (!) birre, che loro definiscono ad edizione limitata (?). 21 birre in due anni non sono poche, anzi, possono essere pure troppe: farsi prendere la mano da produzioni volutamente solo one shot, o infilarsi nel turbine delle versioni barrel aged più o meno intortate sono dinamiche che non è obbligatorio intraprendere. Quelli di Jester King fanno le cose e le birre con classe, nessuna delle loro birre da me fin’ora assaggiata si è rivelata banale e/o solo ripetitiva: ci sanno fare e mi piacerebbe che continuassero a farlo bene il proprio lavoro, senza sentire il bisogno di alcun tipo di foga produttiva. Li teniamo d’occhio comunque, perchè è birrificio davvero particolare e non si deve sciupare, con le migliori labels birrarie che abbia visto in questi ultimi tempi, che sfornano, come le loro birre, a  getto continuo e (graficamente) al solito eccelso livello. Intanto loro hanno festeggiato lo scorso 26 gennaio il loro Jester King Second Anniversary Party & Market: diciotto delle loro birre alla spina e/o in bottiglia, cibo e divertimento, annunciato da un’altra splendida locandina:

Jester-King-2nd-Anniversary

 

 

 

Lascia un commento