Reale 7° Anniversario nelle due versioni

Nel contesto del principio metodologico conosciuto come Rasoio di Occam, enunciato dal frate francescano Guglielmo di Occam nel XIV secolo, si leggono, fra le altre, due espressioni che in questo caso mi tornano proprio utili … La prima è quella secondo la quale Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem (Non moltiplicare gli elementi più del necessario), la seconda invece recita che Pluralitas non est ponenda sine necessitate (Non considerare la pluralità se non è necessario). Entrambe contribuiscono a chiarire il concetto che stava tanto a cuore al frate francescano: non c’è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice.

Non sembri pretenziosa questa citazione, solo apparentemente dotta: è questa, nei fatti, l’idea che si è fatta progressivamente spazio in testa quando ho bevuto la coppia delle Re Ale 7° anniversario, quella “semplice” e quella “invecchiata”. Lo dico con estrema sincerità: ho sempre considerato la Re Ale (che si beveva una volta …) una delle migliori birre artigianali italiane in assoluto. Berla era appagante e defatigante, ti incuriosiva e ti acchiappava, ti circuiva sapendo di farlo, e ti ci lasciavi cadere  ReAleFronte_1305192221dentro con grande soddisfazione. Una birra che dire ruffiana è solo dire una parte della verità: era la birra del NMB (Nuovo Mondo Birrario), oltre ad essere la flagship del birrificio di Borgorose. Negli ultimi anni, tutte le volte che il birrificio stesso ha festeggiato il proprio genetliaco, Leonardo si è inventato una Re Ale nuova, ogni volta diversa (da quella degli anni precedenti e dall’originale). In più, ha lanciato anche il progetto “Se la Reale fosse nata a… “ cercando di immaginarsi, produttivamente parlando, come sarebbe stata la Re Ale se fosse nata da altre parti e non a Borgorose (ha cominciato con la Re Ale in Kilt, complici gli scozzesi di Brewdog). E’ la famosa moltiplicazione degli enti dalla quale sono partito:  la necessità di farla l’ha sentita il birraio, che ha, in questo, le mani assolutamente libere. Da fruitore del prodotto, non avverto il bisogno di considerare (questa) pluralità, necessaria. Mi sembra che le due Re Ale 7° anniversario abbiano complicato un po’ tanto il percorso, nella loro articolata tessitura (quella in kilt non l’ho ancora assaggiata): e proprio per questo hanno avuto l’effetto secondario di farmi (ri)sorgere il personalissimo bisogno di (ri)bere una Re Ale semplice, lineare, essenzialmente fantasiosa così come mi è rimasta impressa nella memoria. Capiterà sicuramente l’occasione, spero vivamente … Per ora mi sono accontentato di queste due variazioni sul tema, entrambe ri-partite dalla Re Ale 6° Anniversario, della quale sono stati lasciati in pace i malti e alla quale sono invece stati cambiati i luppoli, una vera e propria batteria, composta da luppoli provenienti da continenti diversi. Hallertau Saphir (Europa), Amarillo (America), Nelson Sauvin (Oceania) e Sorachi Ace (Asia). Per non lasciare a piedi l’Africa, Leonardo ha usato anche il roiboos (Aspalathus linearis), le cui foglie si usano per preparare una sorta di tè dal tipico colore rossastro; al tutto sono stata aggiunti anche pepe, scorza d’arancia, un mix di cannella e altre spezie proveniente da Zanzibar, zenzero. Il risultato finale è un‘american pale ale dal solito 6,4% abv,reale 7 una parte della quale è stata fatta maturare in tini di legno da 30 hl per sei mesi (è la Re Ale 7° Anniversario Oak Aged). La versione normale è un’ambrata dalla caratterizzazione olfattiva tutta spostata sul versante della dolcezza: tanta polpa di frutta zuccherosa, solo un poco di speziatura, e tanto malto caramelloso. In bocca é un po’ meno appiccicosa, relativamente rotonda, con una carbonazione un pochino troppo accentuata: al malto e al caramello della prima ondata si sostituiscono in progressione un’ amarezza fruttata (resina, pompelmo, bergamotto) e una speziatura decisamente più piccante che all’aroma. Corretto il finale, relativamente lungo, e adeguatamente amaricante. Una bevuta buona, ma non ottima. La versione oak aged è, ovviamente, ancor più complessa, con le note derivate dall’ invecchiamento in botte che contribuiscono a movimentare ancor di più l’orizzone (gustativo). Rimane la caratterizzazione generale della birra già rilevata in precedenza (molto caramello + frutta rossa + frutta tropicale + spezie), alla quale si aggiungono (senza sovrapporsi) aromi e sentori terrosi di tabacco e legno e una puntina di acidità che promette .. qualcosa. Più secco il finale della oak aged rispetto alla normal aged, di una secchezza erbacea relativamente marcata. Una birra da botte? Non ne sono certissimo, anche se, devo dire, non ho avuto la necessaria pazienza per farla stazionare ancora un po’ di più in cantina. Col senno di poi, ce l’avrei dovuta tenere un altro po’: non le poteva fare che bene.

 

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