8 Wired

Non è il nome di una qualche ditta scandinava di cellulari o di qualsiasi altra diavoleria elettronica (anche se qualcosa di “nordico”, vedremo, c’è). 8 Wired è un sinonimo, meglio un modo di dire di quelle parti: Number 8 wire non è altro che un filo di acciaio,

una "classica" matassa di Number 8 wire
una “classica” matassa di Number 8 wire

quello più diffuso e più facilmente reperibile in Nuova Zelanda (la patria del birrificio omonimo), usato principalmente per costruire i reciniti degli ovini, ma che per la sua versatilità è usato per fissare qualsiasi altra cosa, dagli armadi alle auto. Proprio per questo è anche diventato il simbolo/sinonimo della genialità dei kiwi neozelandesi, un popolo che ha da sempre avuto la capacità di risolvere la maggior parte dei problemi confidando quasai eclusivamente nelle pur limitate risorse a loro disposizione. Nome, quindi, non scelto a caso da Søren Eriksen (eccolo in “nordico”!), il danese titolare del progetto-8 Wired. Non ho detto birrificio, ho parlato di progetto produttivo. Perchè Søren Eriksen, essendo che è danese (verrebbe da dire …) non poteva essere altro che un gipsy brewer (eccone un altro!). Søren non possiede un proprio impianto, ma produce le sue (non poche) birre a casa di un altro, e più precisamente sugli impianti della Renaissance Brewery di Marlborough, a 53 km. da “casa” propria (Blenheim). E lo fa, da professionista, da ormai 5 anni. Dopo due o tre anni trascorsi fra impianti più o meno da homebrewer (era già in Nuova Logo 8 Wired2Zelanda, a Perth, nel 2005, Søren assieme alla allora fidanzata Monique, oggi sua moglie, dove cercava di conseguire un master in biochimica), e poi, dopo un decisivo viaggio di “aggiornamento” negli USA, la decisione (era il 2008) di fare il birraio di professione. E di farlo senza tirare fuori dalle tasche chissà quali soldi (che allora, fra l’altro, non aveva): decide da subito di “appoggiarsi”, produttivamente parlando, a impianti altrui, e continua a farlo anche oggi, convinto della bontà di questa scelta (e della validità degli impianti della Renaissance Brewery, la “sua” De Proef). Le cose per ora funzionano, il birrifcio/non birrificio neozelandese è apprezzato non solo all’interno della effervescente scena birraria artigianale della Nuova Zelanda, ed esporta le proprie birre anche qui da noi, nel Vecchio Continente (in Danimarca, guarda caso, le sue birre “spaccano” …), mentre in America ci pensa Shelton Brothers (che ha da sempre l’ “occhio lungo”) a farle girare.

A casa mia è “girata” una delle birre di Søren, la splendida (lo dico subito) Saison Sauvin: una saison dell’altro mondo, con il suo 7% di abv, i suoi 50 IBU e una luppolatura autoctona che ne fa una saison sui generis. Nelson Sauvin e un pinch, com’è scritto sulla label della birra, di Motueka costituiscono il corredo luppolato di questa saison, nella quale è stata materialmente raddoppiata la quantità dei malti usati solitamente per questa tipologia birraria (Søren ha impiegato Pilsner, Aromatic, CaraMunich, Wheat, Crystal). Un lievito francese da saison (il Wyeast 3711) ha completato la batteria di componenti, fornendo il necessario 8 wired 12_saisonsauvin(per Søren) carattere terroso tipicamente belga di queste birre, nate per dissetare ed idratare gli agricoltori belgi e francesi durante il periodo più caldo (ed operoso) dell’anno. Il risultato finale è quello di una birra che stupisce per la sua equilibrata consistenza, per il suo carattere, sbarazzino ma non insolente, per la sua nota aromatica decisamentemente vinosa, per il suo spettro olfattivo che la pone esattamente a metà strada fra un vino bianco fresco e lussureggiante e una birra rustica e piccante. Difficile, penso, dar vita ad un mix così classicamente estroverso; non facile calibrare la dose di questo luppolo così caratterizzante in modo da non farlo tracimare e stravolgere uno stile birrario che ha nella classica aderenza a secolari parametri-base il suo punto di forza. Eppure ce l’ha fatta, il danese-neozelandese, “creando” una birra solidamente dissetante e giovanilmente aperta di mentalità. In una sola cosa si è sbagliato, e precisamente quando dice, di questa Saison Sauvin, che non è birra destinata ad essere bevuta a litri, a differenza del’originale: la bottiglia (da 0,50 cl) è “evaporata” in un batter d’occhio. Ed era l’unica che avevo. Occorrerà porre rimedio, alla svelta.

Buon Pasqua a tutti! Ci risentiamo/rivediamo lunedi 8 Aprile prossimo

 

One Response to “8 Wired”

  1. Patrick Bateman

    Ho bevuto parecchie birre di 8 Wired, ma la Saison Sauvin è quella che mi ha più impressionato. Anche la C4 Double Coffee Brown ale ho apprezzato molto, ma la Saison Sauvin sta una spanna sopra tutte le altre: credo infatti sia L’UNICA Saison non belga mai beuvta che per me dia un *vero* contributo moderno allo stile. L’equilibrio è ammirevole, il carattere del lievito non viene sconvolto, il corpo ha una delicatezza e un’impronta rustica assieme.
    Bevuta due volte, a distanza di molti mesi (non so se fosse lo stesso batch), ma la sensazione è stata esattamente la stessa.

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