Tre birre, tre storie (1)

Tre birre, in questa settimana, con tre storie diverse, di tre diversi birrirfici: un viaggio che parte da lontano (dal 1997) e che attraversa, nel suo incedere, stili e filosofie produttive totalmente diverse. Un bel viaggio, davvero. Almeno per me lo è stato.

Viaggio che parte da Boston, con una birra prodotta per soli tre anni (a partire dal 1994) e che è saltata fuori miracolosamente intatta dalla cantina del mio mentore, Andrea, dopo ben 16 anni di “buio”. Sto parlando della Samuel Adams Triple Bock nella sua edizione 1997 (poi spiegherò perchè), una barley wine storico-monumentale, alla quale i così tanti anni passati in cantina hanno sicuramente cambiato la vita. L’ha brassata Jim Koch (o lui per interposta persona, nella peggiore delle ipotesi),  jim_kochl’anima della The Boston Beer Co., il più importante birrificio artigianale americano per volumi produttivi anche per il 2012 (vd. la classifica stilata recentemente dalla Brewers Association), capace di combattere quasi ad armi pari anche con i big dell’industria birraria americana (MillerCoors, Anheuser-Bush etc.). Birrificio che si fregia del nome (Samuel Adams) di un patriota di Boston, il padre della rivoluzione americana, e che ha un’anima sola, Jim Koch, esponente della sesta generazione della famiglia Koch, birrai per tutte le cinque generazioni precedenti.  A 35 anni, nel 1984, Jim produce (nella cucina di casa sua) la sua prima cotta di Samuel Adams Boston Lager (la birra che lo renderà famoso, e ricco …), utilizzando la stessa ricetta e lo stesso tradizionale processo di fabbricazione del suo bis-bis nonno, nella convinzione che ci fosse posto, nel mercato birrario americano per birre come queste. E’ l’inizio della vita produttiva di Jim (coadiuvato fin dall’inizio da Harry Rubin e Lorenzo Lamadrid) l’inizio di una storia fatta di grandi successi commerciali e di un grande consenso della critica, inizio che prende l’abbrivio, nel 1988, negli edifici semi-abbandonati della Haffenreffer Brewery, posti nella periferia di Boston e che culmina, nel 2008, nell’apertura del nuovo impianto produttivo di Cincinnati, nella Valle del Lehigh, e che ad oggi da lavoro a più di 200 persone. Più di 800 sono invece i dipendenti dell’intero conglomerato di società che ruota attorno al business birrario e che prende il nome di The Boston Beer Company, che ha prodotto più di due milioni di barili di birra sia nel 2011 che nel 2012, facendo di questo gruppo il più importante gruppo birrario di proprietà negli USA.

Un artigiano, Jim Koch, che ha saputo restare tale (nella sua modalità produttiva) anche fra i grandi numeri della produzione (sono più di 31 le birre attualmente prodotte con regolarità dalla sua brewery). Da sempre alla ricerca di modi nuovi di fare la birra e di birre nuove con le quali soddisfare la sempre crescente “voglia” di bere birra ben fatta e alternativa nei confronti della solita birra industriale, Jim ha aperto la strada al movimento della produzione di  birra estrema fin dai primi anni del 1990. Ha prodotto (nel 1993) la prima della serie, la Samuel Adams Triple Bock, alla quale ha fatto seguire la Samuel Adamssam admas triplr Millennium Ale nel 2000, la Samuel Adams Utopia a partire dal 2002 e la Samuel Adams Infinium, commercializzata a partire dal 2010 dopo due anni di lavoro fianco a fianco con i tedeschi della Weihenstephan. Birre che allargano la definizione stessa di birra. Io la prima ho assaggiato, la birra-precursore di tutte: la Triple Bock, nella sua ultima versione. L’hanno prodotta per soli tre anni (1994, 1995 e 1997) e la “mia” era quella del 1997, l’unica che non reca impressa sul retro della bottiglia (azzurra come una volta le aveva anche il Barley) la data di produzione. Luppolata (all’origine) col Tettnang Hallertauer, irrobustita da dosi massicce di malti Two-row Harrington e chocolate, 200 SRM, un abv (18%) che la rendeva la birra più alcolica al mondo in quel momento, 340 kcal per il contenuto della bottiglietta da 0,25 cl. Com’è stato berla a distanza di 16 anni dalla sua produzione? Se fossi un americano risponderei con it is an experience, in italiano mi viene da dire ganza! Nessun imbarbarimento del liquido, nessuna ordinarietà, un ancor ottimo equilibrio gustativo, una enorme complessità. Si versa ed è quasi solida, zero schiuma e un marrone scurissimo. La si annusa e  si scopre  che profuma ancora tanto di uva passa, prugne, melassa, alcol, zucchero di canna, sciroppo d’acero (usato nel brassaggio), vaniglia, legno. La metti in bocca e avverti zero carbonazione,  un corpo viscoso e consistente, grandissima profondità e complessità, un melange fruttato-legnoso, con il caramello, il cioccolato, lo zucchero bruciato e la melassa che ti prendono per mano e tiu accompagnano fino alla fine. Poche screziature fruttate (susina, prugna, ciliegia) e una forte botta alcolica nel finale. Una birra con tanti anni sulle spalle, una birra ancora viva però, non trapassata, più simile (adesso) ad un Cognac o ad un Porto, con un gusto che nulla ha a che vedere con quello delle birre ordinarie. Una birra che viene da lontano fatta da uno che vedeva già lontano. Da subito.

1. continua …

 

2 Responses to “Tre birre, tre storie (1)”

  1. INDASTRIA

    Sei stato fortunanto perché spesso risulta una salsa di soia
    Io ne ho una in cantina ma ho paura ad aprirla.

  2. Tre birre, tre storie (2) | inbirrerya

    […] viaggio birrario, iniziato lo scorso lunedi con il racconto relativo alla bevuta storica della Samuel Adams Triple Bock del 1997. Oggi farò un salto in avanti nella linea temporale, “tuffandomi” in un […]

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