Tre birre, tre storie (2)

Seconda puntata del mio breve e personalissimo viaggio birrario, iniziato lo scorso lunedi con il racconto relativo alla bevuta storica della Samuel Adams Triple Bock del 1997. Oggi farò un salto in avanti nella linea temporale, “tuffandomi” in un approccio produttivo radicalmente diverso. Cambiano i protagonisti e cambia totalmente la tipologia birraria.

Logo 3 Floyds-Big-Logo1Da Jim Koch e dalla storica-solida tradizione produttiva artigianale americana ai tre Floyd, i fratelli Nick e Simon che assieme al padre, Mike, hanno aperto, nel 1996, l’ormai conosciutissimo e apprezzatissimo birrificio artigianale Three Floyds di Munster e che per brassare la birra della quale oggi parlerò (la Hvedegoop) si sono consorziati con un birraio altrettanto rock: Mikkel Borg Bjergsø, “il” Mikkeller. Miglior birrificio al mondo nel 2012, 2011, 2010, 2009 e 2007, secondo classificato nel 2013, 2008 e nel 2006 in base alle classifiche annuali di Ratebeer  di questi ultimi otto anni, Three Floyds ha la sua attuale casa produttiva a Munster, nell‘Indiana, dove si sono trasferiti nel 2000 da Hammond (sempre nell’Indiana), loro prima sede produttiva e dove hanno aperto (nel 2005) una tap room frequentatissima e apprezzatissima. Un birrificio “spinto”, che fa della non-ordinarietà produttiva il proprio vanto, brassando spesso birre intransigenti e che proprio per questo non potevano non incrociare le proprie armi produttive con un altro che ha fatto e continua a fare della sperimentazione produttiva la propria bandiera. Con Mikkel Borg Bjergsø i tre Floyds hanno dato vita ad un progetto produttivo partito nel 2008, incentrato sulla tipologia delle barley wine, declinate ogni volta in maniera diversa, attraverso l’uso di grani diversi. Tutte le varianti hanno la medesima estensione nel nome, goop, e si chiamano Oatgoop (del 2009, con l’uso di avena), Ruggoop (del 2010, con l’uso di avena), Boogoop (del 2011, con l’uso di grano saraceno) e Risgoop (del 2012, con l’uso di riso). Sono cinque in tutto (per adesso), compreso la cap0stitpite della serie, la Hvedegoop, brassata per la prima volta nel 2008 (e oggi non più in produzione) con l’avena, che ho bevuto proprio l’altro giorno. Tipologia brassicola tipicamente americana e anche abbastanza recente, quella delle wheat wine, nella quale l’uso del frumento si avvicina molto (e a volte lo supera anche) al 50% del totale del cereale usato. Tipologia nata da uno “sbaglio”, trasformato poi in “caratteristica”: autore dell’errore (a metà degli anni ’80) Phil Moeller, che allora brassava per la californiana Rubicon, e che nel brassare una winter ale aggiunse sbadatamente una quantità di frumento assolutamente fuori scala per una birra di tal genere. Ma gli piacque talmente tanto, la birra nata da questo “sbaglio”, che decise di trasformarla  nella produzione celebrativa per il primo anniversariomikkeller_hvedegoop del birrificio. Da qui comincia la storia produttiva delle wheat wine, birre robuste e leggermente acide, rotonde e delicatamente caramellate, decisamente beverine, a dispetto della pur consistente alcolicità.

Nei fatti, quanto detto prima costiuisce la fotografia efficace della Hvedegoop, pericolosamente beverina nel suo 10,4% abv, consitente, articolata, mai stancante durante tutta la beva, vivacizzata da una frizzantezza ancor più che vivace e molto ruffiana nella sua luppolosità ancora ben resinosa. Niente di estremizzante, nessun colpo ad effetto, ma un dosaggio delle materie prime capace di armonizzare fra loro ciascuno dei quattro elementi. L’alcool è integrato terribilmente bene nel contesto, nessuna sensazione di “bruciatura”, una dolcezza di caramello e zucchero di canna mai appiccicosa e una leggera punta di acidità che la rinfresca, rendendola sempre giovane. Asciutta, diretta e scattante fino alla fine, invoglia sfacciatamente a riberla: l’unico problema è derivato dal fatto che ne avevo una sola bottiglia (seppure da 0,75 cl.). E’ finita sorprendentemente alla svelta, troppo in fretta. Una bella bevuta, davvero, molto americanamente danese.

 

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