Tre birre, tre storie (3)

Lavoriamo per ridurre al minimo il nostro impatto sulla nostra comunità“; “la sostenibilità è parte della cultura Odell“; “Odell è impegnata nel contribuire a programmi di beneficenza  e nel coinvolgere i nostri collaboratori nei nostri sforzi filantropici“. Una volta tanto, nel parlare di birra e di birrai, è doveroso iniziare dall’aspetto non strettamente produttivo: la Odell Brewing di Fort Collins   odell-brewing1-896x500è un progetto globale, che fa della produzione di (ottime) birre la propria attività principale, ma che non le impedisce di coniugare la produzione alla sostenibilità, alla condivisione, alla filantropia. Un progetto solido, efficace, simile ad altri (quello della New Belgium, ad esempio) che in America stanno prendendo sempre più campo, un progetto partito da lontano, nel 1989, quando Doug, Wynne e Corkie Odell aprirono il loro birrificio familiare nella periferia di Fort Collins, in Colorado, in un edificio precedemente adibito a deposito di grano. Sono bravi, gli Odell, nel produrre e quello che è stato il primo birrificio artigianale del Colorado ha visto ampliamentio successivi dei propri impianti e della propria capacità produttiva: 4.200 m², 62 dipendenti, una produzione vicina ai 60.000 barili annui. Una ventina le birre prodotte stabilmente, tantissime altre produzione one shot , servite, queste ultime, nella maggior parte dei casi, nella tap room annessa al birrificio, che riesce ogni mese a contribuire con almeno 1.200 dollari al finanziamento dei progetti filantropici scelti dal birrificio americano.

Una bella storia, anche questa, una storia che mi piaceva raccontare dopo aver raccontato quelle della Samuel Adams Triple Bock e della Hvedegoop: una storia che si completa alla perfezione con una delle loro birre che mi è capitato di bere ultimamente, uan delle loro più conosciute ed apprezzate, la Odell IPA. Brassata dalla Odell a parteire dal 2007, è la odell ipamaterializzazione quasi perfetta delle americanissime aipiei, la re-incarnazione d’Oltreoceano delle robuste ales inglesi luppolate che rallegravano le ugole degli inglesi delle Colonie d’Oltremare. Bionda (leggermente dorata), decisamente limpida e sormontata da un ottimo cappello di schiuma, stappa letteralmente il naso con il suo esuberante ed apprezzabilissimo bouquet luppolato tipico delle aipei: arancio, aghi di pino, un po’ di pompelmo e una nota caramellata che la completa nel finale. Al palato riconferma in pieno quanto promesso dall’aroma, con un bel sapore agrumato che ne condiziona (positivamente) tutta la bevuta, sostenuto da una giusta nota di resinosità e completato da una nota asciutta e leggermente erbacea. L’alcool c’è e si fa sentire (7% abv), gli ibu dichiarati (60) sono ben mimetizzati e non costituiscono certo un ostacolo ad una semplicità e piacevolezza di bevuta che te ne fa desiderare subito una seconda. Una birra che fa parte a pieno diritto della storia americana di questa tipologia birraria, restituita (dopo un periodo di oblio) ai bicchieri degli appassionati dalla reinessance birraria americana, che a partire dagli anni ’80, ha reinterpretato l’originale stile inglese, “privandolo” del suo aspetto rustico-terroso (dato dall’uso di luppoli inglesi East Kent Goldings, Challenger, ecc. ) e arricchendolo di un profilo aromatico-gustativo agrumato e resinoso (grazie all’uso di luppoli autoctoni come il Cascade, l’Amarillo, il Centennial …). Chapeau: una grande birra, davvero.

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