Il miglior birrificio danese …..

… è belga, mi viene da dire. E si chiama De Proef. Non è una novità assoluta ovviamente: quelli “del settore” lo sanno da sempre, ma, secondo me, ogni tanto fa bene (ri)dirselo. Dirk Naudts e la sua “creatura” sono ormai una presenza significativa sul mercato. Non fa, ovviamente, i volumi dei big industriali che condizionano il mercato della birra, ma nel suo piccolo/grande si è ritagliato un rulogo de proefolo e un peso sul mercato della birra artigianale assolutamente imprescindibile. Non è un caso e non è per caso che molti birrifici facciano ricorso ai suoi “servizi”, sia quelli che un proprio impianto comunque ce l’hanno sia, soprattutto quelli  (come molti dei danesi più a la page) che un impianto non ce l’hanno. I nomi sono presto detti/fatti: 3 fonteinen, De Kale, Jessenhofke, Pirlot, Slaapmutske, The Musketeers, Van Viven e Zonderik fra i belgi; De Hemel, De Lepelaer, De Snaterende, Duits, Leidsch, Reuzenbieren e Snab fra gli olandesi; Mohawk, Omnipollo e Stronzo fra gli svedesi e, soprattutto, Beer Here, Mikkeller, Raasted, To Ol e Warwick fra i danesi. Perchè così in tanti vanno a Lochristi per brassare le proprie birre? Forse perchè le 3 sale di fermentazione, i 58 fermentatori, le 2 linee di imbottigliamento e le 2 linee di confezionamento garantiscono la flessibilità necessaria. Forse perchè tutti si fidano del fatto che da De Proef rispettano rigorosamente il principio della integritànoi ci limitiamo allo sviluppo e alla produzione della birra, senza promuovere attivamente né commercializzare le birre. La nostra integrità non ci consente di copiare le birre già esistenti, provenienti da altri birrifici o dal nostro, ma ci spinge a cercare sempre prodotti originali. Forse perchè sono certi della competenza e della capacità del reparto interno di ricerca e sviluppo di Lochristi, nel quale si lavora per comprendere meglio le materie prime e i processi di fermentazione per creare birre giuste, pure e il più possibile riproducibili.

Sta di fatto che da De Proef ci fanno la fila, in molti, e, considerando i risultati finali, devo dire che la scelta (a valle) sembra essere proprio azzeccata (sulla scelta a monte, quella di non avere un proprio impianto se ne può stare a discutere per anni ….). Lo dico da utente finale, e non da “ammiratore” a prescindere della filosofia-Naudts. Non mi CrookedMoonTattooè capitato quasi mai, infatti, di trovare birre uscite dalla brouwerij belga “messe male”, e nonostante il pericolo legato alla ripetitività della tipologia birraria scelta dai vari produttori (danesi, soprattutto) pochissime volte mi sono imbattuto in birre troppo simili tra di loro, seppure di produttori diversi. Meriti, penso, da dividere in parti uguali fra committenti e produttore, merito, quindi, del sistema (regolamentato dalle regole di cui sopra) che si rivela efficace. Lo hanno dimostrato (a me) le sei birre (di tre birrai danesi diversi) delle quali parlerò qui di seguito: mai banali, mai “uguali”, mai ripetitive. Le prime due sono di Mikkeller. Sort Gul (in pratica vuol dire solo nero-giallo), una black ipa da 7,3% che coniuga quasi perfettamente la parte obscura dei malti tostati e la parte più luminosa, data dal grande profilo erbaceo e resinoso regalato da una luppolatura tutta made in USA. La bassa alcolicità aiuta tantissimo la beva, le delicate note di liquirizia  frutta rossa ne arricchisconoa  dovere il finale. Non c’è niente di storto nella Crooked Moon, una double ipa da 9% abv che il birraio giramondo ha brassato in Belgio per festeggiare il primo compleanno dello studio di tExecutioner Ipaattoo svedese Crooked Moon (Helsinborg), che ha designato anche le due labels con le quali viene commercializzata. Un’ipa violentemente luppolata, armoiniosamente luppolata, con una parte citrica sorprendentemente fresca che la fa girare stupendamente in bocca. Da bere e ribere, assolutamente. Le altre  due arrivano dalla feconda vena produttrice di Christian Skovdal Andersen, la mente di Beer Here. Per prima la Executioner Ipa, la birra che il danese ha dedicato a Giorgione, patron del locale romano Mastro Titta (che prende il nome dall’omonimo boja di Roma, esecutore di 516 “servizi”dal 1796 al 1864, quando Papa Pio IX gli concesse la pensione con un vitalizio mensile di 30 scudi). Un’ipa sopraffina e sontuosamente luppolata, dal bel colore aranciato, nella quale la luppolatura sopravanza solo nel finale in una bevuta precedentemente molto watery. Una birra che nella sua semplice complessità ti richiama continuamente a dissetartene. Un po’ più impegantiva e meno scorrevole la Dead Cat, versione “belga” della Fat Cat (brassata da Herllev), alla quale è stato modificata la luppolatura (Simcoe al posto del nelson sauvin). Una amber ale un po’ corposa, che rotola meno in bocca rispetto ad altre sue birre, e che la luppolatura non contribuisce a sterzare più di tanto. E per finire, i figli (birrariamente parlando) di entrambi. Dei To Øl ne avevo Tool-First-Frontier-Frontparlato già bene riferendomi a due loro birre; avendone assaggiate altre due (la Raid Beer e la First Frontier) non posso che confermare la prima positiva impressione. Anche sulla bassa fermentazione c’hanno la scintilla, questi danesi: nella Raid ci hanno infilato, e non di soppiatto, Simcoe, Citra, Nelson Sauvin e Centennial, arricchendo di esoticità/freschezza/fragranza una premium lager già fatta a modino di suo, impreziosendola e non stravolgendola. Con la seconda si sono mantenuti tenacemente attaccati alla frontiera delle ipa, quella americana, irrobustita dei cavalli di frisia luppolati di warrior, simcoe e centennial.  Ne è uscita fuori una birra fragrante, asciutta e scattante, giovane nell’anima ed esuberante nella sostanza. Anche in questa la “solita” (ma non la “medesima”) bellissima riuscita complessiva: la bevi e la riberresti. Sempre. Complimenti a tutti loro (compreso “quello” con il quale “loro” fanno le proprie birre).

 

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