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	<title>inbirrerya &#187; nonsolobelgio</title>
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		<title>Due toste per il freddo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 23:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per proteggersi da questi freddi due birre toste, complesse, ricche e riscaldanti. Provare per credere. Una birra norvegese “buia”  e un proverbio, apparentemente non veritiero. “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”, recita il conosciutissimo proverbio. Solo che non è vero, o almeno, è vero solo in parte. Santa Lucia viene festeggiata il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per proteggersi da questi freddi due birre toste, complesse, ricche e riscaldanti. Provare per credere.</p>
<p>Una birra norvegese “buia”  e un proverbio, apparentemente non veritiero. “<em>Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia</em>”, recita il conosciutissimo proverbio. Solo che non è vero, o almeno, è vero solo in parte. Santa Lucia viene festeggiata il <strong>13 dicembre</strong>, ma il <span style="text-decoration: underline;">Solstizio d’Inverno,</span>  il vero “giorno più corto che ci sia”, cade invece il <strong>22 o il 23 dicembre</strong>. La <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/sunturnbrew__51777_zoom.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12297" title="sunturnbrew__51777_zoom" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/sunturnbrew__51777_zoom-300x112.jpg" alt="" width="383" height="143" /></a>colpa di questa discrepanza fra le due “verità” è di <strong>Papa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Gregorio_XIII">Gregorio XIII</a></strong>, che nel <strong>1582</strong>, con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_gregoriano">bolla </a><em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_gregoriano">Inter Gravissimas</a>,</em>  pose fine al progressivo sfasamento che si era accumulato, secolo dopo secolo, fra le stagioni astronomiche e il calendario civile. Fu così che, per decreto, giovedi <strong>4 ottobre 1582</strong> divenne l’ultimo giorno del vecchio calendario Giuliano; l’indomani si decretò che fosse venerdi <strong>15 ottobre</strong>, sempre del <strong>1582</strong>. 10 giorni di “salto”, gli stessi (considerando anche l’alternarsi degli anni bisestili) che oggi intercorrono fra il 13 dicembre (nel quale si è mantenuta la memoria liturgica di S. Lucia) e il 23 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, ma anche giorno di S. Lucia, se ci fosse ancora il calendario Giuliano.In questa occasione, il solstizio d’inverno appunto, il birrificio norvegese <strong><em>Nøgne Ø </em></strong>di Grimstad, brassa tradizionalmente la sua <strong>Sunturnbrew</strong>, una massiccia <span style="text-decoration: underline;"><em>barley wine</em></span> di <strong>11°,</strong> buia come il giorno più buio dell’anno. Oltre alla famosa acqua di <em>Grimstad</em>, al luppolo e al lievito, il mastro birraio norvegese norvegese <em>Kjetil Jikiun</em> usa, per questa birra, il<strong> 20%</strong> di segale e il <strong>30%</strong> di malto d’orzo affumicato, oltre al<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Logo-noegne_o.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-12298" title="Logo noegne_o" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Logo-noegne_o.jpg" alt="" width="165" height="169" /></a> malto di frumento. E’ una birra stratificata, ad ogni sorso e ad ogni “annusata” svela strati di sensazioni gustative ed olfattive nuove e diverse: tanta torba, un’affumicatura diffusa ma non greve, vaniglia, pepe, resina, tabacco stagionato, un amaro erbaceo ed una sua variante torrefatta, che la rendono davvero complessa, elegantemente complessa. E’ una birra “fuori moda”, nel senso che bevendola, ti viene subito fatto di pensare che quasi sicuramente nei secoli passati, quando si beveva una birra da quelle parti, doveva essere proprio così: non molto raffinata, robusta, calda e riscaldante, torbata, perché il malto veniva sicuramente tostato su un fuoco di legna. Non stanca, non è uno sciroppone, il luppolo fa davvero bene la propria parte, un’amarezza decisa (<strong>50</strong> IBU) la rende gradevolmente beverina fino alla fine, dopo che una frizzantezza congrua e un bel cappello di schiuma color caffellatte avevano già contribuito al formarsi di un giudizio globale più che positivo. Birra nordica, birra tonica, birra buona, perché non estrema. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc 11% vol.; ©Alberto Laschi</p>
<p><em>Il piccolo aiutante di Natale (<strong>Santa’s little helper</strong>)</em> è anche il greyhound arrivato nella leggendaria <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Santa%27s_Little_Helper">famiglia Simpson </a>in occasione delle festività natalizie. Forse è a questa figura “leggendaria” che si ispira il nome della birra natalizia di <strong>Mikkeller</strong>, che nelle sue varie versioni (questa del <strong>2009</strong> è la quarta, brassata da <strong>De Proef</strong>) si è sempre più arricchita. Assaggiata alla spina  si è rivelata una delle migliori <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong dark ale</em></span> da me bevute ultimamente. Gli “ingredienti”: malti pallidi, special-B, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/santas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12300" title="santas'" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/santas-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a>chocolate, fiocchi di frumento, cassonade, luppoli <em>Hellertauer, Goldings, Styrian e Simcoe</em>, polvere di cacao, una ricca speziatura (buccia d’arancia, coriandolo, cannella, pane dolce speziato, zenzero), lievito. Il tutto da vita ad una splendida birra, ricca, gustosa, robusta, ma anche decisamente beverina, alla faccia della propria ricca alcolicità. Si comincia dall&#8217;aroma, ricco di caramello e cassonade, che il tempo ha ormai estremamente addolcito, con nun nota finale di polvere di caffè che ripulisce delicatamente. Al palato si esalta la ricca speziatura di base, con  un agrumato latente che viene consolidato da una maltatura efficace e contenitiva; più integrato nel contesto il dolce della cassonade, con una luppolatura asciutta e ripulente che gli impedisce il carico eccessivo. Birra estremamente “lavorata”, che offre al naso e al palato di che soddisfarsi, dopo averne apprezzato la ricchezza  di una schiuma fine e cremosa, il colore profondamente ed impeccabilmente scuro. Con il riscaldarsi nel bicchiere migliora progressivamente, culminando in un finale decisamente amarognolo di tostato. Degustata alla spina; alc. 10,9%vol.; <em>©Alberto Laschi.</em></p>

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		<title>Old Antonia, Los Angeles e peperoncini</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 07:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un po’ di news made in USA, la prima delle quali riguarda un birrificio di casa nostra. E’ apparsa ngli States la label della Old Antonia, la versione oak aged della My Atonia, la imperial pilsnser brassata in collaborazione fra Birra del Borgo e Dogfish Head. La nuova “veste” di questa birra, disponibile solo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ di news made in USA, la prima delle quali riguarda un birrificio di casa nostra.</p>
<p>E’ apparsa ngli States la <a href="http://beerstreetjournal.com/had-my-antonia-some-old-antonia-is-coming/">label della <em><strong>Old Antonia</strong></em>,</a> la versione oak aged della <em><strong>My Atonia</strong></em>, la<span style="text-decoration: underline;"><em> imperial pilsnser</em></span> brassata in <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Birra-Del-Borgo-Old-Antonia.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12174" title="Birra Del-Borgo-Old-Antonia" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Birra-Del-Borgo-Old-Antonia-300x293.jpg" alt="" width="145" height="142" /></a>collaborazione fra <strong>Birra del Borgo</strong> e <strong>Dogfish Head</strong>. La nuova “veste” di questa birra, disponibile solo in fusto, ha fatto il suo ingresso in società sull’ormai leggendaria nave della scorsa edizione di <strong>Un mare di birra</strong>. Dalla label si evince con chiarezza in quali  botti la birra è stata lascita invecchiare (quelle della francese <a href="http://www.calvados-dupont.com/"><strong>Domaine Dupont Calvados</strong></a>), per quanto tempo c’è rimasta  (un anno) e la sua gradazione alcolica (<strong>11,2%</strong> abv.). Un paio di domande però sorgono spontanee. La prima è legata alla gradazione stessa: la <em><strong>Old Antonia</strong></em> ha <strong>11,2%</strong> vol. alc., la versione “base” ne ha invece “solo&#8221; <strong>7,5%</strong> vol. alc.  La seconda è legata alla tipologia: la nuova label che l’accompagna reca stampigliata uno “strano” <span style="text-decoration: underline;"><em>IPA</em></span>, e anche <em>Ratebeer</em>, parlandone, la descrive come una <span style="text-decoration: underline;"><em>double Ipa</em></span>. Oltre che invecchiata, si è anche trasformata?</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/southern-milk.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12252" title="southern milk" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/southern-milk-300x212.jpg" alt="" width="182" height="129" /></a></p>
<p><strong>Southern Tier:</strong> <a href="http://beerstreetjournal.com/southern-tier-bottles-trashy-pils-2x-milk-stout/">due nuove birre,</a> nel formato 0,33, sono state da pochissimo rilasciate dalla brewewry di Lakewood: la prima è la<em><strong> 2x Milk Stout</strong></em>, una double milk stout con 8% abv, brassata con lattosio, tre diversi tipi di malto e 4 luppoli diversi; la seconda è la <em><strong>Eurotrash Pilz</strong></em>, una pilsner da 5% abv.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Southern-Tier-Eurotrash-Pils-570x401.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12253" title="Southern-Tier-Eurotrash-Pils-570x401" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Southern-Tier-Eurotrash-Pils-570x401-300x211.jpg" alt="" width="177" height="124" /></a></p>
<p><strong>Anchor Brewing</strong> inaugura una nuova serie di birre, <a href="http://brookstonbeerbulletin.com/anchor-zymaster-1-to-be-a-california-lager/">contrassegnata dal neologismo<strong><em> Zymaster</em></strong>,</a> che, nelle intenzioni<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Anchor-Zymaster-1-570x549.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12175" title="Anchor-Zymaster-1-570x549" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Anchor-Zymaster-1-570x549-300x288.jpg" alt="" width="188" height="181" /></a> della ditta dovrebbe contraddistinguere i frutti del lavoro del vero mastro birraio, quello capace di fare tutto, dalla a alla z nel processo di creazione/lavorazione di una nuova birra. La prima a uscire sul mercato sarà, nella prima settimana di febbraio, una lager come quelle che &#8220;facevano una volta&#8221;. Sono andati a ripescare una ricetta della<strong> Boca Brewing,</strong> che nel <strong>1876</strong>, sfruttando la disponibilità di ghiaccio che proveniva dalle montagne vicino a Truckee, brassò la prima lager americana.<br />
<strong>Magic Hat:</strong> <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/24/il-presente-non-basta/">ne avevamo parlato poco tempo fa, </a>di come <em>Jim Kock</em> fondatore e proprietario di <strong>The Boston Beer Company</strong>, avesse proposto ad  <em>Alan Newma</em>n di rimettersi in gioco, dopo aver dato vita nel <strong>1994</strong> alla <strong>Magic Hat Brewing</strong> di South Bourlington (ceduta nel <strong>2010</strong> alla <strong>Nord Breweries</strong> di Rochester), e di come gli avesse dato carta bianca, nel nominarlo “plenipotenziario” del progetto <strong>Alchemy &amp; Science.</strong> Lo scopo era (ed è) <em>sviluppare nuove idee per nuove birre artigianali</em>, attraverso le opzioni più varie: acquisizioni di fabbriche di birra più piccole, produzione di nuove birre con nuove ricette utilizzando gli impianti di <strong>Samuel Adams</strong>, creazione di un nuovo birrificio da zero. Era il 28 ottobre scorso, e non sono certo rimasti con le mani in mano: è notizia di pochi giorni fa dell’<a href="http://beerandwhiskeybros.com/2012/01/06/boston-beer-buys-l-a-s-angel-city-brewing-in-alan-newmans-first-move-with-company/">acquisizione da parte di <strong>Magic Hat</strong> </a>(e quindi di <strong>Boston Beer</strong>) della <a href="http://www.angelcitybrewing.com/"><strong>Angel City Brewing Company</strong> </a>di <span style="text-decoration: underline;"><em>Los Angeles</em></span>, ri-aperta nel <strong>2004</strong> (era stata inaugurata nel <strong>1988</strong>) da <em>Michael Bowe</em>, uno degli homebrewer più conosciuti <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-Alchemy-Science-570x228.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-12176" title="logo Alchemy-Science-570x228" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-Alchemy-Science-570x228-300x120.png" alt="" width="275" height="110" /></a>della California. Strategica la scelta di <em>Alan Newmann</em>: <span style="text-decoration: underline;"><em>Los Angeles</em></span>, a suo parere, è città ormai matura per un vero e proprio boom legato alla birra artigianale e la <strong>Angel City Brewing</strong>, un po’ con il fiato corto ultimamente, sembra essere il trampolino di lancio ideale per tuffarsi in questo mercato con grandi potenzialità di crescita. Questo perché il <em>presente non basta a nessuno</em>, ma non tutti sanno leggerlo proiettandolo sul futuro<em>. Alan Newmann</em> sembra essere uno di quelli (anche perché ha comunque le spalle ben coperte da quelli di Boston …)<br />
<strong>Twisted Pine Brewing Company</strong>, di Boulder in Colorado: l’ultima follia produttiva, in ordine di tempo, made in USA. <em><strong>Twisted Pine Ghost Face Killah</strong></em>: <a href="http://thefullpint.com/beer-news/worlds-spiciest-beer-to-be-distributed-to-7-states?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Feed%3A+Thefullpintcom+%28thefullpint.com+-+Beer+News%2C+Reviews+and+Event+Coverage%29">è il nome della birra più piccante al mondo </a>(secondo loro), brassata, a sentire <em>Bob Paile</em>, proprietario del birrificio, per accontentare le continue, pressanti (a suo dire) richieste dei proprio clienti, che volevano <em>more chili</em> e <em>more warm</em> nelle loro birre. Alla fine li hanno accontentati, mettendo in una loro loro birra/base di frumento sei diversi tipi di peperoncini: <em>Anaheim, Fresno, jalapeño, serrano, habanero, bhut jolokia</em> (il pepe<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/twisted-ghost-face-killah.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12177" title="twisted ghost-face-killah" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/twisted-ghost-face-killah-300x186.jpg" alt="" width="252" height="157" /></a> “fantasma”). L’avevano già brassata una prima volta nel maggio dello scorso anno: adesso ci hanno riprovato, con alcuni aggiustamenti. Chi si è provato a berla ha aparlato di un vero e proprio “fuoco liquido”, che incendia lingua e palato, con il calore della bevuta che rimane per più di un minuto fra testa, ligua, palato, esofago. IBU stratosfericamente basso (soli <strong>10</strong>) con i luppoli <em>(Willamette</em> e<em> Northern Brewer)</em> che proprio non ce la fanno a sterzare questa birra, che appare davvero demenziale fin dalla sua progettazione. Ma hanno dovuto ri-brassarla alla svelta e in grande quantità: prima la si poteva trovare solo in Colorado, adesso, in seguito alle pressanti richieste del “mercato” la si può trovare già in altri sette stati americani. Il “famole strane”, a quanto pare, va sempre di moda.</p>

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		<title>Italians do it bi(e)tter</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 23:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; uno dei capisaldi della tradizione brassicola anglosassone, suscita ricordi e rimpianti plurimi, è indissolubilmente legata al concetto di pinta, è l&#8217;amaro che invoglia. Le Bitter ales, che &#8220;come le facevano una volta&#8221; non le fanno più, o quasi, non solo in Inghilterra; ma mai dire mai. Si racconta in giro di nuovi e giovani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brewfist-+-rurale.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11448" title="brewfist + rurale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brewfist-+-rurale-300x179.png" alt="" width="247" height="147" /></a>E&#8217; uno dei capisaldi della tradizione brassicola anglosassone, suscita ricordi e rimpianti plurimi, è indissolubilmente legata al concetto di pinta, è l&#8217;amaro che invoglia. Le <span style="text-decoration: underline;"><em>Bitter ale</em></span>s, che &#8220;come le facevano una volta&#8221; non le fanno più, o quasi, non solo in Inghilterra; ma mai dire mai. Si racconta in giro di nuovi e giovani birrai inglesi che c&#8217;hanno &#8220;ripreso la mano&#8221; nel farle come devono essere fatte (e come lo erano fatte); e anche di italiani che ci hanno saputo e ci sanno fare. E&#8217; il caso di  <em>Pietro di Pilato</em> del <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/"><strong>Brewfist</strong></a> e di <em>Lorenzo Guarino</em> del <strong><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/10/05/birrificio-rurale-con-la-sua-seta/">Birrificio Rurale</a>.</strong> A loro il mio personale premio (assieme alla coppia <em>Carilli/Allo</em> di <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/04/gli-italiani-al-villaggio-toccalmatto/"><strong>Toccalmatto</strong></a>, ora &#8220;scissa&#8221;) di miglior birrai &#8220;inglesi&#8221; in Italia, almeno per quanto riguarda la sezione<em> bitter.</em></p>
<p>Il <a href="http://www.camra.org.uk/"><strong>CAMRA</strong>,</a> quelli del <strong>Brewfist</strong>, li dovrebbe tenere davvero d’occhio: una <em><span style="text-decoration: underline;">premium bitter</span></em> come la <strong><em>Jale</em></strong> di Codogno, soprattutto se spillata a pompa (come è capitato a me) è davvero un’ottima re-incarnazione del concetto di <em>Real Ale</em>, una di quelle tipologie birrarie più amate e più “protette” da quelli del <strong>CAMRA</strong>, appunto. Un anno e mezzo appena di vita, e già cinque birre, una migliore dell’altra, tutte sempre a posto, tutte molto curate, tutte molto apprezzate, in giro, anche per il loro correttissimo rapporto qualità/prezzo (uno dei pochissimi birrifici italiani che ce l’ha fatta). La <strong><em>Jale </em></strong>era quella che mi mancava, dopo aver già assaggiato<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/"> <strong><em>24K</em></strong></a>, <strong><em><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/">Fear</a>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/">Space Man</a>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/">Burocracy</a></em></strong>, e come, per me, la <strong><em>Burocracy </em></strong> la si può <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/BrewFist-Jale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11449" title="BrewFist-Jale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/BrewFist-Jale-300x283.jpg" alt="" width="230" height="217" /></a>considerare una delle migliori (se non la migliore) <em><span style="text-decoration: underline;">ipa</span></em> italiana, così la <strong><em>Jale </em></strong>è, sempre per me, una delle migliori <em><span style="text-decoration: underline;">bitter</span></em> delle nostre parti, al pari della<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/"> <strong><em>Stray Dog</em></strong> </a>di <strong>Toccalmatto</strong> e della <strong><em>Milady</em></strong> del <strong>Birrificio Rurale</strong>. Una birra pensata all’inglese, una birra brassata all’inglese (del resto, l’aver lavorato alla <strong>Fuller’s</strong> un po’ di imprinting l’avrà pure lasciato …), con una solida e armonica base maltata (<em>Maris Otter, Crystal, Chocolate, Monaco</em>) e un grande sfoggio di luppoli albionici (<em>challenger, first gold, bramling cross, east kent golding</em>), una birra da “spillare” all’inglese. Aggiungere CO2 la snaturerebbe, spillata a pompa racconta di banconi lucidi e affollati, di publicans attempati, di atmosfere retrò. L’ambrato doveroso e necessario, un (quasi insolito, per questo stile) cappello di schiuma compatto e cremoso, un naso non ricchissimo, ma caratterizzato più dal malto/caramello che dall’erbaceo/speziato. E’ in bocca che  da il meglio di sé: robusta, rotonda ma anche impegnativa, ruvida e un po’ scortese, poco accomodante. Se volevi l’amarezza, con la <strong><em>Jale,</em></strong> la trovi, a grandi dosi: un’amarezza asciutta e screziata, quasi solida, che pizzica a lungo lingua e palato, che si deposita sul fondo della lingua e, soprattutto, in testa. Te la ricordi a lungo, perché l’amaro, fisicamente, ci mette tanto a mollare; e te la ricordi con gusto e con piacere, perché ti sei (ri)trovato di fronte ad un pezzetto della vecchia Inghilterra, una volta popolata di birre così ben fatte, e ad un pezzetto della tradizione birraria che appartiene, per fortuna, non solo a quel popolo. Non voglio berla in bottiglia. Assaggiata spillata a pompa; alc. 5,6% vol. (IBU 40); © Alberto Laschi</p>
<p>Invece di “<em>famola strana</em>”, quelli del <strong>Rurale</strong> si son detti: “<em>famola semplice</em>”. Ed è saltata fuori la <strong><em>Milady</em></strong> che, come suggerisce il nome, tradisce elegantemente la sua origine inglese. E’ una <em><span style="text-decoration: underline;">premium bitter</span></em> “semplice” ma assolutamente non “ordinaria”: è uno di quei pochi ma, per fortuna, non pochissimi, indispensabili casi nei quali la semplicità assume la caratteristica di pregio e non di difetto. Certo, è birra che non regalerà sensazioni spettacolari agli amanti delle birre strutturate  o “ricercate”, ma è birra che, invece, regalerà la sensazione “definitiva” di beverinità e semplicità; una bitter<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Rurale-Milady.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11450" title="Rurale Milady" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Rurale-Milady-300x99.jpg" alt="" width="333" height="110" /></a> ale spostata quasi totalmente nel territorio delle <em>session beers.</em> È ambrata, è “profumata” (non tanto di malto quanto di luppolo erbaceo), ha una bella schiuma, sufficientemente compatta e, soprattutto, regala tanto al palato. Il <em>Maris Otter</em> impiegato le regala una delicata dolcezza e morbidezza, che costituisce la piattaforma dalla quale poi si stacca tutta la bella e ricca componente luppolata, molto, molto british. Luppolata senza esagerare (molto meno strong bitter di quanto la classificazione ufficiale recita), con un floreale che fa capolino nella parte finale della bevuta, mai noiosa o monocorde. E’ rotonda, il moderato grado alcolico (<strong>5,5%</strong> abv) incrementa ulteriormente questo aspetto piacevolmente beverina, una frizzantezza mai invasiva la ripulisce e la vivacizza quanto basta. Il sito del <strong>Rurale</strong>, nel descriverla, mette sull’avviso: il carattere sinuoso e insinuante di questa birra “<em>può stregare e creare dipendenza</em>”. E’ vero: con me ce l’ha fatta. Indovinatissimo il formato da <strong>0,50</strong> cl.; <strong>0,33</strong> sarebbero stati davvero troppo pochi. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 5,5% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>Una birra a testa</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 01:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E per finire la settimana danese di Inbirrerya, tre birre di quelle parti, o meglio, tre birre che gente di quelle parti hanno fatto non necessariamente da quelle parti, tanto per non perdere il &#8220;trend&#8221; di questa settimana. La prima è la Evil Twin Bikini Beer, una danese fatta in Norvegia, assieme a quel Mike [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E per finire la settimana danese di <strong>Inbirrerya</strong>, tre birre di quelle parti, o meglio, tre birre che gente di quelle parti hanno fatto non necessariamente da quelle parti, tanto per non perdere il &#8220;trend&#8221; di questa settimana.</p>
<p>La prima è la<strong> </strong><em><strong>Evil Twin Bikini Beer, </strong></em>una danese fatta in Norvegia, assieme a quel <em>Mike Murphy </em>(attuale head brewer di <a href="http://www.lervig.no/"><strong>Lervig</strong></a>) che in Italia conosciamo molto bene e che a Roma ricordano benissimo e, soprattutto, con grande piacere. La prima birra brassata da <em>Mike</em> per <em>Jeppe</em>, dopo averne fatte altre due per la <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/19/danimarca-ancora-danimarca/"><strong>Kissmeyer</strong></a>, altro progetto danese di birrificio &#8220;fantasma&#8221;. Su <em>Ratebeer</em> l&#8217;hanno classificata come una birra <span style="text-decoration: underline;"><em>low alchool</em></span>, sulla label invece si vede stampiglaito <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Evil-Twin-Bikini-570x280.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12137" title="Evil-Twin-Bikini-570x280" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Evil-Twin-Bikini-570x280-300x147.jpg" alt="" width="278" height="137" /></a>un esplicito<span style="text-decoration: underline;"><em> indian pale ale</em></span>: nessuno dei due ha torto, è un&#8217; &#8216;ipa a bassa, meglio, bassissima gradazione. Per farla star su, con il suo smodatamente basso tenore alcolico, l&#8217;hanno dovuta pompare di luppoli, quelli ormai classici da ipa. Molto intrigante al naso, decisamente frizzante in bocca, risulta un po&#8217; slegata la palato. Arriva per prima la parte acquosa della birra, poi il luppolo arrogante, che però c&#8217;entra un po&#8217; poco con il &#8220;prima&#8221;. E&#8217; come se ci fossero due ondate, in rapida successione, con la seconda che travolge i resti della prima, azzerandone la presenza. La sete la toglie, e il fatto che le manca il più (l&#8217;acol) ti p0trebbe anche portare ad approfittarne; c&#8217;è sicuramente molto di peggio in giro, ma sembra un po&#8217; troppo un esercizio (ancora parziale) di stile. Raccordare le due fasi è altamente raccomandabile: il saperle/poterle raccordare potrebbe dar vita ad un risultato finale decisamente apprezzabile e desiderabile, cioè il berla solo per poterla ribere, a più non posso. Non ci siamo lontanissimi, ma un po&#8217; di lavoro c&#8217;è ancora da fare. Molto vicina, nel risultato finale alla<a href="http://www.inbirrerya.com/2009/11/15/brewdog-e-i-radiohead/"><em><strong> Nanny State</strong></em> </a> di <strong>Brewdog</strong> (anch&#8217;essa non convincentissima), mentre l&#8217;talianissima <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/17/due-birre-di-pausa-cafe/"><strong><em>Dui e Mes</em></strong></a> di <strong>Pausa Cafè</strong> le sta un gradino sopra.</p>
<div dir="ltr">La seconda, la <em><strong>Beer Here Black Cat </strong></em>è la &#8220;solita&#8221; birra pluridefinibile: <em>black india pale ale</em>, <em>cascadian dark ale, hoppy dark ale</em>, brassata, in questo caso, in Danimarca, ma non dalla &#8220;solita&#8221;<strong> Fanø</strong>, bensì dalla <a href="http://www.soegaardsbryghus.dk/"><strong>Søgaards Brygus</strong> </a>di <em>Aalborg</em>, un birrificio che brassa per sè e per conto terzi (<strong>Beer Here</strong> qui ci fa fare la bellezza di una ventina di sue birre).   Tre nomi, comunque, che non ne cambiano la sostanza: è birra appartenente a quel segmento, abbastanza in voga negli<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/beer-here-black-cat1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12139" title="beer here black cat" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/beer-here-black-cat1-300x300.jpg" alt="" width="198" height="198" /></a>ultimi tempi, delle ipa scure, tanto per intendersi. Senza stare a scomodare la <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/08/24/stone-sublimely-self-righteous-ale-e-lipa-day/"><em><strong>Stone Sublimely Self Righteous Ale</strong></em></a>, la miglior <span style="text-decoration: underline;"><em>black ipa</em></span> al mondo <a href="http://www.ratebeer.com/beerstyles/black-ipa/114/">secondo quelli di <em>Ratebeer</em></a>, la <em><strong>Black Cat</strong></em> di<em> Christian Skovdal Andersen</em> è un bel po&#8217; di passi indietro anche alla &#8220;cugina&#8221; (di birrificio) <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/04/come-dosare-il-luppolo/"><em><strong>Dark Hops</strong></em>;</a> e non solo per la differenza nella gradazione alcolica (<strong>8,5°</strong> la <em><strong>Dark</strong></em>, <strong>4,7°</strong> la<em><strong> Black)</strong></em>. In questo caso, l&#8217;abbassamento di vol. alc. non è stato sufficientemente compensato da un lavoro &#8220;migliore&#8221; del luppolo, che non riesce del tutto a sterzarla dal pericoloso territorio delle porter luppolate, lo spauracchio (in negativo) di chi si cimenta nel brassare birre di questa tipologia. La <em><strong>Black Cat</strong></em>, infatti, è più simile ad una porter amaricata (col solo <em>nelson sauvin</em>, fra l&#8217;altro) che ad una caratterizzata<em> cascadian dark ale</em>: le viene meno la personalità, la consistenza, la resinosità obscura. Scivola via un po&#8217; troppo impunemente, lasciando troppo malto alle spalle e un luppolo &#8220;pesante&#8221;, quasi indigesto, che porta con sé un peso specifico relativamente opprimente. La labile frizzantezza non aiuta la beva, che pure era stata ben preparata da un&#8217; aroma ben costruito, elegante e decisamente esotico. E&#8217; birra che &#8220;graffia&#8221; poco, troppo rotonda e &#8220;seduta&#8221; per lasciare il segno. Meglio i due <em>Hops in Black</em> che il <em>gatto nero</em> danese, alla grande.</div>
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<div dir="ltr"><span id="result_box" lang="it"><span class="hps">E alla fine non poteva mancare una birra di Mikkeller, la <em><strong>Mikkeller Beer Geek Brunch Waesel</strong></em>, una delle tante imperial stout della incasinatissima &#8220;serie&#8221; delle <em><strong>Beer Geek,</strong></em> fatta di  <em><strong>Brunch</strong></em> e di <em><strong>Breakfast</strong></em> , con un &#8220;imperial&#8221; di mezzo che differenzia una serie dall&#8217;altra. Questa ha la sua &#8220;paternità&#8221; in quel di Grimstad, negli stabilimenti della <strong>Nøgne Ø</strong>, che ne brassa, da sola, ben <strong>10</strong> di <em><strong>Beer Geek</strong></em> (in tutto, attualmente, sono <strong>22</strong>). La <em><strong>Waesel</strong></em> è una delle più pregiate, dal momento che per essa si usa il <a href="http://www.nytimes.com/2001/09/09/travel/hanoi-s-cafe-society.html">caffè vietnamita Ca Pe Chon</a>, consosciuto anche come <span style="text-decoration: underline;"><em>waesel coffe</em></span> (<em>il caffè della donnola,</em> commercializzato dalla <a href="http://www.trung-nguyen-online.com/">Trung Nguyen</a>). I chicchi di questo caffè vengono fatti mangiare dalle donnole e <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/mikkeller-weasel.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12140" title="mikkeller weasel" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/mikkeller-weasel-300x168.jpg" alt="" width="273" height="153" /></a>poi vengono &#8220;ripescati&#8221; dalle loro feci: il sistema digestivo di questo animale conferisce ai chicchi di questo caffè qualcosa di misteriosamente &#8220;buono&#8221;, migliorandone tantissimo la qualità, tanto da renderlo uno dei caffè più pregiati al mondo. Una delle birre &#8220;storiche&#8221; di <strong>Mikkeller</strong> (la prima recensione su <em>Ratebeer</em> è del marzo del <strong>2009)</strong>, che ho bevuto otto mesi dopo la sua data di scadenza. Una birra importante, meglio, &#8220;imponente&#8221;: una vera e propria prova di forza sia da parte di chi l&#8217;ha prodotta che da parte di chi l&#8217;ha bevuta. Non scende a nessun tipo di compromesso: ti assale da subito con l&#8217;aspetto, nera che l&#8217;olio usato del motore sembra biondo, con la schiuma ancora copiosamente e riccamente viva, con l&#8217;aroma, massiccio di alcool, caffè, malti tostati, liquirizia, cioccolata &#8220;cioccolatosa&#8221; e un che di terroso. Nello sversarla sembra quasi solida, in bocca è spessa, cremosa, aggressiva. Ma non asfalta. Devo dire che temevo il peggio, ma alla fine si è rivelata molto meno &#8220;ignorante&#8221; di quello che temevo. E&#8217; birra adatta per chi ama il caffè: ce n&#8217;è tanto, qui, è un vero e proprio razzo alimentato a caffeina. E&#8217; tosta, tostata, con il tanto alcool (<strong>10,9</strong>% vol.) che si propaga e riscalda, dalla leggera (ma diffusa) sensazione si sapidità, con una frizzantezza (per fortuna) decisa che le permette di non incollarsi pericolosamente a lingua e palato. Non finisce mai, dotata quasi di vita propria si distende in bocca e la allaga, rimanendoci a lungo. Una prova produttiva oggettivamente importante, con quelli di <strong></strong></span></span><span id="result_box" lang="it"><span class="hps"><strong>Nøgne Ø</strong></span></span><span id="result_box" lang="it"><span class="hps"><strong></strong> che non hanno recitato certo la parte dei comprimari, lasciandovi la propria impronta. Parola d&#8217;ordine finale (ma anche iniziale): condividerla, assolutamente. I suoi <strong>0,50</strong> cl. sono davvero tanti per estinguerli da soli.</span></span></div>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Tre danesi, tre birrai, tre gipsy</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 23:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tre interviste a raffica, con tre dei massimi rappresentanti della fenomenologia dei gipsy brewers: Mikkel Borg Bjergsø, il primo e il più famoso, quello che ha tracciato il solco, Jeppe Jarnit-Bjergsø, il fratello “cattivo” di Mikkel, fresco creatore del marchio e del birrifico/non birrificio Evil Twin, Christian Andersen Skovdal, il padre del “fenomeno” Beer Here. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="mso-bidi-font-style: italic;">Tre interviste a raffica, con tre dei massimi rappresentanti della fenomenologia dei gipsy brewers: </span><a href="http://www.beersweden.se/archives/8751"><em><strong>Mikkel Borg Bjergsø,</strong></em></a> il primo e il più famoso, quello che ha tracciato il solco, <a href="http://www.beersweden.se/archives/8768"><strong><em>Jeppe Jarnit-Bjergsø</em>,</strong></a> il fratello “cattivo” di Mikkel, fresco creatore del marchio e del birrifico/non birrificio <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/03/il-gemello-cattivo/"><strong>Evil Twin</strong></a>, <a href="http://www.beersweden.se/archives/8712"><em><strong>Christian Andersen Skovdal</strong>,</em></a> il padre del <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/DAN1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11750" title="DAN" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/DAN1.jpg" alt="" width="130" height="130" /></a>“fenomeno” <strong>Beer Here.</strong> Tutte e tre interessanti, tutte e tre “vere”. Tutti e tre dei giramondo, tutti e tre danesi, cittadini di una nazione che sta vivendo una vera e propria “esplosione” birraria.  Tutti e tre (lo si evince e lo si da ciascuna intervista) sono accomunati dalla stessa passione per la birra buona (quasi sempre quella fatta da ciascuno di loro), tutti e tre portano le stigmate della anticonvenzionalità, quella scelta, non quella subita. Tutti e tre dimostrano di avere il coraggio delle proprie azioni, lo spirito battagliero di chi non deve nulla a nessuno ma tutto ha tirato su con le proprie mani: tutti e tre sono portatori sani del vaccino contro la noia (non solo produttiva).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">Esemplare, in questo, quanto dice<strong> Mikkel</strong> (quello che ha accumulato più miglia aeree “birrarie” di tutti): <em>mi annoio solo quando faccio per la seconda volta la stessa birra: so già cosa aspettarmi e quindi preferisco passare(e pensare) oltre</em>.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/mikkel3.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-11751" title="mikkel3" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/mikkel3.jpeg" alt="" width="184" height="123" /></a> Per questo <em>ho sempre 20 nuove ricette a portata di</em> <em>mano </em>(!), dice lui, e le 76 nuove birre del 2010 assieme alle 94 del 2011 stanno a dimostrarlo. Lo stesso principio sembra aver animato anche<strong> Jeppe,</strong> il fratello che ha seguito solo da un anno e mezzo le orme di Mikkel: dopo aver commercializzato per anni le birre degli altri (con il progetto<strong><span class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"> <a href="http://www.olbutikken.dk/">Ølbutikken</a></span>)</strong> <em>mi è sembrato ovvio il fatto che avrei dovuto iniziare a produrre la mia birra</em> , e le sue birre le ha messe <em>proprio là fuori</em> per vedere <em>cosa la gente pensasse di loro</em>. Una scommessa contro la routine, basata su di una professionalità (commerciale) costruita negli anni; una scommessa produttiva, almeno nelle intenzioni, un po’ meno estrema rispetto a quella del fratello. <em>Non ho intenzione di brassare 70 o più birre in <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/jeppe-mikkeller.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11752" title="jeppe mikkeller" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/jeppe-mikkeller-223x300.jpg" alt="" width="141" height="190" /></a>un anno</em>, dice Jeppe, <em>e voglio continuare a fornire in modo permanente tutte le birre più apprezzate, perché penso che sia importante che la gente possa ritrovare sempre le birre delle quali hanno goduto</em> (<a href="http://www.inbirrerya.com/2012/01/24/danimarca-numeri-da-paura/">visti però i numeri del 2011,</a> anche<em> Jeppe</em> sembra comunque avviato sulla deriva del fratello &#8220;maggiore&#8221;) . Come il fratello (con il suo bar di Copenaghen), anche <em>Jeppe</em> ha scelto la strada del contatto diretto con i propri “clienti”: solo che ha scelto di farlo dall’altra parte dell’Oceano.<span>  </span>In questi giorni infatti<span>  </span>si trova a New York dove prossimamente aprirà un bar di sua proprietà, nel quale le sue birre ovviamente faranno la parte del leone, ma non occuperanno tutte le postazioni: un occhio di riguardo ci sarà per la produzione del fratello Mikkel e di alcuni birrifici americani “fratelli”. Lo stesso <strong>Mikkel</strong> conferma la vocazione americanofila della famiglia: ha da poco stipulato un contratto con la <a href="http://www.drinkdrakes.com/"><strong>Drake Brewery</strong> </a>per produrre presso i suoi stabilimenti di San Leandro (vicino san Francisco) gran parte della birra destinata al mercato americano, che rappresenta quasi il <strong>50%</strong> del budget di vendite di <strong>Mikkeller</strong> (per l’Europa ha fatto lo stesso con <strong>De Proef</strong>).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">Un cambio di vita radicale si prospetta per <em>Jeppe</em>, che si trasferirà dall’altra parte dell&#8217;Oceano; una scelta simile l’ha già fatta <strong>Christian Andersen Skovdal</strong>, che dalla Danimarca è passato al Sud Africa, da dove “rimbalza” spesso in quel di <strong>Fanø</strong> (e dintorni). Lo racconta Christian nella intervista, di come abbia iniziato a brassare ad avanzatempo, per poi utilizzare un impianto raccattato in Inghilterra e<span>  </span>piazzato in una parte del fienile di suo padre. E’ il<span>  </span><strong>2004</strong>, e questo è il “mitico” progetto <a href="http://oelfabrikken.dk/"><strong>Ølfabrikken</strong></a>, il birrificio che per primo sconfigge da quelle parti la noia del bere monomarca e monogusto (Carlsberg aveva fatto terra bruciata). Si allargano, troppo, e la società che fanno nel <strong>2008</strong> <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/christian-skovdal.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11753" title="christian skovdal" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/christian-skovdal-300x248.jpg" alt="" width="213" height="177" /></a>con la <a href="http://gourmetbryggeriet.dk/"><strong>GourmetBryggeriet</strong> </a>lo “costringe” ben presto a fuggire: volevano il business, e per raggiungerlo chiedevano più birra e meno qualità. Sei mesi di stop e poi parte il progetto <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/01/christian-andersen-skovdal-il-birraio-dei-due-mondi/"><strong>Beer Here</strong>, </a>un birrificio privo di impianti propri, animato dalla volontà di <em>fare qualcosa di molto diverso da Ølfabrikken</em>. Interessante l’obiettivo: <em>produrre una gamma di birra che fosse un &#8216;ponte&#8217; tra i bevitori di birra “normali” e i bevitori di birra artigianale, birre gustose, senza essere per forza estreme. </em>Poi non gli è bastato tutto questo, e si è spostato in Sud Africa, dando vita al particolarissimo progetto <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/01/christian-andersen-skovdal-il-birraio-dei-due-mondi/"><strong>Bierwerk</strong></a>, molto interessante nella sua formulazione, ma ancora abbastanza “oscuro”, almeno dalle nostre parti, nella sua realizzazione; anche questo appoggiato, come nella sua migliore tradizione, non ad un proprio impianto, ma a due breweries artigianali di quelle parti (la<strong> Boston Breweries</strong> e la <strong>Camelthorn Brewing Company</strong>).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">Tre birrai, tre danesi cittadini del mondo.</p>

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		<title>I conti in tasca</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 23:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Beerticker è il blog birrario danese che più e meglio tiene d’occhio il mondo produttivo (artigianale e non) del nord Europa: aggiornamenti quotidiani (o quasi), polso della situazione produttiva sempre sotto controllo, una miriade di notizie (quasi una “parcellizzazione”) che “coprono” tutta (o quasi) la scena effervescente e tumultuosa del pianeta-birra scandinavo. Dalle sue pagine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Beerticker</strong> è il blog birrario danese che più e meglio tiene d’occhio il mondo produttivo (artigianale e non) del nord Europa: aggiornamenti quotidiani (o quasi), polso della situazione produttiva sempre sotto controllo, una miriade di notizie (quasi una “parcellizzazione”) che “coprono” tutta (o quasi) la scena effervescente e tumultuosa del pianeta-birra <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/scandinavian-beers.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12051" title="scandinavian beers" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/scandinavian-beers-286x300.jpg" alt="" width="197" height="207" /></a>scandinavo. Dalle sue pagine “devono” passare tutti quei birrifici che vogliono entrare sulla ribalta, da qui sono passati tutti quei birrifici che ad oggi menano la danza da quelle parti:<strong> <a href="http://www.inbirrerya.com/?s=mikkelle">Mikkeller</a></strong> e <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/03/il-gemello-cattivo/"><strong>Evil Twin</strong> </a>rubano spesso la scena, ma vengono tenute assiduamente sotto controllo anche le produzioni di <strong>Nørrebro</strong>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/03/pale-ale-n%C3%B8gne-%C3%B8-bryggeri/"><strong>Nøgne Ø</strong></a>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/19/danimarca-ancora-danimarca/"><strong>Fanø</strong></a>; <em>Christian Andersen Skovdal</em> di <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/01/christian-andersen-skovdal-il-birraio-dei-due-mondi/"><strong>Beer Here</strong> </a>è ospite quasi fisso, come <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/06/16/amager-bryghus-dalla-danimarca/"><strong>Amager</strong></a> e<strong> <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/19/danimarca-ancora-danimarca/">Kissmeyer</a></strong>, solo per fare alcuni nomi. E’ da qui che è passata, per la prima volta, anche la neonata <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/14/sono-arrivati-anche-gli-stronzi/"><strong>Stronzo Brewery</strong></a>, della quale mi sono occupato in passato. D’altra parte la scelta non manca: gli attuali <strong>140</strong> birrifici artigianali danesi non stanno un minuto fermi, e star loro dietro non è compito da poco, in questi ultimi tempi (erano <strong>5</strong> i birrifici in Danimarca nel <strong>1998</strong>, per balzare a <strong>110</strong> nel <strong>2003</strong>, lo ricordo ancora).</p>
<p>Uno degli attori principali della scena birraria danese è, come tutti ormai sanno, <em>Mikkel Borg Biergs</em>ø con il suo birrifcio-non birrificio, che ha aperto e tracciato la strada nel deserto (birrario) di allora. Grande estro, grande estrosità (a volta ci gigioneggia anche un po’ troppo &#8230;..), sterminato portfolio birrario (ripetitivo, dice qualcuno &#8230;), un gran giramondo, visto che si appoggia, per scelta, ai birrifici altrui. In più, un bar, suo, a <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-mikkeller.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12052" title="logo mikkeller" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-mikkeller-300x59.jpg" alt="" width="300" height="59" /></a><em>Versterbro</em>, quartiere di <em>Copenaghen</em>. Niente da dire: ognuno fa le proprie scelte (di vita e di modalità produttiva). Ma queste sue scelte da subito mi hanno fatto scattare in testa una serie di domande, del tipo: ma ci guadagna davvero? O meglio, quanto ci guadagna da tutto questo tourbillon? Il gioco gli vale la candela? Alla fine, quanta birra produce in fondo all’anno? Fino ad “ieri” tutte queste domande sono rimaste senza risposta: fino a ieri, perché<a href="http://beerticker.dk/mikkeller-omsatte-for-275-mio-kr-i-2011-37603"> ci ha pensato <strong>Beerticker</strong> a fornire la risposta “ufficiale”</a>.</p>
<p>Citando la fonte ufficiale (e cioè <em>Mikkel</em> in persona), il blog birarrio danese ha snocciolato i seguenti numeri:</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Fatturato</span>:</strong></p>
<ul>
<li><strong>2011</strong>: ca. 27,5 mio. kr.</li>
<li><strong>2010</strong>: 14,8 mio. kr.</li>
<li><strong>2009</strong>: 5,8 mio. kr.</li>
<li><strong>2008</strong>: 3,5 mio. kr.</li>
<li><strong>2007</strong>: 2,0 mio. kr.</li>
<li><strong>2006</strong>: 0,95 mio. kr.</li>
</ul>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Litri prodotti</span>:</strong></p>
<ul>
<li><strong>2011</strong>: 698.317 l</li>
<li><strong>2010</strong>: 407.878 l</li>
<li><strong>2009</strong>: 169.067 l</li>
<li><strong>2008</strong>: 83.650 l</li>
<li><strong>2007</strong>: 72.667 l</li>
<li><strong>2006</strong>: 25.780 l</li>
</ul>
<p>Numeri in crescita esponenziale, dunque, un vero e proprio boom negli ultimi tre anni, sia dal punto di vista dei litri prodotti che del fatturato, espresso in corone danesi. Il cambio attuale fra corona danese ed euro è<strong> 1 kr. = 0,1345 €,</strong> quindi i conti si fa presto a farli: se il convertitore on-line ha fatto bene il suo lavoro, dovrebbero essere all’incirca <strong>3,5</strong> milioni di €. E’ il fatturato, questo: è tanto, poco, abbastanza, per tutto lo sbattimento al quale <em>Mikkel</em> si sottopone (volontariamente)? E’ correttamente proporzionato al numero di litri prodotti? La sua birra è cara, al litro?  Quelli del mestiere possono rispondere con maggior cognizione di causa: solo chi la fa, la birra, capisce quanto &#8220;costa&#8221;, il farla. I numeri a disposizione sono comunque questi (e non sono stati finora smentiti), non so se siano sufficienti a rendere chiaro il quadro: però sono numeri, ufficiali. E non si trovano spesso questi numeri on-line: pochissimi birrifici lo fanno. A pelle, pensavo meno (di litri prodotti) e credevo di più (di fatturato, visto il prezzo che talvolta raggiungono le sue bottiglie di birra). Ma mi posso sbagliare. E comunque è una notizia: finalmente si è alzato un po’ di più il sipario sull’ “universo <strong>Mikkeller</strong>”.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/lOGO-De-Proef-Logo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12053" title="lOGO De-Proef-Logo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/lOGO-De-Proef-Logo-259x300.jpg" alt="" width="158" height="184" /></a>Che, per finire, ha deciso (forse dopo essersi sfiancato a forza di andare da una parte all’altra) di scegliersi due partner produttivi “stabili”, presso i quali brassare la maggior parte delle proprie birre. Si tratta di <a href="http://www.proefbrouwerij.com/"><strong>De Proef,</strong> </a>per la produzione destinata all’Europa, e della californiana<strong> <a href="http://www.drinkdrakes.com/">Drake Brewing</a></strong><a href="http://www.drinkdrakes.com/">, </a>che si curerà della produzione/distribuzione delle birre destinate al mercato americano (che nel <strong>2010</strong> ha assorbito il <strong>50%</strong> delle esportazioni di <strong>Mikkeller</strong>). Vedremo presto se tutto ciò è vero, e quanto dura: quando uno è zingaro nell’anima ….</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-Drake-brewing.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12054" title="logo Drake brewing" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-Drake-brewing-300x205.png" alt="" width="215" height="147" /></a></p>

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		<title>Danimarca, numeri &#8220;da paura&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 23:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Primo di quattro post consecutivi dedicati al “magico mondo” della birra in Danimarca (e dintorni), il posto nel quale, in Europa, la passione per il fare (e il bere) birra sembra non aver tregua, in questi ultimi anni. Impressionanti le statistiche birrarie riferite all’appena trascorso anno produttivo 2011: sembra davvero che in Danimarca ci sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Primo di quattro post consecutivi dedicati al “magico mondo” della birra in Danimarca (e dintorni), il posto nel quale, in Europa, la passione per il fare (e il bere) birra sembra non aver tregua, in questi ultimi anni. Impressionanti le statistiche birrarie riferite all’appena trascorso<strong> anno produttivo 2011:</strong> sembra davvero che in Danimarca ci sia passato un vero e proprio <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/DAN2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12098" title="DAN" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/DAN2.jpg" alt="" width="124" height="124" /></a>tsunami birrario. Le hanno contate tutte (<a href="http://beerticker.dk/mikkeller-kom-i-2011-med-94-nye-oel-37851">e chi le ha contate è davvero degno di fiducia</a>) e il risultato finale è stato <strong>616</strong>. Sono queste, <strong>616</strong>, le nuove birre che in Danimarca, lo scorso anno, sono state immesse nel canale della vendita al dettaglio. Vendute in Danimarca, ma, soprattutto, brassate in Danimarca, ex-novo. Pensavo che fosse un risultato stratosferico (e anche un po’ “illogico”, devo dire, visto che in Danimarca <a href="http://www.indexmundi.com/it/danimarca/popolazione_profilo.html">ci abitano solo 5,5 milioni di persone</a>), ma nel <strong>2008</strong> le birre nuove furono la “bellezza” di <strong>647</strong> ! Per comodità di consultazione, qui di seguito la lista delle novità birrarie danesi anno per anno degli ultimi 13 anni:</p>
<ul>
<li><strong>1999:</strong> 17</li>
<li><strong>2000</strong>: 15</li>
<li><strong>2001</strong>: 21</li>
<li><strong>2002</strong>: 30</li>
<li><strong>2003</strong>: 54</li>
<li><strong>2004</strong>: 82</li>
<li><strong>2005</strong>: 234</li>
<li><strong>2006:</strong> 506</li>
<li><strong>2007</strong>: 556</li>
<li><strong>2008</strong>: 647</li>
<li><strong>2009</strong>: 604</li>
<li><strong>2010</strong>: 590</li>
<li><strong>2011</strong>: 616</li>
</ul>
<p><strong>3.919</strong> nuove birre negli ultimi dieci anni, <strong>3.519</strong> delle quali a partire dal solo<strong> 2006, 4.000</strong> dal <strong>1999</strong>. Una cifra enorme: tutte necessarie? Quante di queste, poi, sono rimaste stabilmente sul mercato? Quanti di queste sono solo dei &#8220;cloni&#8221; o versioni variamnete barricate di birre già preesistenti (a loro piace molto &#8220;fare così&#8221;)? Manca, a questo riguardo, una statistica ufficiale. Quella che non manca, invece è la classifica che riguarda i birrifici che più, in Danimarca, hanno contribuito a rimpolpare il portfolio delle novità birraie danesi:</p>
<ul>
<li>94: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/mikkeller/5675/">Mikkeller</a></li>
<li>35: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/det-lille-bryggeri-roskilde-ol/7817/">Det Lille Bryggheri</a></li>
<li>26: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/evil-twin-brewing/11645/">Evil Twin</a></li>
<li>24: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/norrebro-bryghus/3992/">Nørrebro Bryggeri</a>  (incluso Baldersbrønde Bryggeri)</li>
<li>19: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/raasted-bryghus/6254/">Raasted Bryghus</a></li>
<li>16: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/grassroots-brewing/11094/">Grassroots</a></li>
<li>13: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/amager-bryghus/8189/">Amager Bryghus</a></li>
<li>13: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/bryggeriet-apollo/1234/">Apollo Bryggeriet</a></li>
<li>13: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/croocked-moon-brewing/10378/">Croocked Moon Brewing</a></li>
<li>12: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/beer-here/10032/">Beer Here</a></li>
<li>11: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/hornbeer/9545/">Hornbeer</a></li>
<li>11: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers//kolding-bryglaug/9242/">Kolding Bryglaug</a></li>
<li>11: <a href="http://www.ratebeer.com/brewers//svaneke-bryghus/2549/">Svaneke Brygus</a></li>
</ul>
<p>Difficile pensare a qualcosa di simile: <a href="http://www.inbirrerya.com/?s=mikkeller"><strong>Mikkeller</strong>, </a>in un solo anno ha brassato <strong>94 nuove birre</strong> (nel <strong>2010</strong> erano state “solo” <strong>76</strong>, nel <strong>2009</strong> ne fece <strong>65</strong>, di nuove) e se vi si aggiungono le <strong>18</strong> che ha brassato in collaborazione con qualcun altro, il totale sale a <strong>112</strong>, sempre solo in un anno. Si potrebbero sprecare molte parole, oppure neanche una, su <em>Mikkel</em> e il suo modo di pensare e fare birra: si può dire, comunque<em>, Mikkel</em> è coerente con se stesso. Ma ci ritorneremo sopra domani, in un post a lui <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-fano-2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12099" title="logo fano 2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/logo-fano-2-300x167.jpg" alt="" width="247" height="137" /></a>dedicato. Tutti gli altri, in Danimarca, lo seguono molto da lontano. Promette bene il fratellino di<em> Mikkel</em>, <em>Jeppe</em>, che con la “sua” <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/03/il-gemello-cattivo/"><strong>Evil Twin</strong></a> si sta già dasndo molto da fare (<strong>26</strong> nuove birre lanciate nel <strong>2011,</strong> ad un solo anno dall’apertura ufficiale del progetto produttivo). Come pure <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/12/15/grassroots-brewing-che-fantasma/"><strong>Grassroots</strong></a> (<strong>16</strong>), il progetto parallelo dell’americano <em>Shaun Hill</em> che fa produrre in quel di<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/19/danimarca-ancora-danimarca/"> <strong>Fanø</strong></a>, dal collega/amico/socio <em>Ryan Witter-Merithew</em>, le birre raccolte sotto questa ragione sociale. Lo stesso <em>Ryan</em>, il mastro birraio della stessa <strong>Fanø</strong>, producendo, presso i propri impianti, oltre alle proprie birre, anche alcune di quelle di <strong>Grassroots</strong>, <strong>Croocked Moon, Evil Twin, Kissmeyer, Mikkeller, Tres Amigos e Stillwater</strong>, alla fine tallona “personalmente” <em>Mikkel</em> nella classifica dei birrai più prolifici (saranno almeno <strong>35</strong> le birre nuove brassate da <em>Ryan</em> nello scorso anno). Anche <strong>Nørrebro</strong> e <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/01/christian-andersen-skovdal-il-birraio-dei-due-mondi/"><strong>Beer Here</strong></a> non stanno a guardare, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/06/16/amager-bryghus-dalla-danimarca/"><strong>Amager</strong></a> ne ha fatte comunque <strong>13</strong>, mentre non conosco per niente alcune delle brewery sopra elencate, compresa la <strong>Det Lille</strong>, che da sola ne ha sfornate ben <strong>35</strong>, di nuove birre. Che saranno anche <em>one shot</em>, che saranno anche molto simili tra loro (intendo tutte le <strong>616</strong> nuove birre danesi di quest’anno), ma che comunque sono sul mercato. Chissà se c’è verso sapere quante nuove birre sono state presentate ex-novo sul mercato della birra artigianale in Italia quest’anno? Sarebbe un interessante confronto.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Le tre migliori</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 23:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come al solito, per le feste di natale, assaggi e bevute in ordine più o meno sparso di winter warmer, le birre di questo periodo: non tutto buonissimo, non tutto apprezzabile, ma alcune birre davvero ottime. Nella mia personalissima classifica, qui di seguito le tre birre italiane sul podio, per quest&#8217;anno, fra le christmas beer. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come al solito, per le feste di natale, assaggi e bevute in ordine più o meno sparso di <span style="text-decoration: underline;"><em>winter warmer</em></span>, le birre di questo periodo: non tutto buonissimo, non tutto apprezzabile, ma alcune birre davvero ottime. Nella mia personalissima classifica, qui di seguito le tre birre italiane sul podio, per quest&#8217;anno, fra le <span style="text-decoration: underline;"><em>christmas beer</em></span>.</p>
<p><em><strong>Extraomnes kerst</strong></em></p>
<p>Non è un clone (belga), è una creazione &#8220;originale&#8221; di <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/03/09/extraomnes-cave-canem-e-schigi/">Schigi e della sua banda</a>: la testa di questa birra è sicuramente in Belgio (mi viene in mente, quale possibile punto di riferimento, la <em><strong>Avec</strong></em> della <strong>Dupont</strong>), ma la fantasia nostrana le ha aggiunto una livrea del tutto specifica. E&#8217; una birra che combatte la noia (con la quale si deve fare i conti quando, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/extraomnes-kerst2.jpg.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11951" title="extraomnes kerst2.jpg" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/extraomnes-kerst2.jpg-300x281.png" alt="" width="195" height="184" /></a>appunto, ci si imbatte in un qualsiasi clone di una qualunque cosa), è elegante, piacevole e relativamente vivace. E&#8217; birra che &#8220;si muove&#8221;, nel bicchiere e nella testa. Bionda aranciata, delicatamente opalescente, tanto lievito che scivola nel bicchiere, un sacco di frutta e di spezie all&#8217;aroma (pera, pesca, chiodi di garofano, coriandolo &#8230;), delicatamente sprigionato da una bella testa di schiuma, corposa e stabilmente &#8220;operativa&#8221;. E&#8217; alcolica, sagacemente e subdolamente alcolica, in bocca è dolce di marzapane, carica di zuccheri e allo stesso tempo asprigna come il <a href="http://sommeliermassimo.blogspot.com/2009/11/il-giulebbe-del-nuovo-mondo.html">giulebbe</a>; anche al palato ci si sente l&#8217;Oriente, speziata quanto basta, con una debole acidità che ne contorna il finale. Più strong che triple, è il Belgio nel bicchiere: ma siamo in Italia, a Marnate, nuova provincia brassicola del Belgio. Una birra con &#8220;dedica&#8221;, in pieno stile schigiano, per leggere la quale mi ci sono sbattezzato (salvo poi trovarmela spiattellata su una moltitudine di siti web); dedica che si è meritata un contrappasso e un&#8217;appendice, i cui frutti si potranno apprezzare al prossimo IBF di Milano ( dove porteranno il nome di <em><strong>Tainted Love</strong></em>). Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 10,12% vol.; © Alberto Laschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Maltus Faber Birra di Natale</strong></em></p>
<p>L&#8217;abv di prammatica (per birre di questo stile): <strong>8%</strong> vol. alc. La struttura necessaria (tanto malto, un luppolo discreto, una speziatura delicata). Il finale dovuto (correttamente riscaldante). Questo lo &#8220;schema&#8221; della birra di Natale di Fausto e Massimo, <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/11/10/maltus-faber-birrificio-in-genova/">birrai in Genova</a>, che quest&#8217;anno ho trovato ancor più delicata e amabilmente complessa dello scorso anno. Ci <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Maltus-faber-birranatale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11952" title="Maltus faber birranatale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/Maltus-faber-birranatale-161x300.jpg" alt="" width="116" height="217" /></a>sono andati con il calibro, a smussarne angoli e spigoli per costruirne una versione ancor più raffinata della già ottima precedente edizione: ha un carattere delicato e speziato, con la componente alcolica gradevolmente latente, rimpiazzata (o affiancata, meglio) da un bel bilanciamento malti/luppoli e da un apprezzabilissimo spettro olfattivo e degusativo piccante di spezie (coriandolo, mi sembra). E&#8217; rotonda, ha una schiuma che tanto di cappello, è frizzante quel tanto che basta, ha la persistenza che vorresti trovare sempre nelle birre di qualità e un finale che la trattiene a lungo dalle tue parti. Nessuna estremizzazione, nessuna marcatura del territorio (birrario) con qualcosa di troppo: l&#8217;equilibrio del tutto nella correttezza di ciascuna delle sue componenti, con il caramello biscottato che si riserva una leggera preminenza sul tutto. Anche qui la testa è in Belgio, anche in questo caso guai a parlare di clone. Ma anche in questo caso siamo in Italia. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 8% vol.;  © Alberto Laschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Olmaia Christmas Duck vers. 2011</strong></em></p>
<p>Nella versione precedente della sua birra di Natale<em> Moreno</em> ci metteva il miele di olmo; in questa invece ci ha messo la Melata di bosco. Che cosa sia, lo faccio dire a <a href="http://www.apifranco.it/melata.html">chi se ne intende più di me</a>: <em>la melata, sorellastra buona e salutare del <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/olmaia-christmas-duck.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11954" title="olmaia christmas duck" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/olmaia-christmas-duck-240x300.png" alt="" width="223" height="280" /></a>miele, è la sostanza prodotta dal metabolismo degli afidi, ed altri piccoli insetti, che succhiano la linfa dalle foglie delle piante. Le api raccolgono questa sostanza zuccherina e la elaborano trasformandola in miele di melata, molto ricca di sostanze minerali, potassio, fosforo, ferro. Il sapore di questo miele è un pò meno dolce rispetto ai mieli di nettare ed è caratteristico con il suo retrogusto di corteccia, terra e zucchero. </em>Non ho assaggiato la precedente versione, e quindi non posso fare paragoni: posso e devo dire, però, che la <em><strong>Christams Duck</strong></em> dell&#8217;Olmaia di quest&#8217;anno è davvero, davvero piacevole e ben fatta.<em> Ratebeer</em> la classifica come una <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong ale</em></span><em>, </em>ma è la meno belga delle tre italiane di Natale: è una birra rustica e ruspante della <a href="http://birrificioolmaia.weebly.com/index.html">Val d&#8217;Orcia,</a> davvero, una birra pensata con la testa &#8220;di qua&#8221;, più che in  Belgio. E&#8217; bruna, dalla bella testa di schiuma fine e cremosa, una birra &#8220;asciugata dal miele&#8221;, più che &#8220;appiccicosa di miele&#8221;. Bello davvero l&#8217;effetto asciutto, ruvido, legnoso e terragno che la melata di bosco regala a questa birra, molto frizzante e molto dissetante, a dispetto dei suoi pur ragguardevoli <strong>8,5%</strong> di vol. alc. Spicca la latenza della caramellosità, in questa birra, e la prevalenza della ruvidità, che le regalano un&#8217;estrema pulizia e una assoluta mancanza di strascichi gustativi indesiderati (e indesiderabili). Birra che si fa bere e ribere, giustificando in questo modo il suo nome: la &#8220;nana&#8221; di Natale infatti porta questo nome perchè dalle parti di Moreno quando uno alza un po&#8217; il gomito dicono che abbia &#8220;la nana&#8221;. Cosa che può sicuramente sopravvenire, se non si applica il limitatore di giri allo sbicchieramento di questa ottima birra. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 8,5% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>Le tre galline di The Bruery</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 23:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa volta non mi sono fatto sorprendere, e l’ho bevuta nel momento canonico; non come l’altra (la 2 Turtle Doves), che pur essendo pensata per il periodo natalizio, l’ho bevuta per Pasqua. Nel periodo giusto, ma con un anno di ritardo, però. Sto parlando della 3 French Hens, la belgian strong dark ale con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta non mi sono fatto sorprendere, e l’ho bevuta nel momento canonico; non come l’altra (la<em><strong> 2 Turtle Doves</strong></em>), che pur essendo pensata per il periodo natalizio, l’ho bevuta per Pasqua. Nel periodo giusto, ma con un anno di ritardo, però. Sto parlando della<em><strong> 3 French Hens,</strong></em> la <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong dark ale</em></span> con la quale l’americana <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/12/16/the-bruery-in-birrerya-con-la-saison-rue/"><strong>The Bruery</strong> </a>ha omaggiato le <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/The-bruery-two-turtle-doves.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11836" title="The bruery-two-turtle-doves" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/The-bruery-two-turtle-doves-300x254.png" alt="" width="165" height="139" /></a>festività natalizie dello scorso <strong>2009</strong>: ma non ci dovevano essere comunque problemi, visto che la casa madre ne garantisce integrità e bevibilità per ben 9 anni dalla sua data di confezionamento. Interessante progetto, quello della brewery americana, che, partendo dal <strong>2008</strong> ha schedulato la produzione di <strong>12 birre natalizie</strong>, una per anno, legandone la produzione alla canzone natalizie inglese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Twelve_Days_of_Christmas"><span style="text-decoration: underline;"><em>Twelve days of Christmas</em></span>, </a>nella quale il narratore/cantante descrive i doni che gli vengono offerti dal suo vero amore in ciascuno dei dodici giorni di Natale. Per ora ho “saltato” la prima delle quattro già prodotte, la <em><strong>Partridge in a Pear Tree</strong></em> (<em>la pernice in un pero</em>), pernice che simboleggia Gesù, che si finge ferito per attirare i predatori verso di sé, distogliendoli dai figlioletti indifesi nel nido, una <span style="text-decoration: underline;"><em> abt/quadrupel</em></span>; ho bevuta la seconda e la terza, mi metterò presto in caccia della quarta, la <em><strong>4 Calling Birds</strong></em> (i quattro uccelli rappresenterebbero i quattro Vangeli che proclamano la parola di Dio), brassata per le festività natalizie di quest’anno, un’altra<span style="text-decoration: underline;"><em> belgian strong dark ale</em></span> brassata con l’aggiunta di spezie.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/bruery-birre-natale-bruery1.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11835" title="bruery birre natale bruery" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/bruery-birre-natale-bruery1-300x82.png" alt="" width="482" height="132" /></a></p>
<p>La <em><strong>3 French Hens</strong></em> (le<em> tre galline francesi</em>, ovvero, allegoricamente, fede/speranza/carità, le tre virtù teologali) e la <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/04/22/2-turtle-doves-una-birra-di-natale-a-pasqua/"> <strong><em>2 Turtle Doves</em></strong> </a>sono due capitoli dello stesso libro (birrario): la differenza fra le due (a favore della <em><strong>3 French</strong></em>) è data, penso, dalla diversità della composizione. La “<em>birra delle galline</em>” è composta al <strong>75%</strong> di birra fatta maturare nei classici tini di acciaio, mentre il restante <strong>25%</strong> ha vissuto il suo periodo di maturazione all’interno di botti di rovere francese. Il<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/The-Bruery-Three-French-Hens-2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11837" title="The Bruery Three French Hens 2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/The-Bruery-Three-French-Hens-2-225x300.jpg" alt="" width="184" height="246" /></a> risultato finale (ottimo) di questo blend è stato una sconfitta, o meglio, <strong>“la”</strong> sconfitta. Molto spesso le <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong ale</em></span> made in USA hanno il proprio tallone d’Achille nella loro intrinseca dolcezza stucchevole: anche la <em><strong>2 Turtles</strong></em> c’era andata molto vicina. La <em><strong>3 French</strong></em> invece, no: il blend ha sconfitto, o quanto meno decisamente allontanato lo spettro della mappazza alcolica al sapore di zucchero candito. E’ robusta (sono per sempre <strong>10°</strong> alcolici) e sostenuta, ma ha uno spettro gustativo alquanto ampio, decisamente speziato (zenzero e pane speziato), pungente quanto basta, fatto di una tostatura di malti sagace e di una bella nota legnosa, di legno fresco e schioccante. La vaniglia compare, in tutto ciò, ma resta relativamente ai margini, lasciando molto spazio ad un profilo più “vinoso” che maltato. Era comunque già cominciata bene, la degustazione , con un naso molto simile a quello di un panettone, con zucchero candito, pain d’Epices, alcool caldo e riscaldante che guidano il naso (e il cervello) in posti decisamente gradevoli. Colore marrone mogano, un IBU che si mantiene stabile sui <strong>25</strong>, una frizzantezza decisamente non banale, completano il profilo definitivo di questa birra, sorprendentemente pulita e asciutta nel suo finale, che la fa ricordare, piacevolmente, a lungo. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 10% vol.; © <em>Alberto Laschi</em></p>

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		<title>Una torta e due porter</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 23:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La torta è (era) al cioccolato, le porter tutte e due made in Danimarca, l&#8217;abbinamento, a detta dei partecipanti, veramente riuscito. Bella serata, buonissima la torta, ottime entrambe le birre. Spero di fare cosa gradita nello scrivere per prima la ricetta di questa torta al cioccolato, che a casa mia viene chiamata &#8220;torta bassa al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La torta è (era) al cioccolato, le <span style="text-decoration: underline;"><em>porter</em></span> tutte e due made in Danimarca, l&#8217;abbinamento, a detta dei partecipanti, veramente riuscito. Bella serata, buonissima la torta, ottime entrambe le birre. Spero di fare cosa gradita nello scrivere per prima la ricetta di questa torta al cioccolato, che a casa mia viene chiamata &#8220;<em>torta bassa al cioccolato</em>&#8220;, visto che la sua altezza finale non supera le due dita (in orizzontale):</p>
<p><em>300 gr. di cioccolato fondente</em></p>
<p><em>100 gr. di zucchero</em></p>
<p><em>4 uova</em></p>
<p><em>2-3 cucchiai di farina</em></p>
<p><em>130 gr. di burro</em></p>
<p>Semplicissima la procedura: sciogliere a fuoco basso il cioccolato assieme al burro, aggiungendo poi lo zucchero; una volta amalgamato il tutto, aggiungere le uova, 1 tuorlo alla volta, continuando a mescolare il tutto. Una volta che il composto ha raggiunto la giusta consistenza, aggiungere anche la farina, avendo cura che non si formino grumi nell&#8217;impasto; in ultimo, aggiungere le chiare delle quattro uova montate a neve. Mettere il tutto in una teglia (bassa) imburrata, infilare in forno e tenercela a 170°- 180° per 20 minuti. Il risultato è una sorta di &#8220;schiacciata&#8221; soffice alla cioccolata, decisamente ricca di calorie, ma non pesante e non eccessivamente &#8220;cioccolatosa&#8221;, dalla giusta consistenza e dal giusto grado di &#8220;saturazione&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/beerhere-morke.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11867" title="beerhere morke" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/beerhere-morke-300x148.png" alt="" width="300" height="148" /></a></p>
<p>Le birre scelte per l&#8217; bbinamento? Una <em><strong>Mikkeller X-Mas Porter Fra Til</strong></em> e una <em><strong>Beer Here Mørke Pumpernickel Porter</strong></em>, dalla quasi identica gradazione alcolica (<strong>8%</strong> vol. per la prima, <strong>7,5%</strong> vol. per la seconda): entrambe hanno svolto molto bene il  lavoro per il quale erano state chiamate in causa, che era quello di ripulire bocca e palato, esposti al possibile rischio di saturazione. La <em><strong>Mikkeller</strong></em> era quella dell&#8217;edizione <strong>2008</strong>, una <span style="text-decoration: underline;"><em>imperial porter</em></span> decisamente speziata, robusta di malti (<em>Pale, Smoked, Cara-Crystal, Brown e Chocolate</em>) e decisamente pungente di luppoli <em>(Amarillo, Saaz e Cascade,</em> più apprezzabili al gusto rispetto all’aroma) e spezie (<em>anice stellato, cannella, semi di coriandolo e chiodi di garofano</em>). La <em><strong>Mørke</strong></em> di <em>Christian Andersen Skovdal</em> ha già nel nome la sua &#8220;sostanza&#8221;: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pumpernickel"><em>pumpernickel</em>,</a> infatti è il nome di un tipo di pane a base di sola farina integrale di segale, tipico della cucina della Vestfalia. L&#8217;idea di<em> Christian</em> è stata quella di creare una birra che avesse caratteristiche simili a quel pane: scura, speziata, moderatamente abboccata. Per tradurla in pratica ha usato, brassandola negli impianti degli &#8220;amici&#8221; di <strong>Nøgne Ø</strong>, malto, segale, zucchero scuro candito, semi di finocchio e una piccola percentuale di luppolo. Più spigolosa la <em><strong>Fra Til</strong></em>, più morbida, rotonda e vellutata la <em><strong>Mørke</strong></em>; entrambe poco &#8220;cioccolatose&#8221;,  non eccessive, in entrambi le note di caffè e/o polvere di caffè che spesso invece caratterizzano le porter. Si avverte maggiormente la speziatura nella birra di <strong>Mikkeller</strong>; i semi di finocchio, invece, non emergono in quella di <strong>Beer Here</strong>, che  si rivela molto cremosa e vellutata, senza picchi di sapori/aromi oltre a quelli dati dai malti e dalla segale. Nella <em><strong>Fra Til</strong></em>, a lungo andare, emerge anche una leggera nota di salamoia (più tipica delle stout che delle porter) che disturba un poco (non so se attribuibile al prolungato periodo di maturazione in bottiglia). Molto lunga la persistenza di entrambe, diametralmente opposto il finale: asciutto, secco e marcatamente amaricante quella della <em><strong>F</strong><strong>ra Til,</strong></em> sontuosamente delicato quello della <em><strong>Mørke</strong></em>, solo leggermente screziato dalla ruvidità della segale. Tutte e due color marrone mogano, tutte e due dotate della schiuma fine e cremosa d&#8217;ordinanza, in tutte e due la carbonazione, moderata ed equilibrata, non distrae nè strapazza. Due ottime birre, ben pensate e ben fatte, con mezzo punto in più, nella valutazione finale, per la  <em><strong>Mørke. </strong></em>La morbidezza, in questo caso, paga.<em><strong></strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/mikkeller-Fra-til.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11868" title="mikkeller Fra til" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/01/mikkeller-Fra-til-300x223.jpg" alt="" width="248" height="185" /></a><br />
</strong></em></p>

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