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	<title>inbirrerya &#187; East Kent Golding</title>
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		<title>Italians do it bi(e)tter</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 23:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brewfist-+-rurale.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11448" title="brewfist + rurale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brewfist-+-rurale-300x179.png" alt="" width="247" height="147" /></a>E&#8217; uno dei capisaldi della tradizione brassicola anglosassone, suscita ricordi e rimpianti plurimi, è indissolubilmente legata al concetto di pinta, è l&#8217;amaro che invoglia. Le <span style="text-decoration: underline;"><em>Bitter ale</em></span>s, che &#8220;come le facevano una volta&#8221; non le fanno più, o quasi, non solo in Inghilterra; ma mai dire mai. Si racconta in giro di nuovi e giovani birrai inglesi che c&#8217;hanno &#8220;ripreso la mano&#8221; nel farle come devono essere fatte (e come lo erano fatte); e anche di italiani che ci hanno saputo e ci sanno fare. E&#8217; il caso di  <em>Pietro di Pilato</em> del <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/"><strong>Brewfist</strong></a> e di <em>Lorenzo Guarino</em> del <strong><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/10/05/birrificio-rurale-con-la-sua-seta/">Birrificio Rurale</a>.</strong> A loro il mio personale premio (assieme alla coppia <em>Carilli/Allo</em> di <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/04/gli-italiani-al-villaggio-toccalmatto/"><strong>Toccalmatto</strong></a>, ora &#8220;scissa&#8221;) di miglior birrai &#8220;inglesi&#8221; in Italia, almeno per quanto riguarda la sezione<em> bitter.</em></p>
<p>Il <a href="http://www.camra.org.uk/"><strong>CAMRA</strong>,</a> quelli del <strong>Brewfist</strong>, li dovrebbe tenere davvero d’occhio: una <em><span style="text-decoration: underline;">premium bitter</span></em> come la <strong><em>Jale</em></strong> di Codogno, soprattutto se spillata a pompa (come è capitato a me) è davvero un’ottima re-incarnazione del concetto di <em>Real Ale</em>, una di quelle tipologie birrarie più amate e più “protette” da quelli del <strong>CAMRA</strong>, appunto. Un anno e mezzo appena di vita, e già cinque birre, una migliore dell’altra, tutte sempre a posto, tutte molto curate, tutte molto apprezzate, in giro, anche per il loro correttissimo rapporto qualità/prezzo (uno dei pochissimi birrifici italiani che ce l’ha fatta). La <strong><em>Jale </em></strong>era quella che mi mancava, dopo aver già assaggiato<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/"> <strong><em>24K</em></strong></a>, <strong><em><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/">Fear</a>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/">Space Man</a>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/12/un-giovanissimo-birrificio-italiano-brewfist/">Burocracy</a></em></strong>, e come, per me, la <strong><em>Burocracy </em></strong> la si può <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/BrewFist-Jale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11449" title="BrewFist-Jale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/BrewFist-Jale-300x283.jpg" alt="" width="230" height="217" /></a>considerare una delle migliori (se non la migliore) <em><span style="text-decoration: underline;">ipa</span></em> italiana, così la <strong><em>Jale </em></strong>è, sempre per me, una delle migliori <em><span style="text-decoration: underline;">bitter</span></em> delle nostre parti, al pari della<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/11/in-giro-per-birre/"> <strong><em>Stray Dog</em></strong> </a>di <strong>Toccalmatto</strong> e della <strong><em>Milady</em></strong> del <strong>Birrificio Rurale</strong>. Una birra pensata all’inglese, una birra brassata all’inglese (del resto, l’aver lavorato alla <strong>Fuller’s</strong> un po’ di imprinting l’avrà pure lasciato …), con una solida e armonica base maltata (<em>Maris Otter, Crystal, Chocolate, Monaco</em>) e un grande sfoggio di luppoli albionici (<em>challenger, first gold, bramling cross, east kent golding</em>), una birra da “spillare” all’inglese. Aggiungere CO2 la snaturerebbe, spillata a pompa racconta di banconi lucidi e affollati, di publicans attempati, di atmosfere retrò. L’ambrato doveroso e necessario, un (quasi insolito, per questo stile) cappello di schiuma compatto e cremoso, un naso non ricchissimo, ma caratterizzato più dal malto/caramello che dall’erbaceo/speziato. E’ in bocca che  da il meglio di sé: robusta, rotonda ma anche impegnativa, ruvida e un po’ scortese, poco accomodante. Se volevi l’amarezza, con la <strong><em>Jale,</em></strong> la trovi, a grandi dosi: un’amarezza asciutta e screziata, quasi solida, che pizzica a lungo lingua e palato, che si deposita sul fondo della lingua e, soprattutto, in testa. Te la ricordi a lungo, perché l’amaro, fisicamente, ci mette tanto a mollare; e te la ricordi con gusto e con piacere, perché ti sei (ri)trovato di fronte ad un pezzetto della vecchia Inghilterra, una volta popolata di birre così ben fatte, e ad un pezzetto della tradizione birraria che appartiene, per fortuna, non solo a quel popolo. Non voglio berla in bottiglia. Assaggiata spillata a pompa; alc. 5,6% vol. (IBU 40); © Alberto Laschi</p>
<p>Invece di “<em>famola strana</em>”, quelli del <strong>Rurale</strong> si son detti: “<em>famola semplice</em>”. Ed è saltata fuori la <strong><em>Milady</em></strong> che, come suggerisce il nome, tradisce elegantemente la sua origine inglese. E’ una <em><span style="text-decoration: underline;">premium bitter</span></em> “semplice” ma assolutamente non “ordinaria”: è uno di quei pochi ma, per fortuna, non pochissimi, indispensabili casi nei quali la semplicità assume la caratteristica di pregio e non di difetto. Certo, è birra che non regalerà sensazioni spettacolari agli amanti delle birre strutturate  o “ricercate”, ma è birra che, invece, regalerà la sensazione “definitiva” di beverinità e semplicità; una bitter<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Rurale-Milady.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11450" title="Rurale Milady" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Rurale-Milady-300x99.jpg" alt="" width="333" height="110" /></a> ale spostata quasi totalmente nel territorio delle <em>session beers.</em> È ambrata, è “profumata” (non tanto di malto quanto di luppolo erbaceo), ha una bella schiuma, sufficientemente compatta e, soprattutto, regala tanto al palato. Il <em>Maris Otter</em> impiegato le regala una delicata dolcezza e morbidezza, che costituisce la piattaforma dalla quale poi si stacca tutta la bella e ricca componente luppolata, molto, molto british. Luppolata senza esagerare (molto meno strong bitter di quanto la classificazione ufficiale recita), con un floreale che fa capolino nella parte finale della bevuta, mai noiosa o monocorde. E’ rotonda, il moderato grado alcolico (<strong>5,5%</strong> abv) incrementa ulteriormente questo aspetto piacevolmente beverina, una frizzantezza mai invasiva la ripulisce e la vivacizza quanto basta. Il sito del <strong>Rurale</strong>, nel descriverla, mette sull’avviso: il carattere sinuoso e insinuante di questa birra “<em>può stregare e creare dipendenza</em>”. E’ vero: con me ce l’ha fatta. Indovinatissimo il formato da <strong>0,50</strong> cl.; <strong>0,33</strong> sarebbero stati davvero troppo pochi. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 5,5% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>Sibilla e T.I.P.A., due &#8220;tipe&#8221; da Villaggio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 06:55:28 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Sibilla, Toccalmatto</strong></em></p>
<p>Ci sono arrivato tardi, ma ci sono arrivato, alla <em><strong>Sibilla</strong></em>, la <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/08/09/le-bieres-de-saison/"><em>saison</em></a> del <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/04/gli-italiani-al-villaggio-toccalmatto/"><em>Toccalmatto</em></a>. E me ne sono pentito. Pentito del fatto di esserci arrivato così ”tardi”. Se n’erano accorti altri molto prima di me (e con molti più titoli di me per farlo). Sono stati i giudici dell<a href="http://www.ibc-awards.com/"><em>&#8216;International Beer Challenge 2010</em></a>, tenutosi a <em>Londra</em>, a tributarle il &#8220;doveroso&#8221; riconoscimento della medaglia d&#8217;oro, in una edizione del premio che ha visto l&#8217;Emilia sugli scudi: delle <a href="http://www.ibc-awards.com/_resources/IBC_2010_Awards.pdf">24 medaglie d&#8217;oro assegnate</a>, infatti, ben <strong>6 </strong>sono state attribuite a birre italiane, <strong>4</strong> delle quali brassate in Emilia (<em>Toccalmatto</em> + <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/01/29/via-emilia-birrificio-del-ducato/"><em>Birrificio del Ducato</em></a>). Lo dico subito: perfettamente meritato il riconoscimento, per una <em>saison</em>, questa bionda del <em>Toccalmatto</em>, che dà le paghe a molte altre birre di questa categoria (e non solo), anche belghe, se la devo dire tutta. Buona, beverina, fresca:<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/09/ToccalmattoSibilla.jpg"><img class="alignleft size-full  wp-image-5268" title="ToccalmattoSibilla" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/09/ToccalmattoSibilla.jpg" alt="" width="174" height="293" /></a> questo in estrema sintesi, il profilo della <em><strong>Sibilla</strong></em>, birra che, come altre birre di Fidenza, ha già delineata nel nome (e nella label) una parte della propria storia. Innanzitutto un piccolo/grande simbolo, la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Maghen_David"><em>maghen david</em></a> (<a href="http://www.atuttabirra.com/i_quiz.htm">quella adottata</a> da vari mastri birrai nel medioevo), tatuata sulla spalla sinistra dell&#8217; avvenente fanciulla, che, nelle intenzioni del grafico, intende richiamare alla memoria la figura di una <em>sibill</em><em>a</em>. Esseri reali/mitologiche, le <em>sibille</em> erano delle vergini dotate di virtù profetiche, perlopiù ispirate da un dio, che fornivano responsi e predizioni, spesso ambigui, per non dire ambivalenti. E l&#8217;ambivamenza (assolutamente non l&#8217;ambiguità) sembra essere una delle caratteristiche peculiari di questa birra: fresca ma anche asciutta, fruttata ma anche luppolata &#8230;. Sicuramente una <em>saison</em> perfetta per la stagione più calda, leggera (relativamente) e secca, nettamente dissetante. Il colore è un biondo raffinato e leggermente scarso, la schiuma è copiosa, cremosa e fine, esageratamente persistente; rifermentata in bottiglia, brassata con malti d&#8217;orzo, frumento ed avena, ha una luppolatura discreta ma vincente, ottenuta mediante l&#8217;uso di luppoli <em>Perle</em> e <em>Goldings.</em> Un luppolo che si ritrova (molto relativamente)  nell’aroma e (riccamente) nel finale della degustazione, con  un effetto-pulizia che ne rende veramente apprezzabile e asciutto il finale. Ha corpo rotondo e scattante, molto asciutto e nettamente frizzante, nel quale spiccano le noti piccanti date dal lievito e un lieve gusto fruttato che si fa relativamente spazio fra le note asciutte e secche del luppolo. L&#8217;aroma però è il top: un fruttato intenso e delicato, alla portata di tutti, che si fa notare per eleganza, profondità e durata: un&#8217;albicocca tenue e mai stucchevole, un leggerissimo sentore di banana, una screziatura speziata, anche qui proposta dal solo uso di un lievito, particolarmente ricco e vivace. Se tanto mi da tanto, la <em><strong>Sibilla</strong></em> (se mantiene la stessa, smagliante forma di questa, testata in bottiglia) sarà una delle birre-top del prossimo<em> Villaggio</em>. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6% vol.;<em> </em><em>©Alberto Laschi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>T.I.P.A., Pausa café</em></strong></p>
<p>Dopo la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/17/due-birre-di-pausa-cafe/"><em>Tosta</em></a>, la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/17/due-birre-di-pausa-cafe/"><em>Dui e mes</em>,</a> la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/01/12/taquamari-pausa-cafe/"><em>Taquamari</em></a>, la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/09/altre-due-birre-del-prossimo-villaggio-forse/"><em>P.I.L.S.</em></a> e la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/23/chicca-batte-cafe-racer-3-0/"><em>Chicca</em></a>, l&#8217;ultima birra che riesco a presentare di Andrea Bertola, la <em><strong>T.I.P.A.</strong></em>, che sarà presente in fusto al <em>Villaggio</em> insieme alle stesse <em>Tosta</em>, <em>Taquamari </em>e <em>P.I.L.S.</em> (mi mancano ancora  da assaggiare altre due o tre delle loro, ma tutto non si può avere &#8230;). Non sono riuscito a decifrare l&#8217;acronimo che la identifica (o almeno, mi mancherebbe, penso, da indovinare solo ciò che si nasconde dietro la <em>T</em>), giochino che invece mi era riuscito con la <em>P.I.L.S</em>., ma la <em><strong>T.I.P.A</strong></em> non è certo <em>tipa</em> (o birra) che si nasconde. Una <em>IPA</em> di <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/09/pausa-cafè.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-5269" title="pausa-cafè" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/09/pausa-cafè.gif" alt="" width="201" height="202" /></a>ispirazione prettamente inglese, robusta di alcool (<strong>7,2</strong>°), brassata con materie prime decisamente british (malti <em>Maris Otter </em>e <em>Kristal</em>, luppolo <em>East Kent Golding</em>), dal bel colore rosso rubino, nettamente tendente al mogano. E&#8217; la birra che sento più &#8220;aggressiva&#8221; nel contesto dell&#8217;intero range produttivo di<em> Pausa Cafè</em>, ma non potrebbe essere altrimenti, se si considera la tipologia birraria alla quale<em> Andrea</em> si è ispirato. Tanto luppolo, ma anche una bella robustezza di malto, un profilo aromatico pungente e caratterizzato, una &#8220;ruvidezza&#8221; gustativa che ricorda molto il legno e la polvere. Rustica senza essere grezza, richiama alla mente un&#8217;autenticità non rarefatta o artefatta, netta e decisa, con pochi fronzoli ma anche con una spiccata personalità. Bello il finale caratterizzato dal classico spettro gustativo dei luppoli inglesi, preceduto e preparato da una corsa rotonda e consistente, fatta di caramello e zucchero candito. La frizzantezza decisa ne favorisce la gustabilità. Una <em><strong>T.I.P.A.</strong></em> <em>tosta</em>, comunque. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7,2% vol.;<em> </em><em>©Alberto Laschi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><em> </em></em></p>
<p><a href="http://www.alesandco.it/Ultime/international-beer-challenge-premiate-birre-di-ales-and-co-e-italiane.html"></a></p>

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		<title>Una Chimera di &#8230; birra</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 07:11:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cinque birre prodotte regolarmente: Chimera (della quale parlerò qui di seguito, avendola assaggiata), Quadrohp (con quattro varietà di luppoli), una pale ale, Elderquad aromatizzata con fiori di sambuco, Honey Blonde (con fiocchi di mais e miele messicano) e Dark Delight, una brown ale;  sette birre stagionali (Maroonmaker Mild, Black Knight bitter, German Pale ale, Apple [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Cinque birre prodotte regolarmente: <em><strong>Chimera </strong></em>(della quale parlerò qui di seguito, avendola assaggiata), <em><strong>Quadrohp</strong></em> (con quattro varietà di luppoli), una pale ale, <em><strong>Elderquad </strong></em>aromatizzata con fiori di sambuco, <em><strong>Honey Blonde</strong></em> (con fiocchi di mais e miele messicano) e <em><strong>Dark Delight</strong></em>, una brown ale;  sette birre stagionali (<strong><em>Maroonmaker <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/Downton-Brewery-Logo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4502" title="Downton Brewery Logo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/Downton-Brewery-Logo.jpg" alt="" width="270" height="190" /></a>Mild, Black Knight bitter, German Pale ale, Apple Blossom ale, Mad Hare, All Rounder, Honey Porter</em>)</strong> e due birre extra special, <em><strong>Nelson&#8217;s Delight</strong></em> e <em><strong>Chocolate Orange Delight</strong></em>. Niente male (almeno nel numero) per questo birrificio inglese, la <a href="http://www.hampshirebrewery.com/"><em>Dowton Brewery </em></a>che ha solo 7 anni di storia alle spalle, tutti vissuti nella cittadina inglese di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Downton,_Wiltshire">Downton</a>, nel <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wiltshire">Wiltshire</a> (la regione dove si trova , fra l&#8217;altro, <em>Stonehenge</em>), dal <strong>1992</strong> &#8220;casa&#8221; di un&#8217;altra famosa brewery artigianale inglese, la <a href="http://www.hopback.co.uk/"><em>Hop Back Brewery</em></a>. E la storia, seppur breve, di questa birreria si snoda proprio attraverso il legame che la <em>Downton</em> ha con la <em>Hop Back,</em> che ad oggi distributrice di ancora il 50% dei prodotti della <em>Downton</em>. La storia inizia, come dicevo prima, nel <strong>2003</strong> ed ha come principale protagonista<em> Martin Strawbridge</em>, che si è avvicinato al mondo della birra lavorando presso il laboratorio tecnico della brewery <a href="http://www.fullers.co.uk/">Fuller&#8217;s </a>a <em>Chiswik</em>, per poi trasferirsi, nel <strong>2003,</strong> a <em>Downton</em> dove ha passato sei mesi di formazione nella fabbrica della<em> Hop Back. </em>Affittando, in un primo tempo, parte degli impianti della <em>Hop Back</em>, e poi ampliando i propri,<em> Martin</em> ha cominciato a produrre in proprio, e  si è pian piano ritagliato un ruolo non di secondo piano fra i produttori inglesi artigianali di birra, tanto che il <a href="http://www.camra.org.uk/">CAMRA</a> gli ha messo presto gli occhi addosso. L&#8217;obiettivo che <em>Martin</em> si sta attulamnete prefiggendo è quello di sganciarsi ancora di più dalla rete commerciale di<em> Hop Back,</em> per anni suo unico grossista/distributore, allargando i propri orizzonti commerciali, anche attraverso una maggiore penetrazione nel circuito dei pubs. In  Italia le su birre sono attualemnte imporatte e distribuite da <a href="http://www.alesandco.it/">Ales &amp; Co</a> di <em>Lorenzo Fortini</em>, che svolge uno splendido lavoro di promozione birraria di qualità, tutta proveniente dal mondo anglosassone.</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Chimera I.P.A.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/chimera.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4503" title="chimera" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/chimera.jpg" alt="" width="200" height="251" /></a><br />
</strong></em></p>
<p>Finalmente una <strong>IPA</strong> inglese che si fa notare e ricordare (almeno fra quelle che sono riuscito a reperire), molto più di carattere e caratterizzata rispetto <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/06/11/due-birre-della-tradizione-inglese-tedesca/">all&#8217;ultima assaggiata</a>. Non è un caso che  faccia bella mostra di sè sull&#8217;etichetta l&#8217;ambito logo del <strong>CAMRA</strong> che recita &#8220;<a href="http://www.cambridge-camra.org.uk/2004/raib.html"><em>CAMRA says this is Reale Ale</em></a>&#8220;, marchio inconfondibile di qualità e rispetto della <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/Chimera_I.P.A._4a64311097838.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4504" title="Chimera_I.P.A._4a64311097838" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/06/Chimera_I.P.A._4a64311097838.jpg" alt="" width="181" height="390" /></a>traduzione produttiva inglese; presenti pure sull&#8217;etichetta molte altre utili (per il consumatore) informazioni, comprese quelle legate alle materie prime utilizzate: acqua della valle di Avalon, malto <em>Maris Otter,</em> mais, luppoli <em>East Kent Golding, Pioneer e Fuggles</em>.  Animale di fantasia, la <strong>chimera</strong> ha corpo di capra, testa di leone e come coda un serpente, ed era considerato nell&#8217;antichità l&#8217;incarnazione e l&#8217;esemplificazione di una sommatoria di vizi: perfidia (serpente), lussuria (capra), violenza (leone). A dispetto del nome, non è una birra multiforme e/o poliedrica, ma  solidamente ancorata ad una modalità classica di produrre. Caratterizzata da un bel colore biondo aranciato, nettamente velato per  la non filtratura  e la presenza di lieviti che nella sversatura finiscono nel bicchiere, la birra dà vita ad un enorme cappello di schiuma, finissima, compatta e cremosa, che permane molto molto a lungo. Ha un naso fresco, estremamente luppolato, che però permette anche al malto di mettere un po&#8217; fuori la testa. Luppoli freschi, dicevo, fragranti, mediamente resinosi e nettamente agrumati ne caratterizzano aroma e gusto, con palato e lingua nettamente condizionati da questo amaricante pervasivo. Non azzanna come molte IPA americane oversize, ma mordicchia comunque in maniera puntuta, questa <em><strong>Chimera</strong></em>, splendidamente beverina, grazie ad un corpo veramente rotondo e ad una equilibrata effervescenza. Corretta la percezione dei suoi<strong> 7° </strong>alcolici, molti per una inglese, ma giusti per una <strong>IPA</strong>, che la ditta produttrice mette consapevolemnte in competizione con la <em><strong>Greene King IPA</strong></em> e la <em><strong>Deuchars IPA</strong></em> per la classifica fra le migliori <strong>IPA</strong> inglesi di oggi. Non conosco nessuna delle due birre menzionate, posso solo dire che la <em><strong>Chimera</strong></em> è  birra da bere e da ri-bere. Assaggiata in bottiglia (scura, finalmente) da 0,50; alc. 7% vol.; <em>©Alberto Laschi </em></p>

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		<title>Tutta roba &#8220;pesa&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 09:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La prima, la Duvel Tripel Hop: ne avevo parlato, in un post ad essa dedicato, quasi due anni e mezzo fa, in occasione del suo lancio sul mercato internazionale. Birra ad edizione limitata, bottiglia serigrafata, molto elegante, birra più che robusta, particolare, brassata con tre tipi di luppolo (Saaz, Amarillo e Styrian Goldings). 20.000 bottiglie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>prima</strong>, la <em><strong>Duvel Tripel Hop</strong></em>: ne avevo parlato, in<a href="http://www.inbirrerya.com/2007/11/03/duvel-tripel-hop/"> un post ad essa dedicato</a>, quasi due anni e mezzo fa, in <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/duveltriplehop-706669.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3927" title="duveltriplehop-706669" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/duveltriplehop-706669-253x300.jpg" alt="" width="198" height="235" /></a>occasione del suo lancio sul mercato internazionale. Birra ad edizione limitata, bottiglia serigrafata, molto elegante, birra più che robusta, particolare, brassata con tre tipi di luppolo (<em>Saaz, Amarillo e Styrian Goldings</em>). 20.000 bottiglie o poco più per questo primo ed unico (fino ad oggi) lotto prodotto dalla <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/10/08/2011/"><em>Duvel Moortgat </em></a>di questa birra particolare (che non avevo apprezzato più di tanto). La &#8220;riesumo&#8221; perchè c&#8217;è di mezzo la potenza dei social network. Per <a href="http://www.lesoir.be/actualite/vie_du_net/2010-04-30/la-duvel-tripel-hop-a-nouveau-brassee-grace-a-facebook-767471.php">ammissione dello stesso Johan Van Dyck</a>, direttore del marketing di <em>Duvel</em>, la brouwerij belga ha deciso di ri-produrre una seconda volta questa birra, perchè le richieste di un &#8220;corposo&#8221;  gruppo su Facebook, autochiamatosi &#8220;<em>Vogliamo la Duvel Tripel Hop</em>&#8221; non potevano rimanere inascoltate. Folgorati dalla loro prima (ed unica, ad oggi) esperienza degustativa, ben <strong>10.000</strong> persone hanno dato vita a questa nuova forma di &#8220;condizionamento&#8221; produttivo, chiedendo a gran voce alla Duvel di rimettere mano ai tini di produzione. E la Duvel li ha accontentati, sembra. E&#8217; questo il futuro?</p>
<p>La <strong>seconda</strong> birra &#8220;pesa&#8221;. Di questa non si sa ancora il nome, mentre se ne conosce la data di nascita, il <strong>21 Agosto </strong>prossimo. In quel giorno la <em><a href="http://www.stonebrew.com/">Stone Brewing</a> </em>di Puerto Escondido, California, celebrerà il suo <strong>14° compleanno</strong>, e come <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/stone-brewing-gargoyle1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3928" title="stone-brewing-gargoyle1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/stone-brewing-gargoyle1-300x170.jpg" alt="" width="246" height="140" /></a>per gli anni precedenti (usanza tipicamente americana, ne avevamo già parlato per la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/04/16/una-nuova-italiana-e-una-americana/">Lost Abbey/Port Brewing</a>), lo festeggerà con una nuova birra, brassata per l&#8217;occasione. Si sa che sarà una <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/04/22/imperialdouble-ipa-made-in-usa/"><em>Imperial IPA</em></a>, di stile anglosassone, brassata con luppoli <em>East Kent Goldings, Target </em>e <em>Boadicea</em>, varietà, quest&#8217;ultima, raramente usata negli USA. Verrà organizzato, per l&#8217;evento, un vero e proprio &#8220;festival degustativo&#8221;:<a href="http://www.stonebrew.com/anniv/Stone13thBeerList.pdf"> impressionante l&#8217;elenco delle birre</a> presenti alla scorsa edizione, veramente impressionante.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/port_brewing_generic.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3929" title="port_brewing_generic" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/port_brewing_generic.jpg" alt="" width="150" height="152" /></a></p>
<p>La <strong>terza</strong> birra &#8220;pesa&#8221; di questo brevissimo elenco: la <strong>Panzer Imperial Pilsner</strong> della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/11/high-tide-fresh-hop-ipa-port-brewing/"><em>Port Brewing Brewery</em></a>. Io sono sempre portato a pensare che il nome di una birra difficilmente è scelto a caso, così come la veste grafica (leggasi <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/panzer2.jpg"><br />
</a><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/panzer21.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3931" title="panzer2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/panzer21.jpg" alt="" width="190" height="202" /></a>etichetta) del prodotto stesso. O almeno, quelli bravi fanno così. L&#8217;etichetta della <strong>Panzer</strong> fa intravedere (dal &#8220;solito&#8221; oblò) un omino scamiciato con elmo uncinato seduto, con binocolo in mano, su di un panzer, che scruta lontano. Il panzer, innanzitutto: il termine <em>panzer</em> deriva da <em>plattenpanzer</em> (<em>piastra per proteggere la pancia</em>), una specie di armatura/corazza che i soldati di ventura tedeschi indossavano nel XVIII secolo quando vennero a combattere in Italia. <em>Panzer</em> che diventa sinonimo di <em>carrarmato</em>, protagonista principe di quella particolare tattica militare detta <em>blitzkrieg</em> usata dall&#8217;esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale. Sinonimo di carrarmato, a sua volta sinonimo di <em>forza</em> e <em>potenza</em>, di qualcosa di massiccio, come questa <em>imperial pilsner</em> di 9,5° in effetti è. Una <em>imperial pilsner</em>, dicevo, tipologia birraria molto americana (&#8220;capeggiata&#8221; dalla <a href="http://beeradvocate.com/beer/style/164/?start=0">Samuel Adams Hallertau Imperial Pilsner</a>) nella quale mi ero già imbattuto due volte: la prima, parlando della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/08/orval-gli-usa-la-buona-tavola/"><strong>Collaboration n° 1</strong></a>, la seconda, parlando della italo/americana <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/03/23/il-podio-di-taste/"><strong>My Antonia</strong></a>. Brassata a fine estate, la <strong>Panzer,</strong> con una camionata di luppoli ceki e tedeschi (<em>Tettnang, Hallertuaer e Saaz</em>), questa strong lager da una bella botta gustativa, con un corpo decisamente robusto e un amaricante che sembra aggrapparsi per un tempo lunghissimo a ciascuna (e tutte) papilla gustativa. Bel colore<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/panzer-bott.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3932" title="panzer bott" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/05/panzer-bott-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a> dorato, leggermente opaco, bella la schiuma fine e a bolle mediamente grosse. Il naso è robusto di malto, leggero di note leggermente citriche, e finisce per arrotolarsi addosso ad una luppolatura secca e floreale. Il tosto viene quando la si comincia a bere: non spiccatamente frizzante, ha corpo massiccio, nettamente amaro e amaricante, nel quale le note maltate non emergono quasi per niente. Una esplosione di luppolo, un luppolo classico, &#8220;europeo&#8221;, non molto fantasioso nè variato. E qui sta, per me, poco appassionato di pils, un po&#8217; il suo limite: abbastanza monocorde, costruita per colpire più che per stupire. Le note amare proseguono per un tempo lunghissimo, saturando palato e testa. Una vera birra da <em>blizkrieg (</em>la bevi e ti stende fulminenamente, lasciandoti poco tempo per organizzarti), per sorseggiare la quale si rende quasi indispensabile l&#8217;essere dotati di una bella &#8220;<em>piastra protettiva</em>&#8220;.  Per qualcun altro, è la birra ideale per <em>guardare il tramonto seduto sulla torretta di un carrarmato tedesco</em>. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 9,5% vol.; <em>©Alberto Laschi.</em></p>

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		<title>Sigle hop IPA, Mikkeller</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 09:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Amarillo Single Hop IPA Cascade, Centennial, Chinook, East Kent Golding, Nelson Sauvin, Nugget, Simcoe Imperial, Simcoe, Tomahawk, oltre al qui presente Amarillo. Questa l’attuale composizione della linea produttiva delle Single hop della Mikkeller (tutte brassate alla De Proef, però), una vera e propria scuola-guida luppolaria. E, chiaramente, tanto luppolo si avverte in questa IPA brassata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkeller-banner1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3224" title="mikkeller-banner" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkeller-banner1-300x59.jpg" alt="" width="300" height="59" /></a></em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Amarillo Single Hop IPA</em></strong></p>
<p><em>Cascade, Centennial, Chinook, East Kent Golding, Nelson Sauvin, Nugget, Simcoe Imperial, Simcoe, Tomahawk</em>, oltre al qui presente <em>Amarillo</em>. Questa l’attuale composizione della linea produttiva delle <strong><em>Single hop</em></strong> della <em><a href="http://www.inbirrerya.com/2009/12/26/mikkeller-2/">Mikkeller</a></em> (tutte brassate alla<em> De Proef,</em> però), una vera e propria scuola-guida luppolaria. E, chiaramente, tanto luppolo si avverte in questa IPA brassata con l’<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkell-singlke-hop-amarillo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3225" title="mikkell singlke hop amarillo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkell-singlke-hop-amarillo.jpg" alt="" width="260" height="200" /></a>americano <em><a href="http://www.hopunion.com/hvcb/">amarillo</a></em> e con tre tipi di malto, Pilsner, Carmalt, Munich. Il colore è leggermente opalescente, con una sfumatura che l’accosta più al terra di siena che al biondo ramato. La cosa che colpisce, d’acchito, è la schiuma: enorme, abbondantissima, fine, compattissima, e di lunghissima persistenza. Si piazza sopra la birra e non l’abbandona più. Un solo luppolo, dicevo, ma è più che sufficiente, sia nell’aroma che nel gusto. Note diffusissime di arancio amaro, di resine balsamiche, rustiche e graffianti, che mettono a dura prova narici e papille. E’ vero che il malto, con le sue note leggermente biscottate e relativamente morbide, tenta di attenuare un po’ il tutto, ma il luppolo prende decisamente il sopravvento, e porta la birra dove vuole lui. Birra che finisce massivamente amaricante, con lingua e palato che rimandano e risentono a lungo della persistenza amarezza, asciutta e leggermente fruttata, rilasciata dall’a<em>marillo</em>. Un bell’esercizio di scuola, si potrebbe dire, con il “limite” rappresentato da una certa monotematicità, e da una alcolicità non contenuta, che amplifica di molto la già consistente connotazione amara.  Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6,9% vol.; <em>©Alberto Laschi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Tomahawk Single Hop IPA</em></strong></p>
<p>La “terza C” del luppolo, dopo <em>Cascade</em> e <em>Centennial</em>. Non inganni il nome, <em>Tomahawk</em>: qui si parla e si tratta del luppolo <a href="http://www.hopunion.com/hvcb/"><em>Columbus</em></a>; la variante “indiana” (era la scure da combattimento dei nativi d’America) del nome deriva da una diversa registrazione commerciale, di ditte “concorrenti”. Ma di fatto si parla della stesso tipo di rizoma. Che dire, sembra proprio di essere ad una scuola del gusto: stessa birra, luppolata ogni volta con un solo luppolo diverso, che si fa riconoscere (inevitabilmente) ed apprezzare (soggettivamente). Il <em>Columbus,</em> a mio parere, si rivela molto più elegante dell’<em>Amarill<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkeller-tomahawk.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3226" title="mikkeller tomahawk" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/02/mikkeller-tomahawk-300x226.jpg" alt="" width="263" height="220" /></a>o,</em> “conosciuto” nell’altra birra, almeno nell’aroma, al quale conferisce  una nota più austera e fruttata, meno rustica e granulosa. E’ veramente un bel naso, con le tante sfumature che gli derivano da aromi fruttati, che arrivano davvero a ciuffi, rigogliosi e freschi. Il pompelmo, l’ananas, un agrumato non amaricante, un che di vaniglia, un resinoso di pino molto balsamico. Una volta che si è riusciti ad arrivare al liquido, superando la enorme barriera di una schiuma fine, cremosa, stabile, la birra si fa nuovamente apprezzare nella sua rotondità e relativa corposità. Il <em>Columbus</em> poi le conferisce un’amarezza ancora più diffusa, quasi acre ed abrasiva, che satura quasi subito palato e lingua, lasciando al fruttato e all’agrumato un solo piccolo spazio di manovra. Aggressiva, direi, nel gusto, quasi quanto invece era accattivante e quasi ruffiana all’aroma. Parlare della corsa finale è pleonastico: luppolo, e basta, a lungo. Ero un po’ scettico, nei confronti del progetto <strong><em>Single Hop</em></strong>, ritenendolo potenzialmente monotono. Mi devo ricredere: è una bella giostra, nata da una idea semplice, che spesso sono quelle che funzionano meglio. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6,9% vol.;  <em>©Alberto Laschi.</em></p>
<p><em> </em></p>

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		<title>Brewdog Atlantic IPA</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 09:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2228" title="large_brewdog-logo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2009/10/large_brewdog-logo2-254x300.gif" alt="large_brewdog-logo" width="157" height="163" /></p>
<p>Metti otto barili di quercia (provenienti dalla <a href="http://landingpage2.malts.com/Gateway-it?Lang=it&amp;BrandId=SO&amp;RefUrl=http%3a%2f%2fwww.malts.com%2fGateway%2fRedirectToURLTemplate.aspx%3fNRMODE%3dPublished%26NRNODEGUID%3d%257b9080EC45-FA37-49F3-8182-FB9CADE4582A%257d%26NRORIGINALURL%3d%252fen-us%252fMalts%252fsummary%252fCaolIla%252ehtml%26NRCACHEHINT%3dGuest">Caol Ila</a>, distilleria scozzese di scotch whisky) con dentro birra IPA fatta di soli luppoli inglesi (East Kent Golding e Bramling Cross, per 90 di IBU) che se ne vanno a giro nel tempestoso Atlantico per due mesi, legati in coperta all’albero di un peschereccio d’altura (di proprietà di uno dei due fondatori della Brewdog). Falli schakerare ben bene e spera che lo iodio impregni almeno in parte le assi delle botti. Sbarcali, metti la birra in bottiglie rigorosamente prive di scadenza e tutte numerate, e spera di aver ridato vita, così facendo, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2009/10/brewsea.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2234" title="brewsea" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2009/10/brewsea.jpg" alt="brewsea" width="180" height="465" /></a>allo stile tradizionale delle IPA inglesi di due secoli fa, delle quali, a detta di quelli del <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/10/24/brewdog-brewery/">Brewdog</a>, gli attuali produttori inglesi stanno facendo “<em>macelleria</em>”. Idea non banale, sicuramente; dalla quale scaturisce una birra altrettanto particolare, grazie al suo <em>affinamento oceanico</em>. Un aggettivo? E’ birra sapida. E’ di un color biondo aranciato, con una dotazione di schiuma quasi insignificante, poco più di una pellicola. Il naso stupisce (o meglio, sbalordisce): ha un odore di porto, nel senso di porto delle navi. E’ odore quasi salmastro, con un luppolo acceso che inizia il lavoro e i sentori affumicati/torbati che ne completano lo spettro olfattivo. Complesso, l’aroma, ma colpisce per carattere e “innovazione”: lo iodio sembra aver fatto il proprio lavoro. Dalla carbonazione quasi assente, in bocca la Atlantic IPA accentua la sensazione di malto/torba/affumicato, legato ovviamente alla maturazione nelle botti dalle quali era già passato lo scotch: le note affumicate, alla fine, la fanno quasi da padrone, alleggerite solo in parte da una luppolatura presente e aromatica. Il finale è nettamente luppolato, asciutto e importante, che fa apprezzare ancora di più la complessità della birra e l’ &#8220;estrema&#8221;  tecnica produttiva. Assaggiata in bottiglia da 0,33; Alc. 8% vol, ©Alberto Laschi.</p>

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