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		<title>Due toste per il freddo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 23:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per proteggersi da questi freddi due birre toste, complesse, ricche e riscaldanti. Provare per credere. Una birra norvegese “buia”  e un proverbio, apparentemente non veritiero. “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”, recita il conosciutissimo proverbio. Solo che non è vero, o almeno, è vero solo in parte. Santa Lucia viene festeggiata il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per proteggersi da questi freddi due birre toste, complesse, ricche e riscaldanti. Provare per credere.</p>
<p>Una birra norvegese “buia”  e un proverbio, apparentemente non veritiero. “<em>Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia</em>”, recita il conosciutissimo proverbio. Solo che non è vero, o almeno, è vero solo in parte. Santa Lucia viene festeggiata il <strong>13 dicembre</strong>, ma il <span style="text-decoration: underline;">Solstizio d’Inverno,</span>  il vero “giorno più corto che ci sia”, cade invece il <strong>22 o il 23 dicembre</strong>. La <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/sunturnbrew__51777_zoom.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12297" title="sunturnbrew__51777_zoom" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/sunturnbrew__51777_zoom-300x112.jpg" alt="" width="383" height="143" /></a>colpa di questa discrepanza fra le due “verità” è di <strong>Papa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Gregorio_XIII">Gregorio XIII</a></strong>, che nel <strong>1582</strong>, con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_gregoriano">bolla </a><em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_gregoriano">Inter Gravissimas</a>,</em>  pose fine al progressivo sfasamento che si era accumulato, secolo dopo secolo, fra le stagioni astronomiche e il calendario civile. Fu così che, per decreto, giovedi <strong>4 ottobre 1582</strong> divenne l’ultimo giorno del vecchio calendario Giuliano; l’indomani si decretò che fosse venerdi <strong>15 ottobre</strong>, sempre del <strong>1582</strong>. 10 giorni di “salto”, gli stessi (considerando anche l’alternarsi degli anni bisestili) che oggi intercorrono fra il 13 dicembre (nel quale si è mantenuta la memoria liturgica di S. Lucia) e il 23 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, ma anche giorno di S. Lucia, se ci fosse ancora il calendario Giuliano.In questa occasione, il solstizio d’inverno appunto, il birrificio norvegese <strong><em>Nøgne Ø </em></strong>di Grimstad, brassa tradizionalmente la sua <strong>Sunturnbrew</strong>, una massiccia <span style="text-decoration: underline;"><em>barley wine</em></span> di <strong>11°,</strong> buia come il giorno più buio dell’anno. Oltre alla famosa acqua di <em>Grimstad</em>, al luppolo e al lievito, il mastro birraio norvegese norvegese <em>Kjetil Jikiun</em> usa, per questa birra, il<strong> 20%</strong> di segale e il <strong>30%</strong> di malto d’orzo affumicato, oltre al<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Logo-noegne_o.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-12298" title="Logo noegne_o" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/Logo-noegne_o.jpg" alt="" width="165" height="169" /></a> malto di frumento. E’ una birra stratificata, ad ogni sorso e ad ogni “annusata” svela strati di sensazioni gustative ed olfattive nuove e diverse: tanta torba, un’affumicatura diffusa ma non greve, vaniglia, pepe, resina, tabacco stagionato, un amaro erbaceo ed una sua variante torrefatta, che la rendono davvero complessa, elegantemente complessa. E’ una birra “fuori moda”, nel senso che bevendola, ti viene subito fatto di pensare che quasi sicuramente nei secoli passati, quando si beveva una birra da quelle parti, doveva essere proprio così: non molto raffinata, robusta, calda e riscaldante, torbata, perché il malto veniva sicuramente tostato su un fuoco di legna. Non stanca, non è uno sciroppone, il luppolo fa davvero bene la propria parte, un’amarezza decisa (<strong>50</strong> IBU) la rende gradevolmente beverina fino alla fine, dopo che una frizzantezza congrua e un bel cappello di schiuma color caffellatte avevano già contribuito al formarsi di un giudizio globale più che positivo. Birra nordica, birra tonica, birra buona, perché non estrema. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc 11% vol.; ©Alberto Laschi</p>
<p><em>Il piccolo aiutante di Natale (<strong>Santa’s little helper</strong>)</em> è anche il greyhound arrivato nella leggendaria <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Santa%27s_Little_Helper">famiglia Simpson </a>in occasione delle festività natalizie. Forse è a questa figura “leggendaria” che si ispira il nome della birra natalizia di <strong>Mikkeller</strong>, che nelle sue varie versioni (questa del <strong>2009</strong> è la quarta, brassata da <strong>De Proef</strong>) si è sempre più arricchita. Assaggiata alla spina  si è rivelata una delle migliori <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong dark ale</em></span> da me bevute ultimamente. Gli “ingredienti”: malti pallidi, special-B, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/santas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-12300" title="santas'" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2012/02/santas-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a>chocolate, fiocchi di frumento, cassonade, luppoli <em>Hellertauer, Goldings, Styrian e Simcoe</em>, polvere di cacao, una ricca speziatura (buccia d’arancia, coriandolo, cannella, pane dolce speziato, zenzero), lievito. Il tutto da vita ad una splendida birra, ricca, gustosa, robusta, ma anche decisamente beverina, alla faccia della propria ricca alcolicità. Si comincia dall&#8217;aroma, ricco di caramello e cassonade, che il tempo ha ormai estremamente addolcito, con nun nota finale di polvere di caffè che ripulisce delicatamente. Al palato si esalta la ricca speziatura di base, con  un agrumato latente che viene consolidato da una maltatura efficace e contenitiva; più integrato nel contesto il dolce della cassonade, con una luppolatura asciutta e ripulente che gli impedisce il carico eccessivo. Birra estremamente “lavorata”, che offre al naso e al palato di che soddisfarsi, dopo averne apprezzato la ricchezza  di una schiuma fine e cremosa, il colore profondamente ed impeccabilmente scuro. Con il riscaldarsi nel bicchiere migliora progressivamente, culminando in un finale decisamente amarognolo di tostato. Degustata alla spina; alc. 10,9%vol.; <em>©Alberto Laschi.</em></p>

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		<title>Birrificio Sorrento, e i limoni</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 23:00:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancor prima di <em>Teo  Musso</em> e di <em>Agostino Arioli</em>, del <strong>Lambrate</strong> e dell’<strong>Officina della Birra</strong>, di <strong>Beba</strong> e <strong>Turbacci</strong> ci sono stati, a metà degli anni ’80, in Italia, i <em>fratelli Oradini</em> di Torbole sul Garda con il loro birrificio <strong>Orabräu</strong> (chiuso nel <strong>1994</strong>) e <em>Giuseppe (Peppiniello) Esposito</em> a Sorrento, con il birrificio <strong>St. Joseph</strong> . Sono stati loro i primi a tentare di fare birra artigianale, in Italia, ad un livello che andasse oltre quello del pentolone casalingo. L’inizio del “progetto” di quello che poi diventerà il birrificio  <strong>St. Joseph</strong>, è nel <strong>1982,</strong> e vede coinvolti nel ruolo di protagonisti/finanziatori <em>Gennaro Gargiulo</em> e i <em>fratelli Cappiello</em> che, nei locali dello storico pub locale <strong><em>English Inn</em></strong>,  iniziano a parlare seriamente di come mettere su un’attività di produzione birraria. Per questo costituiscono, nel <strong>1982</strong>, la <strong>Bi.mi.sud,</strong> una società finalizzata<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Impianto-21.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11285" title="Impianto 2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Impianto-21-300x225.jpg" alt="" width="272" height="205" /></a> all’acquisto di un impianto di piccole dimensioni, sul quale iniziano a produrre artigianalmente birra, la <strong><em>Chichester </em></strong>(dal nome del famoso navigatore inglese), per essere più precisi, un <span style="text-decoration: underline;"><em>ale inglese</em></span>. Il progetto funziona, gli orizzonti si allargano, e a quel punto (è il <strong>1985)</strong> i Fratelli Cappiello e Gennaro Gargiulo coinvolgono l’amico <em>Giuseppe Esposito</em> che, al ritorno dalla Germania dove era emigrato, aveva portato con sé una caldaia a fiamma diretta, da <strong>60 hl</strong>. (quello della foto qui a lato, che mi hanno iviato gli amici Giuseppe e Francesco), una vera e propria enormità per quel tempo: <strong>6.000 lt.</strong> a cotta, di birra in stile tedesco, tutta destinata all’infustamento, e servita all&#8217;<em><strong>Antico Frantoio</strong></em> di Via Cala 5, a Casarlano. L’avventura del birrificio si conclude a metà degli anni &#8217;90, mentre quella dell&#8217;Antico Frantoio prosegue fino al 2001, anno in cui chiuderà definitivamente i battenti. La passione per la birra, a Sorrento, non si esaurisce però con la chiusura del St. Joseph. Ci vuole un po’ di tempo, ma poi si arriva al <strong>7 dicembre 2009</strong>, quando apre, per mano di <em>Giuseppe Schisano</em> e <em>Francesco Galano</em>, il <a href="http://www.birrificiosorrento.com/"><strong>Birrifico Sorrento</strong></a>, legato a filo doppio proprio con l’esperienza pregressa del <strong>St. Joseph</strong>. Giuseppe e Francesco infatti hanno come suocero proprio <em>Gennaro Gargiulo</em>, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-Birrificio-Sorrento.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11286" title="Logo Birrificio Sorrento" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-Birrificio-Sorrento-300x51.jpg" alt="" width="300" height="51" /></a>avendone sposato le due figlie, che riesce a trasmettere ai due generi la stessa passione per il fare la birra che lo aveva portato a coinvolgersi pienamente nell’esperienza pionieristica del St. Joseph. Il <strong>Birrificio di Sorrento</strong> è attualmente un birrificio/non birrificio  poiché, in mancanza di impianti propri adeguati alla bisogna,  produce le proprie birre su impianti altrui: all’inizio Giuseppe e Francesco brassavano presso l’impianto del <a href="http://www.birrakarma.com/"><strong>Birrifico Karma</strong></a> di Alvignano, adesso è la volta di un altro birrificio campano, il <a href="http://www.birramaneba.it/"><strong>Maneba</strong> </a>di Striano. Due le birre attualmente in produzione: la <em><strong>Syrentum</strong></em>, una saison brassata utilizzando bucce dei limoni IGP di Sorrento, e la <em><strong>Minerva</strong></em>, una birra artigianale ambrata, dalla tipologia volutamente “non dichiarata”. Ce ne sarebbe anche una terza, di birre, alla quale i due birrari stanno dando tutto il tempo per maturare nell&#8217;invecchiamento, progetto al quale tengono entrambi molto: ma c&#8217;è bisogno ancora di un altro po&#8217; di tempo &#8230;</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/limoneSorrentoLogo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11287" title="limoneSorrentoLogo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/limoneSorrentoLogo.jpg" alt="" width="120" height="151" /></a></p>
<p>Innanzitutto il nome, <strong><em>Syrentum</em></strong>. <a href="http://www.lucianopignataro.it/a/syrentum-birra-artigianale-chiara-del-birrificio-sorrento/13654/">“Copio/incollo” direttamente dal web</a>: “<em>la leggenda narra che <strong>Syrentum</strong> , venne alla luce a Sorrento nel XVI secolo in seguito ad un voto fatto dai genitori al Tempio delle Sirene nella Baia di Ieranto. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/syrentum-del-birrificio-sorrento-332x474.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11290" title="syrentum-del-birrificio-sorrento-332x474" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/syrentum-del-birrificio-sorrento-332x474-210x300.jpg" alt="" width="153" height="219" /></a>Sposa di un ricco nobile di Sorrento, nel 1558, quando la città fu invasa dai saraceni, molti furono i prigionieri, compresa Syrentum, che durante la sua prigionia apprese le primordiali tecniche per la produzione di una bevanda ottenuta dalla fermentazione di cereali. Al suo ritorno Syrentum offrì in dono questa bevanda al Tempio delle Sirene e trasmise l’arte di produrla ai sorrentini che continuarono ad offrirla alle divinità</em>”. Poi lo stile, di questa birra: una <em><span style="text-decoration: underline;">saison</span></em>. Infine gli ingredienti particolari: anice stellato e bucce di <a href="http://www.limonedisorrentoigp.it/"><em><span style="text-decoration: underline;">limoni IGP di Sorrento</span></em>.</a> Non filtrata né pastorizzata, dalla schiuma candida, corposa e persistente, è fresca. Questa è la prima impressione che ti regala: fresca,  di una freschezza citrica, pervasiva, caratterizzante, davvero piacevole. E’ birra che ti disseta, ma lo fa senza faciloneria: il malto c’è e si sente, con una apprezzabile sensazione mielata, che arriva al momento giusto per sostenerla e mantenerla; la luppolatura è discreta, non acre, ripulente quanto basta, amaricante quanto deve. E’ birra di carattere, è birra con carattere, l’evoluzione made in Italy di uno stile, quello delle saison, belga di nascita, e “sorrentino”, in questo caso, di adozione.  Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,5% vol. (IBU 35); © Alberto Laschi</p>
<p>Con la loro seconda birra si rimane ancora nel campo del mito: <em><strong>Minerva,</strong></em> come la dea romana della guerra e della saggezza, il corrispettivo latino della greca Atena. Una birra “non dichiarata”, come dicevo prima: l’unica annotazione <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/minerva.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11291" title="minerva" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/minerva-225x300.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a>che la distingue parla di “<em>birra artigianale ambrata</em>”. Il colore, la gradazione (<strong>6%</strong> abv.) il tipo di maltatura (otto i malti usati, con la prevalenza del Vienna) e la luppolatura asciutta e discreta mi spinge a considerarla una <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian amber ale</em></span>. Davvero apprezzabile la corretta alternanza fra sapori maltati e luppolatura decisa  e alquanto marcata del finale, buona la percezione di sentori tostati e leggermente affumicati, bello il colore, leggermente scarsa la schiuma. Ha un po’ meno personalità della <em><strong>Syrentum</strong></em>, ma è una bevuta che soddisfa, non stanca  e si fa ricordare. Ha quasi lo stesso IBU (<strong>40</strong>) della <em><strong>Syrentum</strong></em> (non l’avrei detto), circuisce meno della sorella bionda, è più diretta e meno avvolgente. Sa comunque il fatto suo. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc 6% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>Due &#8220;classicone&#8221; e due &#8220;giovani&#8221; americane</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 23:02:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Loro&#8221; la definiscono un&#8217; american amber lager, di fatto è una lager vienna. Io le sono stato sempre alla larga perchè, non avendo buttato l&#8217;occhio su questa specifica dello stile, pensavo che fosse una delle &#8220;solite&#8221; lager (stile birrario che frequento il meno possibile). Poi mi è capitata sottomano, poi l&#8217;ho aperta e per fortuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-brooklyn.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11082" title="Logo brooklyn" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-brooklyn-300x269.jpg" alt="" width="159" height="143" /></a>&#8220;Loro&#8221; la definiscono un&#8217; <span style="text-decoration: underline;"><em>american amber lager</em></span>, di fatto è una <span style="text-decoration: underline;"><em>lager vienna</em></span>. Io le sono stato sempre alla larga perchè, non avendo buttato l&#8217;occhio su questa specifica dello stile, pensavo che fosse una delle &#8220;solite&#8221; <em>lager</em> (stile birrario che frequento il meno possibile). Poi mi è capitata sottomano, poi l&#8217;ho aperta e per fortuna l&#8217;ho finalmente bevuta. L&#8217;errore (mio) è però a monte: mai dubitare di <em>Garrett Oliver</em>, uno che difficilmente fa qualcosa di banale quando si mette dietro ai <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/brookl-lager.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11083" title="brookl lager" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/brookl-lager-300x300.jpg" alt="" width="185" height="185" /></a>bollitori. Una signora lager, una lager che appartiene storicamente ad uno degli stili birrari più amati/frquentati dagli americani del <strong>XIX</strong> secolo (patiti delle birre a bassa fermentazione importate in America dagli immigrati dell&#8217;area linguistica germanica). Tanto &#8220;fedele&#8221; alla storia che la<strong><em> Brooklyn Lager</em></strong> è<strong> &#8220;la&#8221;</strong> birra di New York, ancora oggi prodotta seconda la ricetta &#8220;giusta&#8221;, creata e raffinata nel periodo pre-proibizionista, quando <em>Brooklyn</em> (popolata dagli immigrati tedeschi e austriaci) era la città regina della scena birraria della <em>East Coast</em> americana. <strong>1988</strong>, questa la data della prima cotta di questa lager (lo stesso anno in cui <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/04/23/per-finire-la-settimana-due-imperial-stout/"><strong>Brooklyn Brewery</strong></a> apre), sontuosamente luppolata (<em>Vanguard, Cascade, Hallertau Mittelfrueh</em>)leggermente e delicatamente maltosa (A<em>merican two-row</em>), radiosamente ambrata, misuratamente carbonica, leggera e decisamente beverina (come deve essere una lager). Un po&#8217; come ha fatto <em>Mikkel</em> con la sua <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/08/quattro-birre-dal-nord-europa/"><em><strong>American dream</strong></em>,</a> anche <em>Garrett</em> nella sua lager c&#8217;ha messo tanto di America &#8220;nuova&#8221;, modificandone un po&#8217; la percezione dello stile: luppoli agrumati e resinosi, in bocca una leggera percezione di frutta esotica fanno di questa lager una birra che si accosta un po&#8217; alla filosofia delle <span style="text-decoration: underline;"><em>APA.</em></span> Si fa bere decisamente con piacere, non stanca, il bel finale amaro e floreale ne esalta ancora di più freschezza e beverinità. Il calibrato compromesso fra la semplicità, la fantasia e la grande attenzione produttiva. Non sempre c&#8217;è bisogno di fare cose complicate per farle buone. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5,2% vol.; © Alberto Laschi</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-sierra-nevada.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11084" title="Logo sierra-nevada" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-sierra-nevada-300x165.jpg" alt="" width="229" height="126" /></a></p>
<p>Dalla <em>Est Coast</em> di <em>New York</em> alla <em>West Coast</em> della californiana <em>Chico</em>; da un mostro sacro del presente ad un altro mostro sacro, la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/01/14/sierra-nevada-pale-ale/"><strong>Sierra Nevada Brewery</strong>,</a> una fra le brewery pionieristiche del movimento birrario artigianle americano (ha aperto i battenti nel <strong>1979</strong>). E dopo la <em><strong>Brooklyn Lager</strong></em>, un&#8217;altra birra che rappresenta un &#8220;classicone&#8221; della produzione birraria americana e, allo stesso tempo, della tradizione produttiva mondiale. La <strong><em>Porter</em></strong> di <strong>Sierra Nevada</strong> è, all&#8217;interno<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Sierra-Nevada-Porter-bg.preview.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11085" title="Sierra Nevada Porter bg.preview" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Sierra-Nevada-Porter-bg.preview.jpg" alt="" width="132" height="188" /></a> dello sterminato range produttivo del birrificio, una di quelle birre che si trovano tutto l&#8217;anno; brassata con malti<em> two-row,chocolate, munich e caramello</em>, luppolata con <em>Goldings</em> e <em>Willamette,</em> ha un rispettabile <strong>40</strong> di IBU per un abv di <strong>5,6%.</strong> E&#8217; una birra storicamente anglosassone, ma con il carattere americano: meno caffè/cioccolato, più astringenza e pulizia luppolata nel finale rispetto alle birre della madreapatria (storica e stilistica). E&#8217; ottima nella somma delle sue parti: nessuna, da sola, spicca più delle altre. Polvere di cacao/caffè nell&#8217;aroma, caffè e liquore al palato, luppolo deciso nel finale, dopo che una carbonazione delicata e pervasiva l&#8217;ha già resa malleabile e godibile. Anche in questo caso il &#8220;regno&#8221; della semplicità, il calibro del mastro birraio messo all&#8217;opera con cognizione di causa, per una birra che si avvicina sicuramente più alle mild che alle robustus porter. Classicheggiante. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 5,6% vol.; © Alberto Laschi</p>
<p><a href="http://gbbf.camra.org.uk/home"><img class="aligncenter size-full wp-image-11086" title="Logo Smuttynose" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-Smuttynose.bmp" alt="" width="201" height="130" /><strong>GBBF,</strong></a> <strong>3 agosto 2010</strong>, Earls Court, Londra: la <em><strong>Smuttynose Big A IPA</strong></em> è proclamata vincitrice del prestigioso <span style="text-decoration: underline;"><em>Michael Jackson Award</em></span> (<em>the best American cask ale</em>). Dopo quattro anni dalla sua entrata &#8220;stabile&#8221; nella rotazione produttiva annuale di<strong> <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/27/lamericanissima-smuttynose-nuova-versione/comment-page-1/#comment-2553">Smuttynose</a></strong> è il più prestigioso riconoscimento che questa birra ha raccolto: una vera e propria consacrazione internazionale. Se la merita, davvero, questa<span style="text-decoration: underline;"><em> imperial ipa</em></span> la cui ossatura maltata è costituita dal Pale ale e <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/smutty-nose-big-a-ipa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11087" title="smutty-nose-big-a-ipa" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/smutty-nose-big-a-ipa.jpg" alt="" width="143" height="199" /></a>dal Pilsner, mentre sui luppoli si sono davvero sdati. <em>Warrior </em>e<em> Cascade</em> per l&#8217;amaro, <em>Horizon Crystal </em>e<em> Centennial</em> (aggiunto ogni 5 minuti negli ultimi 30 minuti di bollitura) per l&#8217;aroma, <em>Amarillo, Chinook, Nuggets, Ahtanum </em>e<em> Sterling</em> per il dry hopping: totale, <strong>120</strong> IBU. Penso che si possa parlare davvero di &#8220;maschio alfa&#8221;, per questa birra, arrogante, sfacciata, stilosa, ingentilita soltanto da una frizzantezza moderata: amareggia lingua e palato, non si arrende nè si arresta finchè non ha finito di mordere con tutti i suoi denti (luppolati). Ricco e intrigante il colore, il &#8220;solito&#8221; biondo aranciato di questa categoria, fine, cremosa e stabile la schiuma: fantastico il naso, agrumato il giusto, resinoso ma non troppo, finemente erbaceo; esagerato il gusto, con un sapore luppolato fantastico, una solida amarezza, pingue, esaustiva (c&#8217;è, nel contesto, anche un pizzico di miele, mi sembra). Che non provoca alcun effetto anestetizzante, ma aiuta la birra, robustamente alcolica (<strong>9,7%</strong> abv) ad andar giù come dio comanda. Ricorda, molto, la <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/07/29/stone-ruination-ipa-che-dire/"><em><strong>Ruination IPA</strong></em>,</a> anche se, a parer mio, è più raffinata e maggiormente mordace. La summa della buona luppolatura, il manuale del perfetto birraio. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9,7% vol.; © Alberto Laschi</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-Dogfish-Head_Craft_Brewery.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11088" title="Logo Dogfish-Head_Craft_Brewery" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-Dogfish-Head_Craft_Brewery-300x174.png" alt="" width="187" height="108" /></a></p>
<p>Una birra &#8220;impegnativa&#8221;, lo dico subito, che esce dai bollitori/fermentatori di <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/11/20/dogfish-head-craft-brewed-ales/"><em>Sam Calagione</em></a> fin dal <strong>1998</strong> (quasi da subito, quindi, visto che la sua avventura produttiva inizia ufficialmente nel <strong>1995</strong>): una <span style="text-decoration: underline;"><em>belgian strong ale</em></span>, nata dalla domanda che (in quel periodo) gli stessi produttori di Dogfish Head si sono fatti, e cioé <em><a href="http://www.dogfish.com/brews-spirits/the-brews/year-round-brews/raison-detre.htm">che ci posso bere assieme ad una bistecca alla brace</a>?</em> Bisogna che lo dica subito: io non ce la berrei, questa <em><strong>Raison d&#8217;Etre</strong></em>, assieme: c&#8217;è molto di più <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/raison-detre.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11089" title="raison-detre" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/raison-detre-209x300.jpg" alt="" width="130" height="187" /></a>adatto in giro. Una birra particolare, brassata con barbabietole da zucchero, lievito belga e uva passa, dall&#8217;IBU non molto pronunciato (il sito del birrificio dice <strong>25</strong>, su <em>Ratebeer</em> si parla di <strong>36</strong>) e dalla caratterizzazione generale molto spostata sull&#8217;abboccato. Color tonaca di frate, poca la schiuma, moderata la carbonazione, riempie molto bocca e palato con la sua pastosità maltata, attenuata solo nel finale da una (non decisissima) passata di luppolo che risolleva un po&#8217; le sorti della bevibilità. Vinosa, caramellata, alcolica, con note evidenti di frutta secca e frutta sotto spirito sia all&#8217;aroma che al gusto, è birra davvero di spessore: volendo paragonarla ad un vino, lo si legge sul sito della brewery americana, la si potrebbe accostare ad un <em>Bordeaux</em> (del quale in effetti, ricorda, almeno in parte, la complessità). Non la ritengo una delle migliori performance birrarie del birrificio del Delaware, anche se le riconosco una rigorosa coerenza interna. Molto meglio, per la bistecca, alcune dubbel belghe, queste sì vigorosamente asciutte e decisamente tostate. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>I Venerdi (giovedi) del Villaggio #8</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 22:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai ci siamo, il Villaggio apre i battenti domani con la serata tutta Hoppy Hour dedicata all&#8217;extra luppolo belga, con tutti i birrai belgi già pronti alla &#8230; battaglia (se sono nella stessa, smagliante forma del venerdi sera dello scorso Villaggio, se ne vedranno delle belle, ve lo assicuro). Questo è l&#8217;ultimo post dedicato all&#8217;anteprima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/HOPPY1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10410" title="HOPPY1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/HOPPY1-300x300.jpg" alt="" width="174" height="174" /></a>Ormai ci siamo, il <strong>Villaggio</strong> apre i battenti domani con la serata tutta <em><strong>Hoppy Hour</strong></em> dedicata all&#8217;extra luppolo belga, con tutti i birrai belgi già pronti alla &#8230; battaglia (se sono nella stessa, smagliante forma del venerdi sera dello scorso Villaggio, se ne vedranno delle belle, ve lo assicuro). Questo è l&#8217;ultimo post dedicato all&#8217;anteprima di alcune delle birre che saranno presenti al banco dei vari birrifici. Me ne mancavano due, da descrivere, e due saranno.</p>
<p>La prima è la birra che a <em>Schigi</em> &#8220;piace meno&#8221;, e che quindi brassa con un po&#8217; più di &#8220;difficoltà&#8221;. Non ha mai nascosto la personale preferenza verso le bionde, <em>Schigi</em>, che beve con più piacere e più assiduità delle scure; questa sua inclinazione  un po&#8217; si è riflettuta sul range produttivo di<a href="http://www.inbirrerya.com/2011/06/24/i-venerdi-del-villaggio-2/"> <strong>Extraomnes</strong></a>, nel quale la sola <em><strong>Bruin</strong></em> è l&#8217;alfiere delle birre color tonaca di <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/extraomens-bruin.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10411" title="extraomens bruin" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/extraomens-bruin-89x300.jpg" alt="" width="89" height="300" /></a>frate. <em>Birra da conversazione [...] autunnale negli ingredienti ma non stagionale</em>, così è descritta sul sito del birrificio, dotata del color marrone-saio di prammatica, asciutta e decisa come nelle migliore tradizione delle <span style="text-decoration: underline;"><em>abbey dubbel</em></span> &#8211; &#8220;versione non dolcione&#8221;. E&#8217; rampante, la <strong><em>Bruin</em></strong>, si addomestica solo con un piglio (degustativo) deciso: non perchè abbia un cattivo carattere, ma perchè un carattere ce l&#8217;ha, e ben definito. Alcolicità media (<strong>7,1%</strong> vol., per rispettare la &#8220;forma&#8221;), ma che non rappresenta l&#8217;investimento maggiore: più si è puntato sul carattere spigliato e sulle note un po&#8217; più rustiche dellla polvere di caffè e del cacao: leggera nella sua consistenza, rivela una qualche nota medicinale all&#8217;aroma (nel quale vi ho trovato tanto legno e caramello), e una sensazione di liquirizia leggermente acidula nel corso della beva, rifinita da una pulizia ripulente data da una luppolatura che emerge dalla parziale latenza iniziale. E&#8217; birra &#8220;decisa&#8221;, fin dalla frizzantezza, che scende a pochi compromessi, vendendosi per quello che è, senza infingimenti. Bella la nota di distillato (e/o di torbato) che la completa nel finale; ottima birra, a mio parere, per accompagnare pasticceria secca e cioccolato, ma deliziosa anche come compagna di un dopo cena &#8220;vivace&#8221;.</p>
<p>La seconda è la <span style="text-decoration: underline;"><em>cascadian ale</em></span> (o <span style="text-decoration: underline;"><em>Black IPA</em></span> che dir si voglia) dell&#8217; udinese <strong>Foglie d&#8217;Erba</strong>, la <em><strong>Ulysses</strong></em>, finalmente &#8220;uscita&#8221; dalla indeterminatezza classificatoria (e anche alcolica) nella quale mi ero imbattuto in occasione del <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/11/05/le-nuove-per-me-italiane-del-salone/">mio primo assaggio di questa birra</a>. Un&#8217;altra birra made in Forni di Sopra, ma dal marcato accento americano, impregnata da un mix di luppoli made in USA (<em>Cascade, Amarillo, Centennial, Simcoe, Citra</em>) e made in Germania del Sud (<em>Herkules, Tettnanger</em>) e sostenuta da un adeguato apparato maltato (in maggioranza scuri) della<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/foglie-derba-Ulysses.png"><img class="alignright size-full wp-image-10412" title="foglie d'erba Ulysses" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/foglie-derba-Ulysses.png" alt="" width="175" height="175" /></a> tradizione europea (orzo, avena, frumento, frumento scuro e torrefatto, malti caramello, chocolate), per un totale di <strong>50</strong> IBU pari pari. Stile di birra, quello delle <em>cascadian</em>, relativamente &#8220;giovane&#8221; (ha iniziato a diffondersi nei primi anni &#8217;90) nel Nord Ovest degli States, prendendo il nome da un &#8220;ipotetico&#8221; stato<a href="http://zapatopi.net/cascadia/"> (la Repubblica di Cascadia)</a>, che, nelle intenzione <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cascadia_%28independence_movement%29">dei promotori</a>, dovrebbe comprendere uan parte dell&#8217;Alaska, dell&#8217;Idaho, del Montana, dell&#8217;Oregon, dello stato di Washinghton e della provincia canadese dell&#8217;Alberta. Curiosità &#8220;politiche&#8221; a parte, questo particolare stile birrario ricerca (a volte con difficoltà) il miglior equilibrio possibile fra l&#8217;uso dei più fammosi luppoli aromatici americani (<em>cascade, simcoe, amarillo, centennial</em>) con i malti &#8220;black&#8221;, nel tentativo (non sempre riuscito) di non dar vita ad una <em>stout/porter</em> luppolata, ma ad un<em> IPA</em> tostata. Giochino pericoloso, quindi, al quale però i mastri birrai (anche italiani, ultimamente) tendono a dedicarsi con sempre maggior frequenza. Gino, con la sua <strong><em>Ulysses</em></strong>, ha dato vita ad una <em>black ipa</em> ben fatta, ben profilata, con una gradazione alcolica (<strong>5,5%</strong> vol.) felicemente contenuta e una frizzantezza equilibrata e mai prevaricante, che ne agevolano moltissimo la beva. Più tostata che luppolata, senza essere troppo &#8220;bruciacchiata&#8221;, con quella leggera affumicatura solo accennata che piano piano cede il passo alla componente resinosa/balasamica che i tanti luppoli le regalano. Decisamente collocata sul versante delle IPA, più che su quello (periocoloso, in questo caso) delle stout/porter, ha finale delicato ed equilibrato, nettamente luppolato, con una nota finale (e definitiva) di tabacco che ne sancisce la perfetta appartenenza allo stile. Curioso di ri-assaggiarla alla spina: dovrebbe dare il meglio di sè.</p>
<p>Adesso &#8220;tutto comincia&#8221;: da domani, a Bibbiano &#8230; vicino Bruxelles, iniziano le danze. Ci vediamo là, ci salutiamo là, beviamo là, in santa pace.</p>
<p>Un &#8220;piccolo&#8221;, conclusivo consiglio, o meglio, una &#8220;dritta&#8221;: occhio alla <em><strong>Ichtegems Gran Cru</strong></em>, nella sezione oud bruin/lambic. Di una bontà/raffinatezza spiazzanti.</p>

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		<title>Sierra Nevada Southern Emisphere Harvest</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 06:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il range produttivo della Sierra Nevada è pressoché sterminato: aggiunte quasi mensili di nuovi prodotti sono quasi la norma, soprattutto per la produzione on tap, tanto che è davvero difficile tenerne il conto senza perdere il filo. Altrettanto enormi e (non solo se raffrontati con quelli dei birrifici artigianali nostrani) sono i volumi produttivi della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il range produttivo della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/01/14/sierra-nevada-pale-ale/"><strong>Sierra Nevada</strong></a> è pressoché sterminato: aggiunte quasi mensili di nuovi prodotti sono quasi la norma, soprattutto per la produzione on tap, tanto che è davvero difficile tenerne il conto senza perdere il filo. Altrettanto enormi e (non solo se raffrontati con quelli dei birrifici artigianali nostrani) sono i volumi produttivi della brewery californiana di Chico, che ha iniziato la propria attività nel <strong>1979</strong>, sotto la guida di <em>Ken Grossman</em> e <em>Paul Camusi</em>. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/2_Harvest_double_close-up_rgb_dieline.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10209" title="2_Harvest_double_close-up_rgb_dieline" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/2_Harvest_double_close-up_rgb_dieline-300x197.jpg" alt="" width="226" height="165" /></a>Nel contesto del portfolio produttivo della <a href="http://www.sierranevada.com/"><strong>Sierra Nevada</strong></a> è però da tenere d’occhio la “sezione” <strong><span style="text-decoration: underline;">Harvest</span></strong>, iniziata nel <strong>1996</strong> con la <strong><em>Northern Hemisphere Harvest Wet Hop Ale,</em></strong> per la bella idea che le sta alla base. Queste birre, infatti, sono prodotte utilizzando unicamente luppolo fresco e/o freschissimo, appena raccolto. Se per la prima birra questo non <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/sierra-north-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10210" title="sierra north 1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/sierra-north-1-200x300.jpg" alt="" width="191" height="289" /></a>è stato un grosso problema tecnico/organizzativo, per la seconda invece c’è voluta una organizzazione un po’ più complessa. Per la <strong><em>Northern Hemisphere</em></strong>, infatti vengono usati luppoli <em>Cascade</em> e <em>Centennial</em> raccolti (in autunno) nella <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yakima_River"><em>Yakima Valley</em> </a>(<em>Eastern Washington</em>) nello stesso giorno in cui la birra viene prodotta. Vengono poi caricati su di un aereo e portati a Chico, dove, una volta arrivati, vengono gettati direttamente nel pentolone, quando il luppolo è ancora nel pieno possesso delle proprie capacità amaricanti. Per la <strong><em>Southern Hemisphere Harvest</em></strong> le cose si sono fatte un po’ più complicate: il luppolo infatti viene fatto arrivare dall’altra parte del mondo, e ci mette un po’ di più a giungere a destinazione. Siamo, questa volta, nel pieno dell’autunno australe, la nostra primavera, in <em>Nuova Zelanda</em>, dove si raccolgono luppoli <em>Motueka</em>, <em>Southern cross</em> e <em>Pacific Hallertau</em>: anche in questo caso si impacchettano ben bene, si caricano su di un aereo e si fanno arrivare (nel giro di una settimana) a Chico, dove poi si impiegano per brassare questa birra “primaverile”. Complice l’insolito formato (poco più di 70 cl.) è birra che in solitaria richiede un po’ di tempo e calma. Relativamente poco alcolica (<strong>6,7%</strong> vol. alc.), ricca di una amarezza sottile, si porta dietro un IBU non banale (<strong>66</strong>) e un carattere luppolato difficilmente<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/sierra-south.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10211" title="sierra south" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/sierra-south-200x300.jpg" alt="" width="196" height="296" /></a> confondibile, con la sua luppolatura a strati. Poi, a starci un po’ più attenti, ci si accorge anche della buona impalcatura maltata che la sorregge e ne mitiga in parte l’esuberante carattere luppolato; ma se la richiami alla mente, dopo averla bevuta, ti viene da ricordare un solo termine, luppolo. Ambrata, leggermente velata, con una schiuma fine e abbastanza consistente/persistente, ha corpo relativamente robusto e frizzantezza non accentuata. E’ “pinosa” all’aroma, ma non “pinata”, cioè non straborda mai nella sezione “mappazza”, anche se è innegabile (e inconfondibile) l’uso corposo dei luppoli, che proprio perché “freschi” sono al top del loro potere amaricante. Non è assolutamente astringente al palato: è amara, ma di un amarezza diffusa, che non lega e/o allega, cattura la lingua ma non la esacerba. Questa amarezza diffusa e un pochino “sfacciata” accompagna la bevuta fino alla fine, regalando un finale amaro, resinoso e vagamente erbaceo. Fresca e rinfrescante, raffinata senza essere complicata. Assaggiata in bottiglia; alc. 6,7% vol.; © Alberto Laschi</p>

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		<title>I Venerdi del Villaggio #6: Olmaia !!!!!!!!!!!!!!</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 22:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; ufficiale: Moreno, quest’anno, al Villaggio, si sdarà. Davvero. E per fortuna, dico io, facendo “cose” e portando birra come mai prima di questa edizione del Villaggio. Del quale, occorre dirlo, è uno dei “padri nobili”: sempre presente in tutte le edizioni, come solo i “confratelli” belgi Kris Boelens e Bart di  Den Hopperd sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/villaggiobirra1.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10372" title="villaggiobirra" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/villaggiobirra1-300x227.gif" alt="" width="143" height="109" /></a></p>
<p>E&#8217; ufficiale:<strong> Moreno</strong><strong></strong>, quest’anno, al <strong>Villaggio</strong>, si sdarà. Davvero. E per fortuna, dico io, facendo “cose” e portando birra come mai prima di questa edizione del <strong>Villaggio</strong>. Del quale, occorre dirlo, è uno dei “padri nobili”: sempre presente in tutte le edizioni, come solo i “confratelli” belgi <em>Kris Boelens</em> e <em>Bart</em> di  <strong><em>Den Hopperd</em></strong> sono riusciti a fare. Quindi, occorre essere pronti, e per essere pronti è essenziale essere informati. Andiamo quindi per ordine.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/olmaia-striscione.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10373" title="olmaia striscione" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/olmaia-striscione-300x126.jpg" alt="" width="329" height="138" /></a></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Punto primo:</span></strong> l’<strong><a href="http://www.birrificioolmaia.com/">Olmaia</a> di Moreno &amp; Cisco</strong> quest’anno al <strong>Villaggio</strong> porterà tutte le sue birre nella versione on draft (ad eccezione di una, la <strong><em>BK,</em></strong> che sarà spillata a pompa!!!): <strong><em>La5</em></strong>, <strong><em>La9 </em></strong>(con fusti provenienti da due diversi lotti) e <strong><em>PVK</em></strong> (anche questa in due lotti), oltre alla <strong><em>Karkadè</em></strong>.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Punto secondo:</span></strong> proprio la <strong><em>Karkadè</em></strong> rappresenta la prima novità in assoluto del birrificio di Montepulciano. Per la prima volta al Villaggio , ma anche per la prima volta spillata al di fuori dell’ormai famosissima “<em>zona romana</em>”, la birra aromatizzata ai fiori di <em>Ibiscus</em> farà la sua comparsa alle spine della postazione di Moreno. Non solo, sarà proprio la <em><strong>Karkadè</strong></em> la birra che rappresenterà l&#8217;<strong>Olmaia</strong> al laboratorio che Kuaska guiderà sabato pomeriggio. Ne avevo una bottiglia a casa: per chi fosse curioso di saperne qualcosa di più di questa birra, in anteprima, rimando alle note de gustative alla fine di questo post.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/logo-Buskers.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10374" title="logo Buskers" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/logo-Buskers-300x68.jpg" alt="" width="300" height="68" /></a></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Punto terzo:</span></strong> Moreno porterà al Villaggio un fusto di <strong><em>Ecstasy of Gold</em></strong> (anche questa una anteprima assoluta ed una esclusiva <em>made in Bibbiano</em>!), la prima birra del<a href="http://www.buskersbeer.com/"> <strong>Progetto Buskers</strong>.</a> <strong>30</strong> lt., che verranno spillati <span style="text-decoration: underline;">domenica mattina 11 settembre</span> intorno all’ora di pranzo. Doverose alcune notizie in più riguardo a questo progetto birrario di Moreno &amp; Co. Il nome, <strong>Buskers</strong>, già di per sé aiuta: <em>buskers</em> è il termine inglese con il quale si identifica l’artista di strada, quello che si esibisce in luoghi pubblici gratuitamente o chiedendo un’offerta al pubblico, al quale viene sempre offerto un piacevole spettacolo di intrattenimento. Il progetto è stato ideato e sviluppato da <em>Mirko</em> di <strong><em>Bir &amp; Fud</em></strong> di Roma, ed è, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/etichetta-buskers.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10375" title="etichetta buskers" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/etichetta-buskers-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a>fondamentalmente, una sorta di birrificio itinerante, che vedrà di volta in volta la collaborazione fra birrifici “amici”, e anche di altri birrifici che in seguito verranno coinvolti in questo progetto. La prima tappa di questa produzione itinerante ha fatto capo a Montepulciano, dove Moreno e Cisco, assieme a Marco del <strong>Beershop Ebrius</strong> di Marino, si sono dati da fare per mettere su una <em><span style="text-decoration: underline;">golden ale</span></em> di <strong>5,5%</strong> vol., brassata con lo stesso malto pils della <strong><em>La5</em></strong> e <strong>12,5</strong> kg. di luppolo, per un <strong>IBU</strong> attorno ai <strong>50</strong>. Alla birra è stato “affibbiato” il nome di <strong><em>Ecstasy of Gold</em></strong> (il titolo della canzone composta da Ennio Morricone per la colonna sonora del film <em>il buono, il brutto e il cattivo</em> e “usata” in seguito anche dai Ramones e dai Metallica). Parte fondamentale del progetto è far disegnare la label di ciascuna di queste birre particolari ad un artista famoso: la splendida label di questa prima <em>busker’s beer</em> è dello spagnolo <a href="http://www.felideus.blogspot.com/"><strong>Felideus</strong>,</a> artista dal tocco davvero magico. Prossima tappa del progetto <strong>Busker</strong> a Borgorose, in compagnia di Leonardo di Vincenzo. Notizia dell&#8217;ultimo minuto: Moreno mi ha appena detto che porterà anche <strong>60</strong> bottiglie di questa birra da mettere in vendita al beershop che come al solito ci sarà al Villaggio: chi primo arriva &#8230;.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/Bizzo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10376" title="Bizzo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/Bizzo-300x255.jpg" alt="" width="175" height="148" /></a></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Punto quarto:</span></strong> Moreno e i <strong>Bizzo</strong>, che sono un gruppo musicale (sono in tre, basso-chitarra-batteria) “foraggiato” a suon di birra (dell’Olmaia, ovviamente) da Moreno per un anno. “Foraggiati” per “essere sfruttati” al prossimo Villaggio. <span style="text-decoration: underline;">Sabato 10 settembre</span>, infatti, nell’intervallo fra il primo e il secondo laboratorio di Kuaska, i Bizzo (assieme a Moreno?) daranno vita ad una <strong><em>Degustazione selvaggia</em></strong>: 5 pezzi per 5 birre (dell’Olmaia). I nomi (del gruppo e della performance) qualcosa dovrebbero far intuire …</p>
<p>Finite le notizie, è l’ora della <em><strong>Karkadè</strong></em>. Lo ammetto: mi aspettavo un infuso. Sbagliavo. Alla grande. La <em><strong>Karkadè</strong></em> è una birra, un&#8217;ottima birra. Il fatto è stato sancito in maniera irrevocabile da mia moglie (quella che davvero se ne intende a casa mia, di birra), che se ne è fatta versare due bicchieri come aperitivo (evento rarissimo, i due bicchieri, e quindi da <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/karkade.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10377" title="karkade" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/09/karkade-300x180.jpg" alt="" width="217" height="131" /></a>tenere assolutamente nel dovuto conto). Il karkadè è il fiore dell&#8217;ibisco (<em>Hibiscus</em>) e <em>Moreno</em> i fiori dell&#8217;ibisco, in questa birra, ce li mette in ammostamento, bollitura  e maturazione; il tutto, senza saturarla. E qui sta il trucco e la ricchezza di questa splendida, beverinissima birra di <strong>5,5%</strong> vol., dal colore delicatamente rosato e dallo splendido profilo floreale. Un floreale pulito, &#8220;sereno&#8221;, quasi primaverile, che si affaccia sopra ad una delicata speziatura puntutamente acidina e che si affianca ad una diffusa asciuttezza luppolata, presente soprattutto nella corsa finale. Watery il giusto, provvista di un bel cappello di schiuma cremosa, regala freschezza ad ogni sorso, sostenuta adeguatamente da una frizzantezza mai sopra le righe. Alla spina deve essere una libidine, soprattutto in giornate calde come queste. Al Villaggio si saprà che cosa bere come aperitivo &#8230;</p>

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		<title>I venerdi del Villaggio #5</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 05:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/villaggiobirra1.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10279" title="villaggiobirra" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/villaggiobirra1-300x227.gif" alt="" width="162" height="123" /></a></p>
<p>Riprendono i post del venerdi &#8220;dedicati&#8221; ad alcune delle birre che saranno presenti al prossimo <strong>Villaggio</strong>; riprendono per poco, visto che con questo, mancano solo due venerdi all&#8217;apertura delle danze, con la sera del 9 settembre, quella del <em><strong>pre-festival</strong></em>, tutta riservata alle luppolatissime belghe per un <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/08/08/villaggios-update-5/">interessantissimo <strong>Hoppy Hour</strong>.</a></p>
<p>E&#8217; la volta delle birre di <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/03/16/taste-sesta-edizione/"><strong>Foglie d&#8217;Erba</strong>,</a> il &#8220;giovane&#8221; birrificio friulano (aperto dal <strong>2008</strong>), guidato da <em>Gino Perissutti</em>, <em>quello</em> che fa le proprie birre al <em>gusto di bosco</em>, aromatizzandole, oltre che con i soliti luppoli e malti, anche con aghi di <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/logo-foglie-derba2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10280" title="logo foglie d'erba2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/logo-foglie-derba2-300x276.jpg" alt="" width="177" height="162" /></a>pino e gemme di pino mugo. Sono le uniche birre, in giro per il mondo, con aggiunta di prodotti forestali non legnosi, e sono le prime birre italiane certificate secondo lo schema internazionale <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/11/05/le-nuove-per-me-italiane-del-salone/"><strong>PFEC</strong> </a>(<em>Programme for the endorsement of forest certification schemes)</em>, in quanto prevedono l&#8217;utilizzo di elementi (resine, aghi di pino) provenienti da boschi &#8220;virtuosi&#8221;, in quanto &#8220;custoditi&#8221; in maniera eco-sostenibile. E, come valore aggiunto, il birrificio di Forni di Sopra è anche <a href="http://www.aqacertificazioni.com/content/certificazioni/aziende_certificate_dettagli/node/212">azienda certificata AQA</a>, bollino di qualità rilasciato dalla <a href="http://www.iasma.it/">Fondazione Edmund Mach </a>di San Michele All&#8217;Adige (ex Istituto Agrario), prestigioso istituto di ricerca e didattica e riconosciuto  <a href="http://www.aqacertificazioni.com/content/chi_siamo/aqa">Organismo di Certificazione e Agenzia per la Garanzia della Qualità in Agricoltura.</a> Se poi, oltre a tutto questo. ci si mette anche il fatto che Gino e il proprio birrificio sono <a href="http://www.brewersassociation.org/attachments/0000/0234/Brewery_members.pdf">associati American Brewers</a>, allora c&#8217;è davvero tanta carne al fuoco, o meglio, tanta birra in pentola che non può non attirare curiosità.</p>
<p>E riconoscimenti: la <em><strong>Babél</strong></em> infatti, nell&#8217;ultima edizione del <a href="http://www.unionbirrai.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=192&amp;Itemid=154"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Premio Unionbirrai</strong></span> </a>è risultata <em>Birra dell&#8217;anno 2011</em> nella categoria <em>Birre luppolate di ispirazione angloamericana</em>. Da questa ho cominciato il tour degustativo, questa ci sarà al <strong>Villaggio</strong>, addirittura in tre versioni: brassata con lievito belga, con lievito inglese e con lievito americano. Tanta &#8220;roba&#8221; dentro: orzo, avena, frumento &#8220;normale&#8221; e frumento torrefatto, malti caramello, luppoli (in fiori e pellet) <em>Cascade, Simcoe, Amarillo, Citra, Herkules, Tettnanger</em> (usati per Bollitura, Hop-Back e Dry-Hopping in due fasi), rifermentata in<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/foglie-derba-babel.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10281" title="foglie d'erba babel" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/foglie-derba-babel-287x300.jpg" alt="" width="173" height="181" /></a> bottiglia con <a href="http://www.altromercato.it/it/prodotti/ALI/A03/105/511/000156">zucchero di canna integrale filippino Mascobado</a> (da Circuito Equo e Solidale). <strong>40</strong> IBU e <strong>4,8%</strong> abv, per una birra che, lo dico subito, farà concorrenza alla <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/03/09/extraomnes-cave-canem-e-schigi/"><em><strong>Blond</strong></em> di <strong>Extraomnes</strong></a> per il ruolo di &#8220;birra della sete&#8221;. E&#8217; davvero la <em>birra di ogni giorno, </em>quella che vorresti  trovarti sulla tavola tutti i giorni: rinfrescante, equilibrata, &#8220;educata&#8221;, quella che riberresti sempre e comunque. Amaricante, con tutta la cornucopia dei sentori/sapori che i luppoli americani si portano sempre con sè (pompelmo, mandarino, pino, frutta tropicale), ma anche rotonda e avvolgente, con i malti che non battono in ritirata ma che tengono botta fino in fondo, regalandole l&#8217;equilibrio quasi perfetto. Ingannevolmente watery, &#8220;liquida&#8221; ma non sciacquona, ha carattere e personalità ben definiti, che veleggiano con leggerezza in questo corpo rotondo e beverino, asciutto e fruttato fino all&#8217;ultimo sorso. Ha una carbonazione che invoglia, la schiuma densa e cremosa come piace a me (e come deve essere &#8230;), il colore oro antico/albicocca che la ingentilisce e un naso spaziale. Difficile chiedere di più a questa <span style="text-decoration: underline;"><em>APA</em></span>, curioso di assaggiarla on tap, e nelle sue tre diverse versioni. In bottiglia, fra l&#8217;altro, esiste anche un&#8217;ulteriore versione &#8220;<em>single hopped</em>&#8220;, con una miscela di luppoli chiamata <a href="http://www.rebelbrewer.com/shoppingcart/products/Falconers-Flight-Hops-1oz-Pellets.html"><em>falconer&#8217;s flight</em>,</a> tipica del North-West Pacific americano.</p>
<p><em>Forni di Sopra</em>, Udine, Ohio (o California). E&#8217; la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi sono bevuto la <em><strong>Hopfelia</strong></em>, la <span style="text-decoration: underline;"><em>imperial ipa</em></span> di <strong>Foglie d&#8217;Erba</strong>. Se staccavo l&#8217;etichetta prima di berla, era facile poterla pensare come una dei classici, ottimi esempi di<span style="text-decoration: underline;"><em> ipa</em></span> &#8220;spinte&#8221; made in USA (mi sono venuti in automatico alcuni flash di collegamento con <strong>Hoppin&#8217; frog, Southern Tier, Port Brewing</strong>). Quasi tutti gli stessi malti della <em><strong>Babél</strong></em>, questa volta non sei, ma ben otto luppoli <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/foglie-derba-Hopfelia.png"><img class="alignleft size-full wp-image-10282" title="foglie d'erba Hopfelia" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/08/foglie-derba-Hopfelia.png" alt="" width="177" height="177" /></a>(<em>Simcoe, Columbus, Centennial, Citra, Amarillo, Cascade, Herkules, Tettnanger)</em> con aggiunta di resina di pino mugo certificata PFEC; si sale con gli IBU (<strong>70</strong>), e con la gradazione alcolica (il sito del birrificio &#8220;dice&#8221; <strong>7,5%</strong> abv, sulla bottiglia c&#8217;è <strong>6,8%</strong> abv, confermato da <strong>Microbirrifici.org</strong>, <strong>Ratebeer</strong> dice <strong>6,4%</strong> ). L&#8217;importante è intendersi &#8230; comunque si sale. Una birra volutamente (forse) &#8220;inelegante&#8221;: diretta e ruvida, una ruspante ipa <em>west coast style</em> senza infingimenti, terrosa, resinosa, erbacea. Ma che svetta per la sua carica frescheggiante e per il corretto rapporto amarezza/sapidità/beverinità. Watery fino ad un certo punto, si ri-posa al momento giusto, quello di sedimentarsi prima di correre il rischio di farsi dimenticare troppo in fretta. Color albicocca, schiuma abbondante (forse anche troppo), non solida ma persistente, aroma nettamente resinoso e muschiato, fresco e penetrante, balsamico. I malti restano fra le quinte, sia all&#8217;aroma che al palato, nettamente rastrellato, quest&#8217;ultimo, da un&#8217;ottima carica amaricante: non inutili, ma nettamente secondari, i malti. Lascia bocca e naso puliti e freschi, rinvigoriti dalle perduranti note balsamiche. A trovarle un difetto, nell&#8217; <strong><em>Hopfelia</em></strong> la carbonazione, che tanto invoglia alla beva all&#8217;inizio, tende ad attenuarsi un po&#8217; troppo rapidamente. Ma c&#8217;è tanto di tutto il resto &#8230; La California al prossimo Villaggio, e senza la necessità di attraversare l&#8217;Oceano!</p>

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		<title>Stone Ruination IPA, che dire &#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 06:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Contravvenendo alla regola del post del Venerdi dedicato al Villaggio, un post &#8220;necessario&#8221;,dedicato ad una birra che, assaggiandola, (mi) ha la sciato il segno. Un’altra delle birre della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/11/25/stone-brewing-e-la-smoked-porter/"><strong>Stone Brewing</strong> </a>che ha fatto la storia della birra artigianale americana; se il<strong> 1997</strong> è stato l’anno di nascita della <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/03/29/arrogant-bastard-ale-youre-not-worthy/"><strong><em>Arrogant Bastard</em></strong> </a>le, la madre di tutte le <em><span style="text-decoration: underline;">strong ales</span></em> <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Stone-Brewing-Company-Ruination-IPA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10078" title="The Greatest Beer Of All Time - Stone Brewing Company Ruination" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Stone-Brewing-Company-Ruination-IPA-236x300.jpg" alt="" width="213" height="272" /></a>americane, ci sono voluti altri<strong> 5</strong> anni per dare alla luce un altro caposaldo della produzione artigianale americana. Era <strong>il 2002</strong>, infatti, quando <em>Greg Koch &amp; Co.</em> hanno lanciato sul mercato la <strong><em>Ruination IPA</em></strong>, una delle prime e più famose <em><span style="text-decoration: underline;">imperial/double IPA</span></em> made in USA, così chiamata perché la massiccia quantità di luppolo impiegata (<em>columbus</em> &amp; <em>centennial</em>) può senz’altro determinare un effetto “rovinoso” sul palato di chi la sorseggia. Mentre per la<strong> <em>Arrogant</em></strong> è stato coniato il motto “<em>an aggressive ale: you probably won’t like and you’re not worthy</em>”, per la <strong><em>Ruination</em></strong> ci sono andati un po’ più leggeri, e l’hanno definita “<em>una poesia liquida alla gloria del luppolo</em>”. “Leggeri” con i termini, ma non con la birra: non tanto per l’abv <em>(solo</em> <strong>7,7%</strong> ) ma soprattutto con l’IBU: hanno smesso di contarlo dopo<strong> 100</strong>, il che fa di questa birra una vera e propria bomba luppolata, non semplicissima da bere, ma che difficilmente ti uscirà dalla testa, tanto da entrare autorevolissimevolmente a far parte della categoria delle memorabilia. Non si fa scordare non perchè abbia qualcosa  di nuovo/insolito rispetto alle altre birre di questa particolare ed estrema tipologia, ma perché il suo profilo complessivo e l’effetto finale la rendono davvero quasi unica. La<strong><em> Ruination</em></strong> è una birra “macha”, nel vero senso della parola; prendendo a prestito un altro termine tipico di ben altri contesti, la si può definire davvero una <em>birra hardcore</em>, con tutto ciò che questo comporta. Avvertenza essenziale: astenersi se non patiti di luppolo e di luppolature hard: potrebbe “sdegnare”, tanto è forte e non mediata  la carica<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/stone-ruination-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10079" title="stone-ruination-1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/stone-ruination-1-215x300.jpg" alt="" width="204" height="285" /></a> amaricante di questa IPA “spinta”. Se poi invece si vuole raccogliere la sfida, ci si troverà di fronte ad una bellissima bionda, arricchita da alcune sfumature aranciate, con una testa di schiuma che sta su all’infinito e che “stordisce” tanto è ricca di aromi. Un aroma sapido, quasi solido, al limite dello saturazione: tutto il luppolo che c’è dentro questa birra ti aggredisce al naso (per poi allagare il palato). E ti regala tutte quelle note tipiche del luppolo made in USA: resina, agrumi (pompelmo, cedro, mandarino) e un che di “minerale” che la rende ancor più aggressiva. Il palato, ovviamente, non viene risparmiato, ma è quello che uno cerca, quando si avvicina a birre di questo tipo. Dopo una prima idea di caramello, tutti i dubbi spariscono, e il luppolo morde anche il palato con la sua forza amaricante: non lascia né tregua né dubbi, è la botta di amaro che ci voleva e che ci si aspettava, questa volta più “pinosa” e resinosa che agrumata. Una pigna, davvero, ma non una mappazza. Amara è amara, ma ha un suo (perfetto) equilibrio interno, oltre che una coerenza indiscutibile; finisce come era iniziata, in un mare di luppolo. Agitato, ma affascinante. Assaggiata in bottiglia da 66 cl.; alc. 7,7% vol.; © <em>Alberto Laschi</em></p>
<p><em>Saluto la compagnia per un paio o tre settimane; fino al 25 agosto aggiornamenti sporadici del blog, &#8220;mirati&#8221; al Villaggio. Buone ferie a tutti, e buone bevute.<br />
</em></p>

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		<title>L&#8217;americanissima Smuttynose</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 14:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Simpatico” il nome, bello il logo, molto  curata (ed azzeccata) la scelta delle labels e, soprattutto, un gran bel  parterre di birre, tutte o quasi <a href="http://www.ratebeer.com/brewers/smuttynose-brewing-company/20/">ben  giudicate dalla comunità dei ratebeeriani</a>; è, questa la <a href="http://www.smuttynose.com/index.html"><strong>Smuttynose  Brewing Company </strong></a>di <em>Portsmouth</em>, <strong>29°</strong> birreria al  mondo nell’ultima classifica di<em> Ratebeer</em>. La mente e il cuore  della birreria è <em>Peter <a href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/Logo-Smuttynose1.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-8963" title="Logo Smuttynose" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/Logo-Smuttynose1.bmp" alt="" width="213" height="137" /></a>Egelston</em>, che l’ha aperta nel <strong>1994</strong> in una partnership con l’<strong>Ipswich Brewery </strong>(ora <strong>Mercury Brewing  Company</strong>), diventandone ben presto l’unico proprietario. Ma era  partito ancor più da lontano, nel <strong>1987</strong>, quando, assieme alla  sorella <em>Janet</em>, aprì il suo primo brewpub a <em>Northampton</em>,  nel <em>Massachussets</em>. Adesso la sorella è rimasta proprietaria del  brewpub di <em>Northampton</em>, mentre <em>Peter</em> è proprietario sia  della <strong>Smuttynose</strong> che della “sorella” <strong><a href="http://www.portsmouthbrewery.com/">Portsmouth Brewing  Co</a>.,</strong> un brewpub che sta dalla parte opposta di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Portsmouth_%28New_Hampshire%29"><em>Portsmouth</em></a><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Portsmouth_%28New_Hampshire%29"> </a>rispetto alla <strong>Smuttynose</strong>. Storia complicata, come spesso  succede negli USA (mi viene a mente l’intricato intreccio <a href="../2011/01/14/serpents-stout-di-the-lost-abbey-in-birrerya/"><strong>Pizza  Port/Port Brewing</strong><strong>/Lost Abbey</strong>,</a> ad esempio), ma  una storia di successo, comunque: per 15 anni è stata la parte-brewpub (<strong>Portsmouth  Brewing</strong>) a tirare la carretta, in quanto ad introiti, adesso è la<strong> Smuttynose</strong> che ha fatto il botto. Nel <strong>2009</strong> ha venduto birra  per <strong>5,7</strong> milioni di dollari (il <strong>20%</strong> in più rispetto al  2008), e il <strong>2010</strong> si è archiviato con un ulteriore aumento del <strong>30%</strong> sull’anno precedente. Un così grande progresso ha messo un po’ in crisi  la <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/Logo-portsmouth-brewery.gif"><img class="alignright size-full wp-image-8964" title="Logo portsmouth brewery" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/Logo-portsmouth-brewery.gif" alt="" width="160" height="162" /></a>proprietà: i <strong>24.000</strong> metri quadri del birrificio non sono più  sufficienti, e <em>Peter</em> aspetta con impazienza di lavorare a pieno  ritmo per la costruzione del nuovo birrificio da <strong>42.000</strong> metri  quadri, la cui apertura è prevista per il <strong>2012</strong>. Tornando al  nome/logo della <strong>Smuttynose,</strong> l’azienda ha mutuato il proprio nome  dalla <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Smuttynose_Island"><strong><em>Smuttynose  Island</em></strong></a>, la terza isola più grande delle nove che compongono  il piccolo arcipelago delle <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Isles_of_Shoals"><strong><em>isole  Shoals</em></strong></a>, che si trova a sette miglia dalla costa del <em>New  Hampshire</em>. Il nome compare sulle carte nautiche fin dal <strong>XVII</strong> secolo, e gli è stato dato dai pescatori stessi, che vedevano nel  profilo dell’isola una certa somiglianza con il muso della foca che vi  dimora quasi stabilmente, la <em>Foca comune</em> (nome scientifico <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Phoca_vitulina"><em>Phoca  Vitulina</em></a>), che, per questo, compare nel logo della brewery  stessa. Come nella migliore tradizione di molti birrifici americani,  quasi sterminato il range produttivo di questa brewery, che spazia dalle  immancabili IPA alle imperial stout, dalle baltic porter alla serie  delle oak aged, dalle doppelbock alle <span style="text-decoration: underline;"><em>wheat wine</em></span>, una  nuova categoria produttiva americana della quale la <strong>Smuttynose</strong> detiene, si può dire, il “brevetto”. Il tutto ripartito fra le categorie  di birre stagionali, birre sempre reperibili e <em>The Smuttynose Big  Beer Series</em>, una serie limitata nel tempo e nella quantità di birre  di “categoria superiore”. Qui di seguito la descrizione di due delle  loro birre che mi è capitato di assaggiare: della terza, la celebratissima <strong><em>Big A  IPA</em></strong>, ancora gelosamente custodita in cantina, ne parlerò fra un  po’, quando avrò trovato l’occasione “giusta” per farle la festa.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynoise-ipa.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-8965" title="smuttynoise ipa" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynoise-ipa-300x195.jpg" alt="" width="236" height="153" /></a></p>
<p>La <strong><em>Smuttynose IPA</em></strong> ha una label <em>very  cool</em>, oltre ad essere un ottimo esempio di IPA americana. Non sono  riuscito a capire chi è l’autore degli splendidi progetti grafici di  tutte le labels di questa brewery, una più bella dell’altra, e quindi  complimenti a prescindere; questa è comunque una delle più riuscite, con  i due anziani <em>Cy</em> e <em>Paul</em> “<em>che se la spassano</em>”  <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynoise-ipa21.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8968" title="smuttynoise ipa2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynoise-ipa21-281x300.jpg" alt="" width="149" height="160" /></a>immortalati su tutte le bottiglie di questa<span style="text-decoration: underline;"><em> IPA</em></span> da <strong>65 </strong>di IBU e dall’abv di <strong>6,9%.</strong> E’ una di quelle birre che  definisco <em>birre-ciliegia</em>: una tira l’altra. Se ne avessi avuto  sottomano tutto il sixpack anziché una sola bottiglia, sarebbe stato  molto difficile resistere alla tentazione di stapparle (e berle) una via  l’altra. Un bel prospetto luppolato, con <em>Simcoe</em> e (il per me  sconosciuto) <a href="http://www.brew-dudes.com/santiam-hops/227"><em>Santiams </em></a>che gigioneggiano alla grande, ben equilibrati dall’<em>Amarillo</em> che interviene per prevenire possibili eccessi; una beverinità quasi  assoluta. Fiori e agrumi a go go, sia al naso che al palato, esatta al  millimetro la carbonazione, decisamente ben riuscita la sfumatura  ambrata del colore, bello e gustoso il finale, davvero asciutto e  amaro, in un bel contrasto con la precedente rotondità maltata della  beva. Poi è anche fresca, decisamente rinfrescante, una birra che ti fa  schioccare la lingua. Non si può chiedere molto di più, se non il  potersela ritrovare fra le mani un po’ più spesso. Assaggiata in  bottiglia da 0,35; alc. 6,9% vol.; <em>© Alberto Laschi</em></p>
<p style="text-align: center;"><em><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynosepumpkin.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-8969" title="smuttynosepumpkin" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynosepumpkin-300x253.jpg" alt="" width="250" height="211" /></a><br />
</em></p>
<p>Di tutt’altra pasta la <strong><em>Smuttynose</em></strong><strong><em> Pumpkin</em></strong><strong><em>Ale</em></strong>, esponente di punta di quel segmento  produttivo tipicamente (e quasi esclusivamente) americano delle <a href="http://beeradvocate.com/beer/style/72"><span style="text-decoration: underline;"><em>pumpkin  ales</em></span></a>, brassate, appunto, mediante l’ultilizzo della zucca e  che vedono il loro picco commerciale, ovviamente, nel periodo di  Halloween. Una birra-tributo, un omaggio all’antica tradizione <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynose-pumpkinale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8970" title="smuttynose pumpkinale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/04/smuttynose-pumpkinale-261x300.jpg" alt="" width="124" height="143" /></a>coloniale  americana di birrificare ricorrendo, almeno in parte, all’uso della  zucca, quale sostituzione almeno parziale dei costosi malti d’importazione,  per rendere il prodotto meno caro e più alla portata delle tasche dei  consumatori. Una birra “campagnola”, fresca e beverina, molto watery,  amara quasi per nulla, relativamente rotonda di malto e leggermente  movimentata dall’uso, molto parco, di spezie. Una birra da bere solo per  rispettare la tradizione, senza alcuna necessità di farsene una scorta.  Di tutt’altra pasta rispetto, ad esempio, alla ben più  caratterizzata <a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2008/02/t-smisje-halloween.html"><em><strong>‘t  Smisje Halloween</strong></em>,</a> solo per fare un nome &#8220;a caso&#8221;.  Assaggiata in bottiglia da 0,35; alc. 5% vol.;  <em>© Alberto Laschi</em></p>

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		<title>Vanno tutti alla Baltika</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 22:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gran via vai, di questi giorni, presso gli impianti della brewery russa <a href="http://eng.baltika.ru/"><strong>Baltika.</strong></a> Ci sono andati due birrai che oggi vanno per la maggiore, in momenti diversi e spinti da motivazioni diverse, ma con il medesimo intento: fare birra, da quelle parti, e farla &#8220;speciale&#8221;. Innanzitutto la location: la <strong>Baltika Brewery </strong>ha sede in Russia, con lo stabilimento più &#8220;prestigioso&#8221; a <em>San Pietroburgo</em> e, ad oggi, è <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Logo-Baltika.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9963" title="Logo Baltika" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Logo-Baltika.jpg" alt="" width="281" height="74" /></a>la più grande birreria dell&#8217;Europa dell&#8217;Est e la seconda più grande brewery europea dopo<strong> Heineken</strong>. Fondata nel <strong>1990</strong>, quando ancora la Russia era il paese governato dal Soviet Supremo, la fabbrica di birra supera indenne le grandi turbolenze dell&#8217;era post-comunista, diventando, fin dal <strong>1996,</strong> leader della produzione birraria in Russia. La multinazionale danese <strong>Carlsberg</strong> ne acquista l&#8217; <strong>89,01%</strong> dell&#8217;intero pacchetto azionario nel <strong>2008</strong>, e la <strong>Baltika</strong> arriva, nel <strong>2010</strong>, a detenere il <strong>40,6%</strong> del mercato russo della birra. Questo è il colosso al quale hanno fatto visita <em>Martin Dickie</em> di <strong>Brewdog</strong> e <em>Mikkel Borg Bjergsø</em>, il <em>gipsy brewer</em> danese, nume tutelare della <strong>Mikkeller</strong>.</p>
<p>Il secondo, in ordine di tempo, è stato lo scozzese, arrivato dalle parti della <strong>Baltika</strong> (per la precisione, dalle parti dell&#8217;impianto per le produzioni pilota di <strong>Baltika</strong>) lo <a href="http://www.brewdog.com/blog-article/martins-trip-to-russia">scorso 22 giugno</a>, per fare una birra &#8220;innovativa&#8221; assieme all&#8217;amico <em>Yuri Yatunin</em>, gestore di <a href="http://www.beercult.ru/">uno dei blog birrari russi</a> più frequentati. Portandosi dietro una vera e propria borsata di luppoli, rivelatasi poi comunque insufficiente, <em>Martin Dickie</em> è arrivato in Russia con un&#8217;idea ben precisa in testa: brassare la <strong>prima</strong> (in assoluto) <em><strong>Imperial IPA</strong></em> in Russia. E nello scegliere la tipologia, i due hanno &#8220;giocato&#8221; un po&#8217; con i nomi, decidendo che<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Logo-brewdog-large.png"><img class="alignright size-medium wp-image-9965" title="Logo brewdog  large" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Logo-brewdog-large-255x300.png" alt="" width="138" height="163" /></a> avrebbero dato vita ad una <span style="text-decoration: underline;"><strong>RDIIPA</strong></span>, ovverosia una <span style="text-decoration: underline;"><em>russian double imperial IPA</em></span>. Il che vuol dire raddoppiare da subito tutti i parametri dello stile originario: quindi più alcool, più OG e più amarezza, con un IBU che doveva esplicitamente superare i 150. Per fare ciò non sono state sufficienti le cinque varietà di luppoli (<em>Amarillo, Centennial, Cascade, Colombus </em>e <em>Simcoe</em>) portate con sè da <em>Martin</em>: si è dovuto provvedere ad aggiungerne altre due, <em>Taurus </em>e<em> Perle</em>. Tre malti (caramello, pale ale e malto di segale), poi, per irrobustirne la struttura e regararle un color ambrato carico. Il risultato è stata questa birra dall&#8217;alcolicità pronunciata (<strong>9,5%</strong> vol.), con un IBU dichairato di <strong>150 +</strong>; manca solo di conoscerne il nome e l&#8217;eventuale data di commercializzazione.</p>
<p>Il primo, a capitare dalle parti della <strong>Baltika</strong>, era stato il birraio danese senza impianto proprio. Il 5 giugno <em>Mikkel</em> arriva a San Pietroburgo scortato dal collega <em>Wolfgang Lindell</em> della danese <a href="http://www.jacobsenbryg.dk/Pages/default.aspx"><strong>Jacobsen Briggery</strong></a> (gruppo Carlsberg): la motivazione alla base del viaggio era quella di brassare, negli impianti della <strong>Baltika</strong>, una birra <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/mikkeller-blatika.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9966" title="mikkeller blatika" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/mikkeller-blatika.jpg" alt="" width="200" height="126" /></a>celebrativa della visita che nel prossimo autunno la regina <em>Margrethe II</em> di Danimarca farà in Russia. Già scelto il nome, di questa birra: <em><strong>Royal Wine Rye</strong></em>, una birra in sè innovativa. Doveva essere, nelle intenzioni dei produttori (e sembra che lo sia stata), un &#8220;<em>vino/birra di segale</em>&#8221; con sentori di fumo (la regina danese è una accanita fumatrice &#8230;). Per brassarla sono stati usati: luppolo nelson sauvin, malto di segale, un ceppo di lievito &#8220;ingegnerizzato&#8221; nei laboratori della <strong>Baltika</strong> stessa, foglie di vita provenienti dalle vigne della zona di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Abrau-Dyurso"><em>Abrau-Dyurso</em></a> (nella provincia russa di <em>Novorossiysk</em>, importante zona vinicola russa) e succo d&#8217;uva. Messa a maturare in botti di rovere, la<em><strong> Royal Wine Rye</strong></em> dovrà riuscire a coniugare il ruvido carattere nordico della birra di segale con l&#8217;eleganza del vino rosso. Certo, &#8220;inventarsi&#8221; una birra con foglie di vite in macerazione/infusione &#8230; ci poteva pensare solo Mikkel. Vedremo se sarà birra &#8220;potabile&#8221; o solo &#8220;estrema&#8221;.</p>

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