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	<title>inbirrerya &#187; luppolo</title>
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		<title>Ancora sul luppolo e sul lievito</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 23:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi era già capitato di scrivere, ultimamente, di lieviti e luppoli, della loro storia, di come il luppolo sia diventato elemento insostituibile per sostanza e “fantasia” nella produzione birraria mondiale (quella di qualità, soprattutto) e di come i craftbrewers americani abbiano tracciato il solco definitivo fra un “prima” e un “dopo” nella scelta delle varietà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/21/il-luppolo-il-lievito-e-il-futuro/">Mi era già capitato di scrivere, ultimamente,</a> di lieviti e luppoli, della loro storia, di come il luppolo sia diventato elemento insostituibile per sostanza e “fantasia” nella produzione birraria mondiale (quella di qualità, soprattutto) e di <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-chart1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11491" title="hops chart" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-chart1-300x185.png" alt="" width="262" height="171" /></a>come i craftbrewers americani abbiano tracciato il solco definitivo fra un “prima” e un “dopo” nella scelta delle varietà più “innovative” e nelle tecniche d’utilizzo più determinate. Ci ritorno sopra, perché, nel frattempo, sempre negli USA, è stato messo in commercio <a href="http://draftmag.com/beereditor/visualizing-hops/">il poster “definitivo”, del luppolo e dei suoi “effetti”</a>.  Lo slogan pubblicitario che lo ha promosso sul mercato recita: “<em>chi è che non lo vorrebbe sul proprio muro?</em>”: niente di più efficace. Anch’io lo voglio. E’ chiaro, ha un forte impatto visivo, è “funzionale”, è esaustivo, è “visibile”: in un parola, è perfetto. Lo ha disegnato/creato <em>Zeke Shore</em>, co-fondatore dello studio grafico <a href="http://typeslashcode.com/"><strong>Type/Code</strong> </a>di Brooklyn e condensa in un solo spazio grafico proprietà, produzione e diffusione dei principali luppoli usati per birrificare (a occhio ne sono elencati un centinaio). Il poster si chiama <strong><em>Hops Chart</em></strong> e in America è in vendita a <strong>$ 30</strong> cadauno.</p>
<p>Sempre a proposito del  luppolo, due interessanti articoli, sempre made in USA, che aggiungono, al luppolo e alla sua storia, particolari interessanti, curiosità non fini a se stesse notizie aggiornate; <a href="http://www.craftbeer.com/pages/stories/craft-beer-muses/show?title=the-secret-life-of-hops">uno postato sul sito<strong> Craftbeer</strong></a>, <strong></strong> l’altro del “solito” sempre ben informato <a href="http://www.examiner.com/beer-in-national/beer-s-value-factor-hop-development"><em>Charlie Papapzian</em>.</a> Molte le notizie, contenute nei due articoli, ma molte anche le <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-32-l1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11493" title="hops--32-l" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-32-l1-264x300.jpg" alt="" width="209" height="238" /></a>“curiosità”, alcune delle quali davvero particolari. Il luppolo, oltre che crescere sempre in senso orario, è tossico per gli animali e può dare anche agli uomini effetti poco piacevoli (mal di testa furibondi e mal di stomaco), ma puòavere anche un effetto calmante: un tempo se ne metteva un po’ dentro i cuscini da letto, per favorire il sonno a chi di sonno ne aveva poco, e chi lavorava nelle fabbriche dove il luppolo veniva trattato aveva l’obbligo di “staccare” dal lavoro ad intervalli di tempo regolari per non rischiare di cadere in una sorta di pericolo “letargo”. Alcuni luppoli, a causa della loro forte concentrazione degli acidi alfa, sono anche altamente “infiammabili”: è rimasto nella storia l’incendio che nel <strong>2006</strong> incenerì 2 milioni di libbre di luppoli <em>Columbus, Tomahawk </em>e <em>Zeus</em> nei magazzini della <a href="http://www.hopunion.com/"><strong>Hop Union</strong></a>, incendio che causò una vera e propria carenza di luppoli nel <strong>2007 -2008</strong>, penalizzando l’attività produttiva dei birrai. In America viene coltivato e raccolto il <strong>30%</strong> di tutto il luppolo al mondo: nel solo stato di Washington (<em>Yakima Valley</em> e dintorni) si produce e raccoglie il <strong>77%</strong> di tutto il luppolo americano; <strong>73</strong> sono i produttori americani di luppolo (erano <strong>200 20</strong> anni fa), l’azienda agricola media, in America, ha un superficie di quasi <strong>430 </strong>ettari (in Germania è di <strong>32</strong>, e il più grande coltivatore di Hallertau in Germania ha una superficie coltivata di <strong>193</strong> ettari). Di segno contrastante le notizie, riferisce <em>Charlie Papazian</em>, a riguardo della raccolta di quest’anno di luppolo in America: una enorme sovrabbondanza di luppoli più ricchi di “acidi alfa”, il cui <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11494" title="hops 1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/hops-1-300x164.jpg" alt="" width="244" height="134" /></a>prezzo è crollato, meno ricca la raccolta invece dei luppoli da aroma/amaro, per i quali c’è attualmente una grande richiesta (nel <strong>2011</strong> i quattro luppoli più utilizzati in America dai craftbrewers sono stati <em>Cascade, Centennial, Chinook </em>e<em> Willamette</em>). Sempre <em>Charlie Papazian  </em>richiama l’attenzione sul grande e prolungato investimento temporale (ed economico) al quale chiunque voglia far ricerca e coltivazione di luppolo deve sottoporsi: ci vogliono dagli <strong>8</strong> agli <strong>11</strong> anni per tirar fuori una nuova varietà di luppolo, dalle <strong>15.000</strong> alle <strong>20.000</strong> piante devono essere messe a dimora per poter fare in maniera significativa questa sperimentazione, e solo l’ <strong>1-2%</strong> di queste piante iniziali potranno dare effettivamente i risultati desiderati. E’ vero che poi queste nuove varietà sono “progettate” per resistere almeno una cinquantina di anni una volta messe a dimora, resistendo, in maniera anche economicamente sostenibile, alle varie malattie che di questa pianta possono fare strage, ma ce ne vogliono , di capitali e di terra, per poterci “campare”.</p>
<p>Per finire,<a href="http://www.decanter.com/news/wine-news/529539/the-enemy-at-bay-scientists-crack-brett-gene-code"> una interessante notizia che rigurada il mondo dei lieviti.</a> Il <strong><em>Brettanomyces</em></strong> (<em>Drekkera Bruxellensis</em>) quando non è volutamente inoculato o quando non è volutamente &#8220;ricercato&#8221; nella produzione della birra, è uno dei maggiori<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brettanomyces.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11495" title="brettanomyces" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/brettanomyces.jpg" alt="" width="196" height="122" /></a> spauracchi dei birrai, il vero e proprio pericolo n° 1. Quattro ricercatori dell&#8217; <a href="http://www.awri.com.au/"><em>Australian Wine Research Institute</em> </a>sembrano però aver trovato la strada per sconfiggere questo nemico, &#8220;crackandone&#8221; il DNA. Sequenziandone il genoma, infatti, i quattro australiani hanno offerto all&#8217;industria vitivinicola locale un potente strumento di &#8220;controllo&#8221; sull&#8217;azione di questo lievito selvaggio, che tanti effetti negativi ha sulla produzione del vino; conoscendone il &#8220;codice sorgente&#8221;, infatti, i quattro ricercatori  adesso possono sviluppare le armi appropriate per combatterlo. E se funziona per il vino, sicuramente funzionerà anche per la birra.</p>

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		<title>Il luppolo, il lievito e il futuro</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 23:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Luppolo e lievito, storicamente le ultime due new entry fra gli ingredienti birrari; nuove, ma “di peso”. Per tutti e due, importanti novità in arrivo. Partiamo dal luppolo, facendosi guidare da uno che di birra, e di luppoli, se ne intende, e tanto. <a href="http://www.examiner.com/beer-in-national/hops-become-important-key-to-beer-diversity"><em>Charlie Papazian</em>, in un suo recente articolo</a>, fa il punto della situazione “luppolata”, guardando anche più in là. <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/luppoli1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11261" title="Growing Hops" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/luppoli1-300x225.jpg" alt="" width="220" height="166" /></a>Innanzitutto ricorda,  rivendicando per sé e per il movimento birraio americano il merito di aver aperto una strada, la “rivoluzione luppolata” alla quale Oltreoceano hanno dato vita i craft brewers americani. <strong>5.000</strong> anni di storia della birra: solo negli ultimi <strong>100</strong> il luppolo è entrato stabilmente a far parte degli ingredienti irrinunciabili, è di questi ultimi <strong>20</strong> anni l’ulteriore, decisiva rivoluzione. <strong>1970</strong>: in America qualcuno comincia ad usare il <em>Cascade</em>. E’ il primo passo nel futuro, dopo un presente /passato ancorato alla nobiltà dei luppoli europei (<em>Saaz, Halleratuer</em> …). Si apre una breccia, si allargano gli orizzonti, se ne coltivano ancora di più di questi luppoli fruttati/agrumati/esotici, che cominciano a girare per il mondo, riempiendo i frigoriferi dei birrifici della new generation dei birrai. <em>Centennial, Chinook, Nugget, e, dai primi anni del 2000, Nelson Sauvin, Pacific Hallertauer, American Mt. Hood, Amarillo, Simcoe, Citra, Columbus, Willamette, Sterling, </em>solo per fare alcuni nomi. Con una ulteriore innovazione, sempre made in USA, adesso patrimonio comune di tutti i migliori birrai: luppolo in infusione, ma luppolo anche in <em><span style="text-decoration: underline;">dry hopping,</span></em> la vera, definitiva rivoluzione luppolata. E’ un modo di pensare e di brassare innovativo, davvero rivoluzionario: i consumatori, racconta sempre Charlie Papazian, dimostrano di gradire enormemente questa nuova esplosione di sapori e di aromi, cosa che spinge sempre di più i craft brewers americani ad usare luppoli in dosi certo non omeopatiche (la birra artigianale rappresenta il <strong>5%</strong> del mercato dell’intero mercato della birra, ma assorbe il <strong>30%</strong> di tutto il luppolo prodotto in America). Di tutto questo “fermento luppolato” il comparto dei produttori di luppolo non può non tenerne conto, e se in USA la situazione è stabilmente in evoluzione, anche in Europa si comincia a sentire il bisogno di diversificare le produzioni storiche, sull’onda di questa nuova “moda”. La <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/luppoli-piantagione.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11262" title="luppoli piantagione" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/luppoli-piantagione-300x225.jpg" alt="" width="259" height="195" /></a><strong>Gesellschaft für Hopfenforschung e.V.,</strong> la società tedesca per le ricerche sul luppolo, supportata da una miriade di brauerei ed enti istituzionali tedeschi, <a href="http://www.lfl.bayern.de/publikationen/daten/merkblaetter_url_1_93.pdf">ha pubblicato (è questa la notizia/novità) uno documento</a> nel quale si esplicitano le nuove tendenze produttive del luppolo, anche qui in Europa. Dove restano “intoccabili” quelle dei luppoli storicamente nobili, ma dove si metteranno a dimora anche nuove varietà di luppoli (all’interno di un progetto chiamato <em><span style="text-decoration: underline;">Hüll Aroma Breeding program)</span></em> o varianti dei luppoli già esistenti che riescano a  riprodurre quella ricchezza fruttata ed esotica già propria di molti luppoli extra-europei. E’, di fatto, una vera e propria “consacrazione”: non più una moda, più o meno passeggera, ma un modo di brassare che diventa tradizione, per il quale occorrono luppoli ad hoc.  E se lo dicono i tedeschi, ancora troppo spesso “impiombati” dall’ Editto di Purezza del <strong>1516</strong> ….</p>
<p>Fino al <strong>1854</strong>, quando <em>Louis Pasteur</em> pubblicò il suo monumentale studio sulla fermentazione e i lieviti, i birrai dovevano fare sempre i conti con l’ingrediente sconosciuto, quello che non potevano controllare, perché non lo sapevano identificare; e non sempre i conti tornavano. Anche dopo quella data, fino ad oggi, “controllare” il lavoro del lievito nel contesto del processo di birrificazione non è cosa semplicissima, né sicura al <strong>100%:</strong> il lievito è un organismo vivo e <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/saccaromyces-cerevisiae.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11263" title="saccaromyces cerevisiae" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/saccaromyces-cerevisiae-300x300.jpg" alt="" width="201" height="201" /></a>vivace, gran lavoratore, ma anche gran rompiscatole. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica <a href="http://www.nature.com/nbt/journal/vaop/ncurrent/full/nbt.2018.html"><strong>Nature Biotechnology</strong> </a>un gruppo di ricercatori svizzeri del <a href="http://www.ethz.ch/index_EN"><strong><em>Technology Institute (ETH)</em></strong> </a>di Zurigo sembra aver trovato un modo scientifico per diminuire drasticamente le “alzate di testa” del lievito, dimostrando di poterne controllare il “lavoro”. Monitorando l’attività del <em><span style="text-decoration: underline;">Saccaromyces Cerevisiae,</span></em> <a href="http://www.nature.com/nbt/journal/v20/n10/full/nbt734.html">ci si era già accorti</a> che quando il lievito è esposto alla luce, una molecola al suo interno (il fitocromo) cambia forma: il team svizzero ha però scoperto che alternando una fonte di luce rossa ad un’altra rosso profondo, il comportamento di questa molecola può farla diventare una vera e propria “sentinella” del processo di fermentazione. Creando, con il computer, un ciclo controllato di questi lampi di luce, si è riusciti a dar vita ad  un vero e proprio feedback ragionato, riutilizzabile ogni volta che si ha a che fare con il <em>S. Cerevisiae.</em> Luce controllata + computer, quindi, per ricercare e ricreare la “stabilità” del processo di fermentazione: una strada ancora complessa, ma non più impensabile, <a href="http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-15598887">come si commenta anche dalle parti della BBC</a>. Faciliterà la vita ai birrai?</p>

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		<title>Villaggio&#8217;s Update #5</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 13:28:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-941" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="bastogne" src="http://www.villaggiodellabirra.com/wp-content/uploads/2011/08/bastogne3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p>Lavori in corso..purtroppo registriamo la defezione della Schelde Brouwerij, posto vacante ma subito occupato da una New Entry per il Villaggio: Brasserie de Bastogne che presenterà due suoi prodotti: La Trouffette Blonde e Roussa. Anche il Laboratorio dove era presente la Schelde  (quello del Sabato alle 15) sarà variato con il nuovo birrificio.</p>
<p>Prende vita il Belgian Tradition Corner: Chimay Tripel e Premiere alla spina per le birre Trappiste, De Cam Kriekenlambic alla spina per lo spazio Lambic (c&#8217;è anche la Gueuzerie Tilquen..) e Rodenbach Gran Cru e Vintage (ancora da confermare) saranno spinate insieme ad una Oud Bruin che al momento dobbiamo ancora scegliere..</p>
<p><a rel="attachment wp-att-942" href="http://www.inbirrerya.com/2008/07/12/la-gueuze/472-revision-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-942" title="previllaggio2011" src="http://www.villaggiodellabirra.com/wp-content/uploads/2011/08/previllaggio2011-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Sveliamo il Prè Villaggio: Venerdi 9 Settembre dalle 20 serata a Tema &#8220;Hoppy Hour&#8221;..le birre con più luppolo dalla terra belga. Al momento abbiamo la conferma di Valeir Extra (Contreras), Chouffe Houblon (Achouffe), Bastogne P.A. (Bastogne), Saint Helene Simcoe (Saint Helene), Hop Ruiter (Schelde)..stiamo lavorando per aggiungerne altre ma come sapete (o lo sapete adesso) per le &#8220;conferme&#8221; i belgi sono un pò lenti..</p>

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		<title>Con le aipiei ci potrei campare &#8230;.</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 08:21:45 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Non c&rsquo;&egrave; niente da fare, io con le<a href="http://www.inbirrerya.com/?s=indian+pale+ale"> <i><u>aipiei </u></i></a>ci potrei tranquillamente campare. Non mi annoiano mai, le trovo sempre fresche e intriganti, anche quando sono degli attentati luppolacei alle papille gustative. Mi piace il loro carattere sbarazzino e la loro svergognata propensione a colpire duro, alla quale non rinunciano (quasi) mai. Colpiscono senza avere la pretesa di stupire, sono &ldquo;classiche&rdquo; nella loro fantasmagorica ricchezza luppolacea, che a qualcuno pu&ograve; sembrare anche eccessiva, ma che per me non travalica (quasi) mai i limiti della decenza. Per questo ne sono spesso alla ricerca, delle <em>aipiei</em>, meglio se made in USA, la patria dei pi&ugrave; sfrontati assemblatori di questi mostri (nel senso di <em>monstrum</em>, <em>prodigio</em>). Dal mio &ldquo;fornitore di fiducia&rdquo; mi &egrave; arrivata l&rsquo;indicazione di una nuova, di <em>aipiei</em>, di un birrifcio che non conoscevo: fidandomi del &ldquo;fornitore&rdquo; e della sua competenza, l&rsquo;ho presa. E l&rsquo;ho bevuta. E mi &egrave; piaciuta. E anche tanto.</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Logo-Shorts-Brewing1.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-8320" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Logo-Shorts-Brewing1-284x300.png" style="width: 184px; height: 195px;" title="Logo Shorts Brewing" /></a></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">La birra ha un nome onomatopeico: <b><i>Huma Lupa Lucious</i></b>, il birrificio che la produce (assieme ad <a href="http://www.ratebeer.com/Ratings/Beer/ShowBrewer.asp?BrewerID=3525">altre <b>94</b> birre</a>!!) &egrave; lo <a href="http://www.shortsbrewing.com/"><b>Short&#39;s Brewing</b></a> di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bellaire,_Michigan"><i>Bellaire</i></a>, nel <i>Michigan</i>. Che &egrave; un birrificio dalle piccole dimensioni (partito con <b>180</b> barili l&rsquo;anno, adesso ne produce circa <b>10.000</b>), ma che in America conta, eccome se conta. E non solo in America: aperto nel <b>2008</b> a <i>Elk Rapids</i> (come estensione del brewpub di <i>Bellaire</i>), compare nelle classifiche di <i>Ratebeer</i> gi&agrave; l&rsquo;anno successivo a quello dell&rsquo;apertura, <a href="http://www.ratebeer.com/RateBeerBest/bestbrewers_012009.asp">piazzandosi <b>48&deg;</b> fra i primi <b>100</b> nel mondo</a>; &egrave; <b>64&deg;</b> nel <b>2010</b> e <a href="http://www.ratebeer.com/RateBeerBest/bestbrewers_012011.asp"><b>76&deg;</b> </a></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/short-brewing-Joe-Short2.jpg.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-8321" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/short-brewing-Joe-Short2.jpg-300x200.png" style="width: 242px; height: 163px;" title="short brewing - Joe Short2.jpg" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><a href="http://www.ratebeer.com/RateBeerBest/bestbrewers_012011.asp">quest&rsquo;anno, al <b>50&deg;</b> posto fra i birrifici americani</a>. Mica poco! Nasce nel <b>2004</b>, la <b>Short&#39;s Brewing</b>, ed all&rsquo;inizio &egrave; solo un brew pub, che <i>Joe Short</i> (assieme all&rsquo;amico <i>Scott Newman-Bale</i>) apre nel minuscolo paesino di <i>Bellaire</i> (<b>1.164</b> abitanti), ristrutturando (con l&rsquo;aiuto degli abitanti stessi) un vecchio negozio di ferramenta che si trovava sulla via principale del paese. La &ldquo;storia&rdquo; dei due amici <i>Joe</i> e <i>Scott</i> &egrave;, per molti versi, la storia che molti dei produttori artigianali americani hanno vissuto sulla propria pelle: la passione dell&rsquo;homebrewing negli anni del college-universit&agrave;, i primi passi lavorativi presso birrifici altrui, poi la scommessa che li porta a puntare su di s&eacute; e sui propri progetti.<i> Joe</i>, il birraio, passa tre anni lavorando prima alla <a href="http://www.pubcrawler.com/Template/ReviewWC.cfm/flat/BrewerID=1690"><i>Traverse Brewing Company</i></a> di Williamsburg, poi nella&nbsp;<a href="http://www.michiganbrewing.com/"><i>Michigan Brewing Company</i></a> e infine nella <i>Jackson Brewing Company</i> di Jackson. Una volta capito che la birra poteva diventare la propria professione, <i>Joe</i> coinvolge l&rsquo;amico <i>Scott</i> nella sua avventura birraria, nel &ldquo;mezzo del nulla&rdquo; di <i>Bellaire</i>. I primi</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/short-brewing.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-medium wp-image-8322" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/short-brewing-225x300.jpg" style="width: 141px; height: 187px;" title="short brewing" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> tempi sono duri, anche perch&eacute; i mezzi economici e le competenze tecniche non sono al top. Poi <i>Joe</i> affina sempre di pi&ugrave; la propria tecnica, e le geniali alchimie finanziarie di <i>Scott </i>(che diventa il direttore amministrativo) imprimono la svolta decisiva a questa avventura, che si trasforma in business di successo a partire dal <b>2008</b>, quando aprono insieme il nuovo impianto produttivo nella vicina <i>Elk Rapids</i>. Negli ultimi due anni il birrificio<a href="http://www.inc.com/articles/2010/02/applicant-of-the-week-shorts-brewing.html"> ha triplicato le proprie entrate</a>, e le birre di <b>Short&#39;s Brewing</b> si trovano adesso in molti degli Stati americani. Niente male per un brewpub che ha aperto, scommettendoci, in un paesino di <strong>1.200</strong> abitanti, sperduto nel grande Nord americano.</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/huma-lupa-licious-e1262276534522.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-8323" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/huma-lupa-licious-e1262276534522-300x279.jpg" style="width: 212px; height: 198px;" title="huma-lupa-licious-e1262276534522" /></a></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em><strong>Huma Lupa Licious</strong></em>: una <em>gemma</em> la definiscono quelli di <strong>Short&#39;s Brewing</strong>; e poi, con stile spigliato, la descrivono, sulla label, <em>come un parco a tema nella tua bocca, complesso, di luppolo e malto</em>. Sicuramente una birra </span></span><em><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">very licious</span></span></em><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">, &ldquo;voluttuosa&rdquo; e &ldquo;succosa&rdquo;, che rivendica fin dal nome le proprie origini luppolariamente aggressive (ricordo che il nome latino del luppolo &egrave; <em>humulus lupulus</em>, il <em>lupo delle piante</em>). &nbsp;Non ci dicono, quelli di S<strong>hort&#39;s Brewing</strong>, i nomi dei ceppi di luppolo usati per brassarla, tutti sotto forma di fiori, ma sono davvero </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/huma-lupa.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-8324" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/huma-lupa.jpg" style="width: 167px; height: 249px;" title="huma lupa" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">tanti, per quantit&agrave; e variet&agrave;. Inebriante fin dall&rsquo;aroma, la <em><strong>Huma</strong></em> squaderna subito di che pasta &egrave; fatta: un amaro resinoso, sedizioso e pervasivo, unito ad una varianza agrumata elegante e accattivante. Il malto le tiene insieme, queste due variabili amaricanti, sia nell&rsquo;aroma che al palato, fornendo l&rsquo; indispensabile struttura e regalando un invidiabile equilibrio. Non robustissima di alcool (abv <strong>7%</strong>), dal colore aranciato e dalla &ldquo;solita&rdquo; copiosissima e persistente candida schiuma, &egrave; birra che &ldquo;morde&rdquo;, aggressiva e un po&rsquo; sfacciata; lascia come ricordo un tappeto spesso e fitto di sensazioni nettamente amaricanti, tutte nel &ldquo;segmento&rdquo; resina-agrume-pompelmo. Una vera giostra, meglio una &ldquo;fiera&rdquo; luppolata: non solo un &ldquo;parco a tema&rdquo;, ma un vero e proprio parco giochi, che sembra fatto apposta per tutti quelli (come me) che amano divertirsi con le <em>aipiei</em>. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7% vol.; </span></span><em><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">&copy; Alberto Laschi</span></span></em></div>

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		<title>Una Scotch Ale in Birrerya</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 07:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Le <b><u>scotch ale</u></b> scozzesi sono nate per esaltare il malto. Anche perch&eacute; di luppolo, in <em>Scozia</em>, ne cresce ben poco: il clima, lass&ugrave;, &egrave; ideale per la coltivazione dell&rsquo;orzo, ma &egrave; troppo rigido per il luppolo (che poi, se uno decideva di importarlo, costava, allora, un botto). Le loro <i>wee heavys</i> (qualcosa come &ldquo;<i>attimi intensi</i>&rdquo;) sono birre caramellate, dolci e robuste, ottenute con una grande quantit&agrave; di malto, fatto bollire a lungo con pochissimo luppolo, il cui calore maltato contribuisce notevolmente a sopportare il freddo del nord. Spesso sulle loro etichette compaiono le cifre <b><i>60/-, 70/-, 80/-, 90/-.</i></b> Una volta indicavano la cifra esatta dell&#39;&rsquo;imposta fiscale &nbsp;che lo stato imponeva per ogni barile, in <i><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shilling">shilling</a>,</i> &nbsp;la moneta che nel Regno Unito ha avuto corso legale fino al <b>1970</b>. </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Scotch_Ale2.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-8069" height="177" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Scotch_Ale2.jpg" title="Scotch_Ale2" width="285" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">La meno forte era la<strong> 60/-</strong>, le <em>premium</em> corrispondevano <strong>a 80/-</strong>, le <em>ales</em> molto robuste erano le <strong>90/-</strong>; ci sono &ldquo;prove storiche&rdquo; documentate di una <em>wee heavy</em> scozzese da <strong>160/-</strong>. Nate, come tipologia, ad <i>Edimburgo</i> alla fine del &nbsp;<b>XVIII</b> secolo, si brassano usando, di solito, malto Pale, malto Crystal e una quantit&agrave; relativamente scarsa di malti scuri (o anche Roasted Barley). La bollitura &egrave; molto prolungata, per favorire la caramellizzazione del mosto; &nbsp;fementazione e maturazione vengono fatte a temperature pi&ugrave; basse (quasi da <em>lager</em>, si pu&ograve; dire) rispetto alle altre ales &ldquo;anglofone&rdquo;. Questa loro caratterizzazione maltata corre il rischio di farle percepire come birre un po&rsquo; &ldquo;unidimensionali&rdquo;; d&rsquo;altra parte lo scarso impiego di luppolo, nel brassarle, porta quasi inevitabilmente a questa conclusioni. Quelli bravi, di mastri birrai intendo, riescono a &ldquo;confezionarle&rdquo; in maniera tale da non renderle stucchevoli, esaltandone la componente caramellata e compensandola con una buona caratterizzazione fruttata di mandorle e frutta secca. Non facili, oggettivamente, da bere, perfette per&ograve; per riscaldarsi quando &egrave; molto freddo. Cadute un po&rsquo; &nbsp;in disuso in madre patria, dove i mastri birrai scozzesi hanno cominciato, anch&rsquo;essi, a baloccarsi un po&rsquo; di pi&ugrave; con i luppoli, le migliori, oggi, in giro, sono quelle brassate in America, la patria della &ldquo;riedizione&rdquo; delle birre cadute (un po&rsquo;) nel dimenticatoio.</span></span></div>
<div>&nbsp;</div>
<div style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/logo-hoppinfr.jpeg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-8071" height="124" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/logo-hoppinfr.jpeg" title="logo hoppinfr" width="180" /></a></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">&nbsp;&nbsp;</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">La <b><i>Hoppin&rsquo; Frog Outta Kilter wee-heavy scotch red ale</i></b> (difficile scegliere un nome un po&rsquo; pi&ugrave; short?) fa parte di questa tendenza produttiva, tutta americana, tesa a dimostrare di saper far bene (anche rivisistandole) birre anche non appartenenti alla propria tradizione brassicola, ma comunque &ldquo;paradigmatiche&rdquo;. &ldquo;Soli&rdquo; <b>23</b> IBU per questa &ldquo;botta di calore&rdquo; di <b>8,2</b> gradi alcolici prodotta in <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/04/13/bodacious-black-tan-hoppin-frog/">Ohio</a>, una vera <i>wee heavy</i> di scozzese memoria, la birra &ldquo;giusta&rdquo; per rendere meno freddo il solstizio d&rsquo;inverno (trascorso da non molto). Dolce (abbastanza), appiccicosa (il giusto), gommosa (ma poco), robusta (tanto), caramellata (inevitabilmente), ma dal finale </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/OuttaKilter-JustFront-smaller.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-8072" height="202" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/OuttaKilter-JustFront-smaller.jpg" title="OuttaKilter-JustFront-smaller" width="200" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">relativamente asciutto e non strascicato. I malti ci sono tutti, eccetto quelli torbati (a volte impiegati in questa tipologia birraria), e tutti si presentano all&rsquo;appello: l&rsquo;uso, solo accennato, di segale, li contempera tutti, regalando alla birra una eleganza e una linearit&agrave; meno muscolosa (rispetto agli archetipi scozzesi della categoria). Non spiccante per personalit&agrave; (se usi solo malto, o quasi, &egrave; del resto inevitabile), &egrave; comunque educata e rotonda, non sfacciata, e regala davvero quella sensazione &ldquo;calda&rdquo; di base che te la fa ricordare per la sua aderenza allo stile. Robusta, ma con un impatto meno alcolico di altre birre similari (la <b>Mc Chouffe,</b> ad esempio, picchia molto di pi&ugrave;), si fa pi&ugrave; che apprezzare per la sua onest&agrave;; se poi gli si aggiungesse un capellino di carbonazione in pi&ugrave; (parere mio personale), risulterebbe ancor pi&ugrave; godibile. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 8,2% vol.; &copy; Alberto Laschi</span></span></div>

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		<title>Due birre agli antipodi, in Birrerya</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 06:15:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due birre agli antipodi, fra di loro, una blanche americana di ispirazione belga (con alcune &#34;aggiunte&#34; particolari), brassata da The Bruery, e una barley wine di Mikkeller, questa volta di matrice molto &#34;europea&#34;; entrambe presenti nel catalogo di Birrerya. &#160; Il brandy (brandywine in inglese, derivato dall&#8217;olandese burnt wine) &#232; uno dei distillati di vino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Due birre agli antipodi, fra di loro, una <u><em>blanche</em></u> americana di ispirazione belga (con alcune &quot;aggiunte&quot; particolari), brassata da <strong>The Bruery</strong>, e una <u><em>barley wine</em></u> di <strong>Mikkeller</strong>, questa volta di matrice molto &quot;europea&quot;; entrambe presenti nel catalogo di <strong>Birrerya</strong>.<br />
	</span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/mikk-weinb.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-7922" height="200" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/mikk-weinb.jpg" title="mikk weinb" width="260" /></a></div>
<div>&nbsp;</div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">Il<em> brandy</em> (<i>brandywine</i> in inglese, derivato dall&rsquo;olandese <i>burnt wine</i>) &egrave; uno dei distillati di vino pi&ugrave; antichi, conosciuto fin dal <strong>XIII</strong> secolo. All&rsquo;inizio del <strong>XIX </strong>secolo il mercato europeo era dominato dai <em>brandy </em>francesi e spagnoli, allora i pi&ugrave; pregiati; in Germania, in quel periodo il <em>brandy</em> lo chiamavano <em>cognac,</em> alla francese (il <em>cognac</em> &egrave; comunque una &ldquo;variante&rdquo; del <em>brandy)</em>. Dopo la fine della I Guerra Mondiale, nel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Versailles_%281919%29">trattato di <em>Versailles del 1919</em></a>, la Germania si impegn&ograve; a rispettare la denominazione di origine protetta dei prodotti francesi, cosicch&egrave; non pot&egrave; pi&ugrave; usare la denominazione brandy (o cognac) per i propri distillati di vino. <i>Hugo Ausbach</i>, </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/mikk-Weinbrand.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-7923" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/mikk-Weinbrand-187x300.jpg" title="mikk Weinbrand" width="187" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">famoso enologo e produttori di vino, brevett&ograve;, depositandolo, nel <b>1927</b> il termine <b><i>weinbrand</i></b> con il quale si identificava la denominazione di origine protetta e la qualit&agrave; dei distillati di uva prodotti in Germania. Tutto questo per spiegare il nome di questa birra di<a href="http://www.inbirrerya.com/?s=mikkeller"> <strong>Mikkeller</strong></a>, la <b><i>Weinbrand BA Red Ale</i></b>, una <i><u>amber ale</u></i> pe<em>r Ratebeer</em>, una <i><u>barley wine</u></i> per me, con il consistente ABV di <b>10%.</b> Brassata da <b>De Proef</b> e fatta maturare per tre mesi in botti di provenienti dalla pregiata cantina <a href="http://www.kollwentz.at/"><b>Weingut Kollwentz- </b><span title="Römerhof."><b>R&ouml;merhof </b></span></a></span>(produce vino dal <b>1775</b>), &egrave; birra &ldquo;da cantina&rdquo;, il cui gusto sicuramente si evolver&agrave; nel corso della sua lunga vita (non per nulla la scadenza ufficiale &egrave; <b>2019</b>). Tanto, tanto alcool, un alcool caramellato, non gommoso ma quasi solido, robusto e caldo. I malti (vienna, pale, cara-red) hanno la netta prevalenza sull&rsquo;unico luppolo (<em>zeus</em>), usato in questo caso solo per la conservazione del prodotto, e non per conferirle la componente amaricante, pi&ugrave; che nascosta. Birra da dopocena, da centellinare in un ampio baloon, per non farsi sopraffare dalla calda alcolicit&agrave;, che picchia davvero duro. Poca schiuma, assolutamente poco frizzante, di un rosso cupo e relativamente opalescente, ha potenza e complessit&agrave; da vendere. Assaggiata nella elegante bottiglia da 0,375 (parzialmente immersa nella cera); alc. 10% vol.; </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em>&copy;Alberto Laschi.</em></span></span></div>
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/orch-lab.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-7924" height="242" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/orch-lab-300x242.jpg" title="orch lab" width="300" /></a></div>
<div>&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">
<div><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><i><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">Il frutteto</span></i><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">, questo il nome che quelli di <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/12/16/the-bruery-in-birrerya-con-la-saison-rue/"><b>The Bruery </b></a>hanno voluto &ldquo;affibbiare&rdquo; a questa birra. Niente di pi&ugrave; adeguato, in effetti: sembra di mettere il naso (e il palato) davvero in un bouquet frutta. In pi&ugrave; c&rsquo;&egrave; l&rsquo;aggiunta della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lavandula">lavanda</a> durante la bollitura, originale (e un po&rsquo; &ldquo;estrema&rdquo;), che contribuisce ad arricchire il quadro fruttato/floreale. Una birra, <b><i>The Orchard White</i></b>, nella quale il codice genetico &egrave; quello delle <i><u>biere blanche</u></i> belghe, rintracciabile nell&rsquo;impiego di coriandolo e buccia d&rsquo;arancia; a questi si aggiungono frumento non </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Orchard-White_beer_full.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-7925" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Orchard-White_beer_full-200x300.jpg" title="Orchard-White_beer_full" width="200" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">maltato, fiocchi d&rsquo;avena e orzo maltato. Il risultato? Una <i>wit bier</i> personalizzata, si potrebbe dire, asciutta e dissetante, disponibile tutto l&rsquo;anno in quanto facente parte della produzione (di per s&eacute; sterminata o quasi) &ldquo;stabile&rdquo; di <b>The Bruery</b>. Anche il lievito belga che viene impiegato fa la sua bella figura, rendendola da subito (al naso) complessa e piccante, con un lieve tocco di acidit&agrave; che smorza, opportunamente, la grande carica olfattiva della lavanda, bloccandone la tracimazione. Poi coriandolo, agrumi e grano compaiono in sequenza, ordinata e coerente, dando vita ad un naso sicuramente non banale. In bocca &egrave; decisamente frizzante, asciutta e pizzichina, con una nota di limone che al naso non si palesava. Corpo snello, corsa scattante, sapori sottili di spezie, agrume svettante, e la chiusura del cerchio data dalla lavanda, che ti fa sentire davvero come se fossi su di un prato all&rsquo;interno di un frutteto.&nbsp;Aggiunta originale, all&rsquo;inizio un po&rsquo; spiazzante; ma non disturba. Tutt&rsquo;altro. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,7% vol.; </span></span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em>&copy;Alberto Laschi.</em></span></span></div>
</div>

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		<title>Christian Andersen Skovdal, il birraio dei due mondi</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 07:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/Logo-Beer-Here.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-7898" height="176" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/Logo-Beer-Here-300x176.png" title="Logo Beer Here" width="300" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Il personaggio &egrave; particolare, molto particolare, e gode di un&rsquo;ottima fama birraria. Un tipo abbastanza estroverso, che non si preoccupa pi&ugrave; di tanto della forma; irriverente e sfacciato quanto basta per far parlare (comunque) di s&eacute; e dei propri prodotti (le labels delle sue birre <a href="http://www.cronachedibirra.it/birre/939/la-scelta-audace-di-beer-here-sulletichetta-ce-hitler/">hanno spesso sollevato un vespaio di polemiche</a>). Che si dividono (e si divideranno ancor di pi&ugrave;) in due linee produttive </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/berre-here-malus-pater.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-7899" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/berre-here-malus-pater-300x298.jpg" style="width: 199px; height: 197px;" title="berre here malus pater" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">separate. Sto parlando di <i>Christian Andersen Skovdal,</i> quello del &nbsp;progetto &nbsp;<a href="http://www.beerhere.dk/"><b>BeerHere</b> </a>e del &nbsp;(futuro/presente) progetto <a href="http://bierwerk.com/"><b>Bierwerk.</b></a> Procedendo per ordine, <i>Sven</i> &egrave; quello che (insieme a <i>Martin Larsen</i>) apre nel <b>2004</b> il birrificio danese <b>&Oslash;lfabrikken</b>, uno dei pionieri della birra di qualit&agrave; nell&rsquo;Europa del Nord. La &ldquo;<b>Fabbrica della birra</b>&rdquo;, letteralmente, una delle pi&ugrave; &ldquo;primitive&rdquo;, allestita inizialmente con impianti poco pi&ugrave; che casalinghi e piazzata in una parte del fienile del padre di <em>Martin</em>. Da l&igrave; per&ograve; i due inanellano successi &nbsp;uno dopo l&rsquo;altro, premi e riconoscimenti, fino a piazzarsi &nbsp;nel <b>2006</b> al <b>28&deg;</b> posto, nel <b>2007 </b>e nel <b>2008</b> al <b>12&deg;</b> posto &nbsp;fra le migliori <b>100</b> brewery del mondo (classifiche<em> Ratebeer</em>). Nel <b>2009</b> cambio di nome della brewery e crollo verticale &nbsp;all&rsquo; <b>81&deg;</b> posto. Causa di tutto ci&ograve;? Semplice: <i>Christian</i> nel <b>2008</b> fa le valigie, esce da <b>&Oslash;lfabrikken</b> (che viene &ldquo;incorporata&rdquo; dalla <a href="http://gourmetbryggeriet.dk/"><b>Gourmetbryggeriet</b></a> di <i>Roskilde</i>) e da vita quasi subito al suo nuovo</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/olfabrikken.jpeg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-full wp-image-7900" height="109" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/olfabrikken.jpeg" title="olfabrikken" width="160" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> progetto birrario: <b>BeerHere</b>, vicino <i>Copengahen</i>. Entra subito fra le prime <b>50</b> migliori birrerie del mondo nel <b>2010</b>, ed &egrave;, quest&rsquo;anno, <b>44&deg;.</b> Solo che adesso <b>Beer Here</b> &egrave; un <i><u>bierfirma</u></i>, o quasi, per quanto riguarda l&rsquo;Europa. &nbsp;Dal <b>2010</b>, infatti, le sue birre le fa brassare dalla <a href="http://www.soegaardsbryghus.dk/"><b>S&oslash;gaards Bryghus</b></a> di <i>Allborg</i>, anche se non disdegna di brassare in collaborazione con altri (<a href="http://www.ratebeer.com/brewers/beer-here/10032/"><b>BrewDog</b>, <b>Nogne O, Herslev Brygus</b></a>). Nel frattempo, infatti, <i>Christian</i> ha fatto un altro step, o meglio, un vero e proprio salto triplo. Dagli inizi del <b>2010</b> si &egrave; infatti trasferito in <i>Sud Africa</i>, a <i>Citt&agrave; del Capo</i>, dove ha cominciato a lavorare al suo nuovo progetto birrario chiamato <b>Bierwerk</b>. Perch&eacute; il Sud Africa? Per fare delle birre sempre pi&ugrave; focalizzate sul concetto di <i><u>terroir</u></i>, &nbsp;e la zona glielo consente (malti e luppoli indigeni, una quantit&agrave; di erbe, bacche, spezie e frutti che si trovano solo l&igrave;); per sfruttare le grandi potenzialit&agrave; del mercato birrario locale, visto che su di una popolazione di <b>55 </b>milioni di persone ci sono solo <b>12</b> microbirrifici, in <i>Sud Africa</i>. Il progetto &egrave; in fase pi&ugrave; che avanzata, e prevede la </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/Logo-Bierwerk.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-7901" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/Logo-Bierwerk.jpg" style="width: 272px; height: 167px;" title="Logo Bierwerk" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">produzione di quattro birre, <b><i>Constantia</i></b> (ale fermentata con uva<em> Sauvignon</em> e maturata in botti di vino rosso <a href="http://www.aristide.biz/2006/02/pinotage.html"><em>Pinotage</em></a>), <b><i>Tokoloshe</i></b> (un <em>braggot</em>, cio&egrave; birra+idromele, con miele scuro <em>Fynbo</em> e maturata nelle stesse botti di <em>Pinotage</em>), <b><i>Ystervark </i></b>(ale brassata con un nuovo luppolo sudafricano, ancora privo di nome) e <b><i>Aardwolf </i></b>(una imperial stout brassata con chicchi di caff&egrave; locali). Birre per il consumo locale, ma destinate anche alla commercializzazione internazionale. Che dire. Tanto di cappello: oltre che bravo, anche coraggioso e &ldquo;visionario&rdquo;. Per chi vuol conoscerlo personalmente, l&rsquo;occasione &egrave; il<a href="http://www.football-pub.com/it/news-topmenu-19/191-beer-here-day-domenica-13-febbraio"> <u>13 febbraio</u>, a <em>Roma</em>, dal <em><strong>Colonna</strong></em> </a>che <a href="http://de-de.facebook.com/event.php?eid=171522419558129">forse ce la far&agrave; a far assaggiare </a>alcuni dei nuovi prodotti &ldquo;africani&rdquo;; la &ldquo;sezione europea&rdquo; delle birre <strong>Beer Here</strong> sar&agrave; invece al completo, o quasi. Tutte brassate nel rispetto dello slogan&nbsp; che <em>Christian</em> si &egrave; dato per questa sua avventura: <i><u>Non sprecare la tua sete</u></i>, bevendo birre anonime. Le sue non lo sono di certo: interessanti, gustose, brassate con tecniche innovative e con l&rsquo;uso di materie prime emozionanti. Cos&igrave; dice lui, delle sue birre, sul sito, solo in danese. </span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/beer-Here-Hopfix.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-7902" height="200" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/beer-Here-Hopfix-300x200.jpg" title="beer Here Hopfix" width="300" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">La <b><i>Hopfix</i></b> &egrave; la <i><u>indian pale ale</u></i> che <i>Christian</i> ha brassato (e continua a far brassare) dai colleghi di <strong>BrewDog</strong>, una birra &ldquo;californiana&rdquo; a tutti gli effetti, ispirata esplicitamente alla <a href="http://www.ratebeer.com/beer/olfabrikken-rug-ipa/41310/"><b><i>Rug Ipa</i></b> di </a><b><a href="http://www.ratebeer.com/beer/olfabrikken-rug-ipa/41310/">&Oslash;lfabrikken</a>, </b>uno dei cavalli di battaglia della prima &ldquo;incarnazione birraria&rdquo; di <em>Christian</em>, quella brassata con una <i>quantit&agrave; eccessiva</i> di luppoli. Nome ed etichetta sono perfettamente coerenti allo stile irreverente e quasi provocatorio col quale <i>Christian</i> ha voluto rendere riconoscibili le proprie birre e il proprio birrificio: una siringa piena di luppolo sulla label &egrave; </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/beer-here-hopsiringa.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-7903" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/01/beer-here-hopsiringa-137x300.png" title="beer here hopsiringa" width="137" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">qualcosa di pi&ugrave; di un semplice divertissment. E nella descrizione che di questa birra si fa sul sito si ricorda anche, con un po&rsquo; di malizia, che non &egrave; mai troppo tardi per acquisire delle nuove cattive abitudini. La provocazione, innanzitutto (<b>BrewDog</b> docet, e non solo loro). Ma assuefarsi alla <b><i>Hopfix </i></b>non la considererei affatto una cattiva abitudine: tutt&rsquo;altro. E&rsquo; birra che acchiappa, basta essere ben predisposti nei confronti dello stile, quello delle <em>ipa</em> con rivisitazione californiana. Ed io, personalmente, lo sono. Il &ldquo;solito&rdquo;, magnifico trionfo di luppoli, tutti molto aromatici, fruttati, &ldquo;pinosi&rdquo;, che fanno festa nel bicchiere e invitano naso e palato a parteciparvi. Poi &egrave; amara e amaricante, soprattutto nel finale, ma di una amarezza ben bilanciata dall&rsquo;uso mirato e sagace di segale, che rimodella un po&rsquo; il contesto. Il <b>6,5%</b> di alcool ben distribuito in questi <strong>0,50</strong> cl. di birra (la quantit&agrave; giusta, 0,33 cl. sarebbero stati insufficienti per saziarsi), dorata, ricca di una schiuma corposa e soffice, ben costruita. Un peccato che finisca. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 6,5% vol.;&nbsp; </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em>&copy;Alberto Laschi</em></span></span></div>

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		<title>La &#8220;giostra&#8221; di Southern Tier</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 08:07:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Solo ieri ho menzionato la Jah*Va, oggi ancora un altro giro sulla &#8220;giostra&#8221; della Southern Tier, intendendo per giostra quel tourbillion di birre (27) che compongono il suo attuale, impressionante, portfolio birrario. Due birre che appartengono a due segmenti produttivi alquanto distanti fra di loro: la Southern Tier Pale Ale, una delle sette birre prodotte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Logo-Southern-tier.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-6730" height="71" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Logo-Southern-tier-300x71.png" title="Logo Southern tier" width="300" /></a></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Solo ieri ho menzionato la Jah*Va, oggi ancora un altro giro sulla &ldquo;giostra&rdquo; della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/10/27/southern-tier-la-choklat/"><em><strong>Southern Tier</strong></em>,</a> intendendo per giostra quel tourbillion di birre (<strong>27</strong>) che compongono il suo attuale, impressionante, portfolio birrario. Due birre che appartengono a due segmenti produttivi alquanto distanti fra di loro: la <em><strong>Southern Tier Pale Ale</strong></em>, una delle sette birre prodotte tutto l&rsquo;anno dal birrificio americano e la <em><strong>Southern Tier Cr&egrave;me Br&ucirc;l&eacute;e Imperial Milk Stout</strong></em> (tanto per non farsi mancare nulla, neanche nel nome), una delle cinque imperial stouts della linea &ldquo;<u><em>Black water</em></u>&rdquo;. <br />
	</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Southern-Tier-Pale-Ale.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-6731" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Southern-Tier-Pale-Ale-300x266.jpg" style="width: 210px; height: 187px;" title="stbc_2010 body labels_pale" /></a></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">La prima, una <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/11/10/la-tavola-degli-stili-birrari/"><strong>APA</strong></a> che sembra una <strong>IPA,</strong> almeno al primo impatto. Sicuramente una birra bevibilissima e godibilissima, perfetta per la stagione pi&ugrave; calda (pensandola in prospettiva), brassata, come recita la label, con due soli malti e due soli luppoli. Questi &ldquo;pochi&rdquo; ingredienti per&ograve; sembrano avere, ciascuno, la capacit&agrave; di moltiplicare le proprie specifiche, perch&eacute; la<em><strong> Southern Tier Pale Ale</strong></em> (assaggiata alla spina all&rsquo;<a href="http://www.inbirrerya.com/2010/10/12/via-3fonteinen-25-roma/"><em>Oktobeurfest</em></a> di <em>Roma</em>) &egrave; ben pi&ugrave; ricca e variegata di quanto uno si potrebbe aspettare. Una &ldquo;dolcezza di base&rdquo;, di origine </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern-tier-pale.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-6732" height="216" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern-tier-pale.jpg" title="southern-tier-pale" width="216" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">&ldquo;maltata&rdquo;, la identifica immediatamente come una ottima <strong>APA,</strong> mentre la profusione di sensazioni luppolate, tutto meno che monotematiche, fanno invece girare le lancette della bussola verso la<em> West Coast</em> e la fervida, luppolatissima fantasia dei birrai di quelle parti. Bionda, leggermente dorata, con una schiuma fine e relativamente &ldquo;appiccicosa&rdquo;, regala all&rsquo;inizio un profilo aromatico dal robusto impianto erbaceo, arricchito progressivamente da svariate &ldquo;puntate&rdquo; fruttate e agrumate (pompelmo, mandarino &hellip;), che richiamano alla mente una moltitudine di piante. Anche i sapori sono altrettanti ricchi e &ldquo;movimentati&rdquo;: dal malto morbido e abboccato si passa anche qui ad un luppolato rinfrescante, abbastanza amaricante, sicuramente dissetante: anche qui tanto pompelmo, cedrina, mandarino che fanno inevitabilmente scattare il toto luppolo: ci sar&agrave; il <em>Cascade </em>o il <em>Willamette</em>, il <em>Tettnang </em>o il <em>Simcoe</em>? A chiunque l&rsquo;abbia bevuta, l&rsquo;ardua risposta. Assaggiata alla spina; alc. 6% vol.; <em>&copy;Alberto Laschi.</em> <br />
	</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern-tier-creme-brule.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-6733" height="159" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern-tier-creme-brule-300x159.jpg" title="southern tier creme brule" width="300" /></a></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Erano <strong>826</strong>, l&rsquo;avevo detto (adesso nel frattempo sono diventati <strong>828</strong>) i &ldquo;recensori&rdquo; su <em>Ratebeer</em> della <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/10/27/southern-tier-la-choklat/"><em><strong>Southern Tier Choklat</strong></em>:</a> sono invece <a href="http://www.ratebeer.com/beer/southern-tier-creme-brulee-stout/90234/">&ldquo;solo&rdquo; <strong>799</strong> i recensori</a> di questa altra anomala, spettacolare <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/11/10/la-tavola-degli-stili-birrari/"><em>imperial stout </em></a>americana, la <em><strong>Cr&egrave;me Br&ucirc;l&eacute;e</strong></em>, brassata con malti <em>two-row pale ale</em> e <em>dark caramalt</em>, vaniglia e luppoli <em>Columbus</em> (per l&rsquo;amaro), e<em> Horizon</em> (per l&rsquo;aroma). Ma soprattutto, con lo zucchero di lattosio, il che consente ai produttori di &ldquo;dichiararla&rdquo; anche come<em> <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/09/01/quattro-tutte-in-un-botto-a-greve/">Milk Stout</a>.</em> La <u>cr&egrave;me br&ucirc;l&eacute;e</u> (<em>crema bruciata</em>) &egrave; in natura (cio&egrave; fra i pasticceri) un </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">dessert formato da una base di crema inglese cotta a bagno maria (nella quale si usa la panna liquida al posto del</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern_tier_creme_brulee_imperial_milk_stout.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-medium wp-image-6738" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/southern_tier_creme_brulee_imperial_milk_stout-300x300.jpg" style="width: 175px; height: 175px;" title="southern_tier_creme_brulee_imperial_milk_stout" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> latte), sormontata da una sfoglia croccante di zucchero caramellato, che regala sensazioni morbide di caramello e zucchero &ldquo;bruciato&rdquo;; la <em><strong>Southern Tier Cr&egrave;me Br&ucirc;l&eacute;e</strong></em> tale equale, o quasi, fatte le debite proporzioni, ovviamente. La prima &egrave; una crema, la seconda &egrave; una birra, brassata nello stile delle<em> imperial stout</em>, che come tale aggiunge di suo anche le varianti dovute alla luppolatura, alla torrefazione dei malti, e una gradazione alcolica pi&ugrave; che importante (ABV di <a href="http://www.southerntierbrewing.com/beers.html"><strong>9,6</strong>% per la ditta</a>, <strong>9,2</strong>% per <em>Ratebeer</em>, di <strong>10</strong>% sulla bottiglia in mio possesso &hellip;). Impressionante la tipicizzazione dell&rsquo;aroma, che davvero ti fionda direttamente in pasticceria, per quella </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Southern-Creme-Brulee-Stout_beer_full1.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-6735" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Southern-Creme-Brulee-Stout_beer_full1-200x300.jpg" title="Southern Creme-Brulee-Stout_beer_full" width="200" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">morbidezza dolce e penetrante che ricorda il caramello e la liquirizia (mi sono ritornate in mente anche le caramelle mou alla liquirizia della mia infanzia, che <a href="http://www.alberodellecaramelle.it/index.php?option=com_virtuemart&amp;page=shop.product_details&amp;flypage=shop.flypage&amp;category_id=11&amp;product_id=89&amp;Itemid=26">ancora qualcuno vende</a>), un aroma nel quale si affaccia anche la vaniglia e un po&rsquo; di caff&egrave;. Dopo averne apprezzato il colore (nero, con alcuni accenni rossastri) e verificata la scarsit&agrave; e volatilit&agrave; della schiuma, rimanere soddisfatti anche delle caratteristiche gustative della birra &egrave; tutt&rsquo;uno. Sembra davvero di bere un liquore digestivo, un vino rosso nobile barricato, comunque una birra di carattere, splendido oltretutto. Riempie di sostanza e calore bocca e palato, deposita la propria amarezza torrefatta e luppolata inizialmente sui lati della lingua, e poi sul fondo del palato, dove lascia una delicata patina maltata e alcolica che la rende presente a lungo. Resta una impressione finale di compiutezza e soddisfazione, per la bella sensazione di morbidit&agrave; che resta in bocca e per il calore tenue ma diffuso che lascia dopo averla bevuta. Bevuta per accompagnare una <a href="http://abagnomaria.blogosfere.it/2010/06/crema-catalana-vs-creme-brulee.html"><em>crema catalana</em></a>, si &egrave; rivelata, ovviamente, la &ldquo;morte sua&rdquo;. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc.9,6% vol (?).; <em>&copy;Alberto Laschi. </em></span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em>p.s.: thanks, Alex, per la bottiglia &#8230;</em></span></span></p>

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		<title>Anche la birra ha i “suoi” santi in Paradiso</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 06:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Post ispirato al periodo natalizio. A tutti capita di sperare, se non altro per scaramanzia, di avere qualche santo in paradiso, e chi non lo ha (o non ritiene di averlo) si fa in quattro per cercare di &#8220;accaparrarselo&#8221;. Tutte le categorie dei lavoratori hanno un proprio santo patrono, tutte o quasi le attivit&#224; umane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Post ispirato al periodo natalizio. A tutti capita di sperare, se non altro per scaramanzia, di avere qualche santo in paradiso, e chi non lo ha (o non ritiene di averlo) si fa in quattro per cercare di &ldquo;accaparrarselo&rdquo;. Tutte le categorie dei lavoratori hanno un proprio santo patrono, tutte o quasi le attivit&agrave; umane (almeno nella parte di </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/StArnoldus.gif" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-7181" height="321" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/StArnoldus.gif" title="StArnoldus" width="127" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">mondo di tradizione cristiana) sono poste pi&ugrave; o meno ufficialmente sotto lo sguardo protettivo di uno o pi&ugrave; santi patroni. La birra, e i birrai, possono stare tranquilli, non rappresentano in questo una eccezione: di santi in paradiso ne hanno pi&ugrave; d&rsquo;uno! La storia della birra &egrave; segnata dal legame stretto che c&rsquo;&egrave; sempre stato fra la sua produzione e &nbsp;la sfera religiosa della vita. Offerta in dono alle divinit&agrave; durante le feste religiose in epoca pagana, saldamente nelle mani produttive dei monaci in epoca medievale (che per &ldquo;fidelizzare&rdquo; il cliente davano alla propria birra il nome del santo patrono del monastero stesso), ancora oggi protetta da un marchio esclusivo di qualit&agrave; quella prodotta dai cistercensi belgi. Indissolubile e duraturo, quindi questo legame, inevitabilmente intriso, anche in <em>Occidente</em>, di leggende e &ldquo;forzature&rdquo;, come pure di antiche e documentate tradizioni, popolato da numerose figure di santi e patroni. Il cui &ldquo;riconoscimento&rdquo; ha per&ograve; bisogno di un chiarimento storico/metodologico. </span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Fino al <b>XII</b> secolo la Chiesa cattolica non ha &ldquo;certificato&rdquo; il processo di canonizzazione, cio&egrave; le procedure attraverso le quali avveniva la dichiarazione ufficiale della santit&agrave; di una persona defunta. Fu papa <b>Gregorio IX</b> (<strong>1170-1241</strong>) ad inserire ufficialmente nel<u> <i>Corpus Iuris Canonici</i></u> le norme, valide da allora per tutta la cristianit&agrave;, attraverso le quali i processi di canonizzazione venivano uniformati e ricondotti nelle mani del Pontefice. Fino ad allora, si pu&ograve; dire, i santi erano &ldquo;scelti&rdquo; quasi a &ldquo;furor di popolo&rdquo;, in conseguenza delle loro &nbsp;&ldquo;virt&ugrave; eccezionali&rdquo;, testimoniate da tutti. Quasi tutti i santi patroni della birra che, come vedremo, sono davvero molti, appartengono al <u>periodo anteriore al XII secolo</u>, e sono diventati tali, si pu&ograve; dire, in virt&ugrave; della <i>vox populi.</i></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-indent: -27.35pt; line-height: normal; vertical-align: baseline;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; vertical-align: baseline;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><b>Agostino d&rsquo;Ippona</b> (354 &ndash; 430), era noto per la sua vita assolutamente sregolata e il suo smodato consumo di bevande alcoliche: questo prima della sua conversione. La sua completa inversione di tendenza e la sua vita diventata assolutamente morigerata ne hanno fatto il primo santo protettore dei birrai. <b>Nicola di Myra</b> (260/280 &ndash; 342/350), &nbsp;le cui spoglie si trovano nella basilica di <i>Bari,</i> &egrave; il santo pi&ugrave; venerato della cristianit&agrave; (e che ha dato origine, nei paesi nordici, al mito di <i>Santa Klaus</i>). Oltre ad essere patrono della Russia, Grecia e Lorena, &egrave; anche il santo patrono di bambini, vergini, pellegrini e viaggiatori, commercianti, farmacisti, osti e mercanti di vino,</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/St.Arnoldus2.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-full wp-image-7182" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/St.Arnoldus2.jpg" title="St.Arnoldus2" width="170" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> mugnai e panettieri, mastri birrai e distillatori. Parlare di <b>San Patrizio </b>(385 &#8211; 461), patrono d&#39;Irlanda, &egrave; fin troppo semplice: innumerevoli le feste a lui dedicate il 17 marzo di ogni anno. Amante della birra, sicuramente, ma &quot;stranamente&quot; non un suo patrono &quot;ufficiale&quot;.<strong> San Colombano </strong>(542 &ndash; 615) &egrave; uno dei patroni birrari &ldquo;pi&ugrave; famosi&rdquo;. Monaco missionario irlandese, fece &ldquo;saltare in aria&rdquo; con il proprio alito un tino di cervogia che un gruppo di pagani stavano per offrire al dio <i>Wodan</i><span style="color: black;">, dicendo loro che non si poteva sprecare della buona birra per il diavolo, e che la birra &egrave; sicuramente &egrave; una delle bevande benedetta da Dio, ma solo se bevuta nel Suo Nome. <b>S. Adriano di Nicomedia</b> &egrave; forse il santo protettore &ldquo;pi&ugrave; antico </span>(&dagger; 304), anche se non si capisce bene il perch&eacute; sia stato scelto proprio lui: sta di fatto che <u>l&rsquo;8 settembre</u>, in suo onore, in tutta Europa si beve alla grande. Fra tanti uomini una donna, <b>S. Brigida d&rsquo;Irlanda</b>, <span style="color: black;">badessa di <em>Kildare</em> (439 &#8211; 521). Forte consumatrice di birra, si racconta che in una calda giornata, mentre lavorava fra i lebbrosi, li trov&ograve; troppo </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/babbi-natale-birra-2.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-7211" height="262" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/babbi-natale-birra-2.jpg" title="babbi natale birra 2" width="200" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="color: black;">accaldati dopo il loro bagno. Per dissetarli, con la benedizione di Cristo, trasform&ograve; l&#39;acqua usata per il bagno in ottima birra. In Francia, <b>St. Arnold</b>, vescovo di <em>Metz </em>(580 &#8211; 640), fu autore di un miracolo birrario dopo la propria morte, e per questo &egrave; ancor oggi venerato, miracolo del quale esistono due versioni. Nel <b>641</b>, i suoi concittadini trasportarono il corpo del vescovo in processione&nbsp;a <i>Metz </i>per essere sepolto nella Chiesa dei Santi Apostoli. Stanchi per la fatica e il caldo i portatori e le persone al seguito si fermarono a bere presso <i>Nancy</i>, ma c&#39;era solo un boccale di birra. Miracolosamente quel boccale non si svuot&ograve; mai e riemp&igrave; le coppe di tutti gli altri. Nella seconda versione, mentre i portatori&nbsp;trasportavano la bara lungo una ripida collina, si dice che uno di loro esclam&ograve;: &quot;<i>Ges&ugrave;, come vorrei una birra fresca!</i>&quot; In quel momento, rivoli di&nbsp;birra fredda spruzzarono fuori dalla bara, innaffiando tutti coloro che stavano sotto. In <em>Belgio</em> un altro Arnoldo, &nbsp;<b>St. Arnold de Soisson</b> (1040-1087) &egrave; il patrono dei birrai&nbsp;e dei produttori di luppolo. Figlio di birraio,&nbsp; fond&ograve; un monastero dotandolo di una birreria a <i>Oudenburg</i>, e tra gli altri miracoli, salv&ograve; buona parte del suo popolo da una grave pestilenza facendo bere alla gente della birra&nbsp;&nbsp;da lui benedetta e rimestata&nbsp;con la sua Croce pastorale. Stesso ruolo &ldquo;riveste&rdquo; <b>S. Venceslao</b> (907 &ndash; 935) in Cecoslovacchia, mentre i birrai e il museo della birra di <em>Bamberga </em>hanno in <b>San</b> <b>Lorenzo martire</b> </span>(&dagger; 258), <span style="color: black;">&ldquo;arrostito&rdquo; sulle braci, come il malto, il proprio santo patrono.</span></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; vertical-align: baseline;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; vertical-align: baseline;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="color: black;">Per molti secoli i birrai hanno invocato il nome di questi santi patroni per benedire e proteggere le proprie birre; questo anche, o soprattutto, perch&eacute; erano assolutamente consapevoli di non poter controllare in tutto e </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/Witches-Brew.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-7183" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/12/Witches-Brew-249x300.jpg" style="width: 160px; height: 193px;" title="Witches Brew" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="color: black;">per tutto l&rsquo;intero processo produttivo, non conoscendo il ruolo dei lieviti all&rsquo;interno di esso. Ritenevano quindi di aver bisogno di una mano &ldquo;dall&rsquo;alto&rdquo;. Nonostante questo, alcune volte la birra prodotta non era del tutto potabile, e la colpa di tutto ci&ograve; veniva attribuita alle <b><i>brew witches</i></b> o <b><i>beer witches, </i></b>le <em>streghe della birra</em>, dei veri e propri spiriti maligni che si aggiravano, secondo loro, nei birrifici (nei quali venivano, per questo, tenuti anche i gatti, dei quali gli spirtiti sembravano poter avere timore). Oggi tutto questo non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;, legato alla superstizione o alla non conoscenza: resta una tradizione, secolare, legata, come abbiamo potuto vedere, alla storia di ciascun popolo.</span></span></span></div>

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		<title>Stone Brewing e la Smoked Porter</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 07:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Steve Wagner e Greg Koch sono i due protagonisti della storia di questa brewery californiana, la Stone Brewing Company, aperta ufficialmente nel 1996 a San Marcos , vicino ad Escondido, 35 minuti di macchina da San Diego. I due amici cominciano a frequentare il modo della birra alla fine degli anni &#8217;80 dello scorso secolo [...]]]></description>
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<p><![endif]--><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="line-height: 115%;"><em>Steve Wagner</em> e <em>Greg Koch</em> sono i due protagonisti della storia di questa brewery californiana, la <a href="http://www.stonebrew.com/home.asp"><em><strong>Stone Brewing Company</strong></em></a>, aperta ufficialmente nel <strong>1996</strong> a <em>San Marcos</em> , vicino ad<em> Escondido</em>, 35 minuti di macchina da <em>San Diego</em>. I due amici cominciano a frequentare il modo della birra alla fine degli anni <strong>&rsquo;80 </strong>dello scorso secolo </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone_brewing-greg-koach1.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-6820" height="227" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone_brewing-greg-koach1-300x227.jpg" title="stone_brewing greg koach" width="300" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="line-height: 115%;">(sembra chiss&agrave; quando, ma sono solo <strong>20 </strong>anni o gi&ugrave; di l&igrave;), e dopo essersi fatti una grossa esperienza (prima di aprire la propria avevano gi&agrave; visitato pi&ugrave; di <strong>140 </strong>breweries in USA ed Europa) e, soprattutto, una certa idea produttiva, nel <strong>1989</strong> abbandonano il mondo della musica e della sua produzione a <em>Los Angeles,</em> nel quale entrambi lavoravano, e si gettano a capofitto nella nuova avventura. Dopo aver coinvolto nella propria scommessa una serie di investitori convinti del progetto, e della qualit&agrave; di entrambi, nel <strong>1996</strong> aprono la brewery,&nbsp; e da l&igrave; inizia la scalata. Nella <em>Good Beer Guide West Coast</em> del <a href="http://www.camra.org.uk/"><u><em>Camra</em></u> </a>il loro ingresso nel mondo produttivo artigianale vine descritto come una&nbsp; vera e propria <em>irruzione</em>, che ha sparigliato il <em>mondo produttivo convenzionale</em>; gli <em><strong>Stone</strong></em> appaiono da subito come il vero e proprio <em>enfant terrible</em> degli American craftbrewers, che ha riscritto le regole con <em>birre colossali nel carattere</em>, <em>disobbedienti</em> fino dal nome (per non parlare del contenuto), minacciose anche nel logo (un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gargolla"><em>gargoyle</em></a> che intende allontanare</span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-devil.gif" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-full wp-image-6822" height="182" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-devil.gif" title="stone devil" width="216" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="line-height: 115%;"> con la propria presenza i &quot;malvagi&quot; additivi e conservanti chimici della produzione birraria industriale). Non &egrave; difficile capire perch&egrave; brassano spesso insieme a quelli del <em>Brewdog</em> &#8230;&nbsp; Fanno parte degli <a href="http://www.craftbeer.com/"><u><em>American Brewers</em></u>,</a> anche se il termine &ldquo;artigianale&rdquo; comincia a stargli un po&rsquo; stretto. Nel <strong>2006</strong> spendono <strong>14 </strong>milioni di dollari per la nuova brewery (la vecchia l&#39;hanno ceduta a <em>T<a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/11/high-tide-fresh-hop-ipa-port-brewing/">omme Arthur</a></em><a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/11/high-tide-fresh-hop-ipa-port-brewing/"> della<em> Lost Abbey</em></a>) che adesso si trova a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Escondido,_California"><em>Escondido</em></a>, progettata &quot;su misura&quot; e alla quale si affianca un ristorante-bistrot con <strong>300</strong> posti a sedere. Il nuovo impianto produttivo, che potrebbe permettere una produzione di <strong>250.000</strong> barili l&#39;anno, l&#39;anno scorso ha &quot;smazzato&quot; <strong>98.500</strong> barili di birra, con un incremento del <strong>19%</strong> rispetto all&#39;anno precedente. Tanta roba, che ha spinto la propriet&agrave; a fare una serie di riflessioni interessanti. Bellissimo il trend in ascesa, ma fino a quando i numeri dell&#39; ascesa resteranno in doppia cifra? E fra dieci anni in quanti saremo, in USA, dicono loro, a doverci dividersi il mercato? Allora <a href="http://www.stonebrew.com/news/091222apr/index.html">hanno cominciato a guardarsi intorno</a>, pensando di allargare il proprio orizzonte produttivo e distributivo in Europa: lo hanno annunciato un anno fa e adesso stanno valutando la fattibilit&agrave; del progetto in tre possibili locations, <a href="http://beernews.org/2010/11/stone-brewing-update-ii-europe-midwest-sdbw/"><em>Bruges, Berlino, e in Francia, nel sud dell&#39;Alsazia</em></a>.</span><span class="long_text" id="result_box" lang="it"><span title=""> </span></span><span style="line-height: 115%;">Nel </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-tour-05.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-6823" height="225" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-tour-05-300x225.jpg" title="stone-tour-05" width="300" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="line-height: 115%;"><strong>2008</strong> impiantano sul tetto della brewery <strong>1.561</strong> pannelli solari (segno anche della loro sensibilit&agrave; ambientale) che gli dovrebbero permettere di dimezzare i costi energetici. Venendo al <a href="http://www.stonebrew.com/beers/">range produttivo</a>, gli <em><strong>Stone</strong></em> hanno <strong>8</strong> birre che producono regolarmente tutto l&#39;anno e <strong>5</strong> birre &quot;speciali&quot;,&nbsp; che producono periodicamente. Il progetto birrario pi&ugrave; &quot;curioso&quot; &egrave; quello chiamato<u><em> Stone Vertical Epic:</em></u> hanno cominciato il 2 febbraio del 2002 (<strong>02.02.02</strong>), finiranno il <strong>12.12.12</strong>; il loro, quindi, &egrave; pi&ugrave; di un piano triennale, &egrave; decennale.<strong> 10 </strong>birre brassate una sola volta l&rsquo;anno,un giorno (e un mese) sempre dopo la data del brassaggio precedente, e da assaggiare tutte insieme all&rsquo;ultima. Per festeggiare la fine dei tempi, come il calendario Maya sembrerebbe affermare. Numerosissime poi le <u><em>collaboration beers</em></u>, per brassare le quali hanno coinvolto birrifici di tutto il mondo: <em>Brewdog, N</em></span><em>&oslash;gne &Oslash;, Dogfish Head, Mikkeller, Firestone Walker, Maui, Jolly Pumpkin, Vittoria. </em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-smoked-porter2.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-6824" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/stone-smoked-porter2-238x300.jpg" title="stone smoked porter2" width="238" /></a></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em><strong>Stone Smoked Porter</strong></em>, una delle otto birre stabili della brewery di<em> Escondido</em>, una delle prime brassate (la prima cotta &egrave; del dicembre <strong>1996</strong>, lo stesso anno d&#39;apertura della brewery). E se c&#39;&egrave; restata, fra le stabili, per cos&igrave; tanto tempo, il motivo c&#39;&egrave;: &egrave; che questa birra &egrave; particolarmente ben riusita, beverina e delicata nonostanta l&#39;impostazione (e lo stile) non banale. Una<em> porter </em>dalla gradazione conforme allo stile (abv <strong>5,9%</strong>), nella quale il tocco di affumicatura dovuto all&#39;uso di <em>peat smoked malt</em> &egrave; ottimamente integrato da una luppolatura omogenea e </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Stone-Smoked-Porter-01.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-6825" height="240" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/Stone-Smoked-Porter-01-300x240.jpg" title="Stone-Smoked-Porter-01" width="300" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">rinfrescante (usati il <a href="http://www.brew-monkey.com/brewschool/hop.php?id=9"><em>Columbus </em></a>e il <a href="http://www.brew-monkey.com/brewschool/hop.php?id=22"><em>Mount Hood</em></a>, per un impensabile <strong>IBU</strong> di <strong>53</strong>). Il colore &egrave; un mogano profondo, la schiuma, dal tenue color cappuccino, &egrave; fine e cremosa, e veicola fin da subito quella fumosit&agrave; sottile che la caratterizza, assieme ad alcune note &quot;bruciacchiate&quot; ma eleganti di caff&egrave; e un soffio di cacao. Siamo a met&agrave; strada fra il ricordo del fuoco preparato per il barbecue e quello di un bel caff&egrave;/cappuccino. In bocca &egrave; soffice e cremosa, con il palato che ne apprezza fin da subito variet&agrave; e complessit&agrave;, ben sostenute da una carbonazione pi&ugrave; che adeguata. Si alternano, nella degustazione, le note abboccate, caramellate e leggermente affumicate del malto con quelle fresche, asciutte e ripulenti della piacevolissima luppolatura, che conferiscono alla birra il necessario equilibrio. Piccola alzata di testa gustativa nel finale, con un po&#39; di liquirizia che si affaccia, assieme ad un tocco di caff&egrave;, il ricordo delle quali si deposita nella sensazione gustativa finale. Non un catrame che asfalta, assolutamente, bens&igrave; una vera porter, resa pi&ugrave; &quot;vivace&quot; dal leggero &quot;strato&quot; di fumo e dal sapore tenue di torba. Assaggiata in bottiglia da 0,65; alc. 5,9% vol.; <em>&copy;Alberto Laschi</em></span></span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><br style="" /><br />
	<!--[endif]--></span></p>

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