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	<title>inbirrerya &#187; Orval</title>
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		<title>Bian Strumke e il progetto Stillwater</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 23:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Puoi avere un lavoro  perfettamente routinario (tutti giorni stacchi alla stessa ora, fine settimana libero, ferie ad agosto …) oppure te ne puoi scegliere uno che &#8220;<em>in tre settimane ti porti a vivere in tre fusi orari, in quattro paesi diversi, a <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/logo-Stillwater.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11415" title="logo Stillwater" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/logo-Stillwater-300x98.jpg" alt="" width="300" height="98" /></a>dormire in otto città sulle due sponde dell’Atlantico, con un “passaggio”, nel mezzo di questo tourbillon, a casa per due o tre giorni”.</em> Certo non è una vita che potrebbe far contento un “normale” padre di famiglia, ma a <em>Brian Strumke</em> tutto questo, per ora non fa problema, avendo la “vocazione” del giramondo e avendo scelto di fare il gipsy brewer. “Fratello”, in questa scelta, dei due gemelli <strong>Mikkeller</strong> e della <strong>Pretty Things</strong> americana, questo 35enne americano di Baltimora ex membro dello staff che alla <em>John Hopkins University</em> si occupava di information technology e, soprattutto, ex-deejay girovago di musica techno ed elettronica (ha smesso nel<strong> 2004</strong>), ha messo su (pure lui) un birrificio/non birrificio, scelta molto trendy di questi tempi, scegliendo gli impianti degli altri per fare le proprie birre. E si è dato molto da fare, in questi ultimi due anni, da quando, smessi i panni dello smanettone autodidatta fra i pentoloni, si è messo a mestare nei pentoloni altrui, trovando molti “complici” sulle due sponde dell’Oceano. <strong>‘t Hofbrouwerijke, Sint Canarus, Fanø, Struise, Emelisse, DOG Brewing, Pratt Street Ale House</strong> sono, per ora, i birrifici che hanno retto il”sacco” produttivo a <em>Brian</em>, per un totale di una trentina di birre già<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Brian-Strumke-and-Jeppe-Jarnit-Bjergs%C3%B8-Shaking-Hands.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11416" title="Brian-Strumke-and-Jeppe-Jarnit-Bjergsø-Shaking-Hands" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Brian-Strumke-and-Jeppe-Jarnit-Bjergs%C3%B8-Shaking-Hands-300x200.jpg" alt="" width="251" height="168" /></a> in commercio. Non è chiarissimo, <a href="http://www.theatlantic.com/life/archive/2010/10/the-innovative-gypsy-brewers-shaking-up-the-beer-world/64828/">nelle varie interviste che <em>Brian</em> ha rilasciato</a>, dove, come ed, eventualmente con chi, abbia davvero imparato a fare birra sul serio. Il “ritornello” è sempre il solito: finita la stagione del deejay, velocemente annoiato da quella  del lavoro “normale” in Università, <em>Brian </em>racconta sempre del suo rinnovato bisogno di dare uno sbocco più creativo alla propria vita, non solo lavorativa. La strada giusta  per estrinsecarlo è stata quella di cominciare a fare birra, ambiente e lavoro da lui ritenuto tanto “creativi”, alla pari di quello musicale. In sequenza, racconta lui, è andato in un  negozio per homenbrewer, ha comprato tutto il necessario, ha fatto la prima birra seguendo pedissequamente le istruzioni/ricetta, e, visto che non gli sembrava troppo “creativa”, ha brassato la seconda  con mango, fragole e zenzero. E’ venuta fuori, dice lui, bella fresca, ma anche molto “esuberante”, tanto che ne è rimasta davvero poca nella bottiglia, quando l’ha aperta. Da lì ha capito che comunque la sua vocazione era il fare birra, ma non birre qualsiasi, solo birre “<em>che non si trovavano normalmente nei negozi</em>”, birre “nuove”. Così nasce <a href="http://stillwaterales.blogspot.com/"><strong>Stillwater Artisanal Ales</strong>,</a> il suo “birrificio”, o meglio, la sua idea di birrificio. La sua intenzione dichiarata  è quella di fare birre “<em>uniche, complesse ma non estreme, soprattutto equilibrate</em>”, utilizzando anche ingredienti inusuali (o <em>pazzi</em>, dice lui); e dichiarandosi ammiratore delle birre della <strong>Jolly Pumpkins</strong> e di <strong>Fantome</strong> (oltre che della <strong><em>Orval</em></strong> e della <strong><em>Saison Dupont</em></strong>) si capisce <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/stillwater-beer.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11417" title="stillwater beer" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/stillwater-beer-300x277.jpg" alt="" width="216" height="200" /></a>subito dove potrebbe andare a parare. Ha bisogno però delle mani libere: è un “artista” nel creare, ma una “ciofeca” nel gestire. Per questo va a fare birre in casa altrui: non avendo mai lavorato in una fabbrica di birra non ne sa nulla di impiantistica, logistica, manutenzione, e preferisce, quindi, che ad occuparsi di questi “impicci” ci pensino gli altri. Molto curato l’aspetto grafico dei suoi prodotti: <a href="http://electricmadness.com/"><em>Lee Verzosa</em>, tatuatore con formazione in graphic design</a>, suo amico, disegna tutte (o quasi) le sue label, veramente particolari, inconfondibili.  Birre, le sue,  “<em>senza stile</em>”, dice<em> Brian,</em> spesso anomale, quasi tutte raggruppabili, per lui, sotto la generica categorizzazione di <em>saisonal</em>, molto spesso prodotte in quantità limitate, se non, alle volte, microscopiche. Progetto e persona particolari, <strong>Stillwater</strong> e <em>Brian Strumke,</em> sicuramente non banali. Guardiamo se è solo “moda” o è anche, e soprattutto “sostanza”, e costanza.</p>
<p>Una birra, la <em><strong>Of Love &amp; regret</strong></em>, brassata a quattro mani da <em>Brian Strumke</em> e <em>Jef Goetelen</em>, mastro birraio della belga <strong>‘t Hofbrouwerijke</strong>, nello stabilimento belga di quest’ultimo, a<em> Beerzel.</em> Birra particolare, un po’ fuori dagli schemi, per la quale, oltre ai malti tedeschi, sono state impiegate una serie di fiori primaverili (erica, camomilla, lavanda e tarassaco)<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/stillwater-of-love-regret.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11418" title="stillwater of love &amp; regret" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/stillwater-of-love-regret-300x243.jpg" alt="" width="172" height="140" /></a> per aromatizzarla. Una <span style="text-decoration: underline;"><em>saison</em></span>, si potrebbe azzardare, “sui generis”, decisamente floreale sia all’aroma che al gusto, dal bel colore ambrato e dalla frizzantezza decisamente ripulente. Di luppolo ce n’è poco, o almeno, se ne avverte poco la presenza: la caratterizzazione gliela da la lavanda, che emerge e persiste a lungo, sia al naso che in bocca. Buono l’equilibrio generale, “giusta” la gradazione alcolica, gradevole l’impressione generale. Una birra per gli amanti della sperimentazione. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7,2% vol.; © Alberto Laschi</p>
<p>E&#8217; la prima, la <em><strong>Of Love &amp; regret</strong></em>, della <span style="text-decoration: underline;"><em>Import series</em></span>, birre che <em>Brian</em> ha brassato in giro per l&#8217;Europa: <a href="http://www.nieuwsblad.be/article/detail.aspx?articleid=BLELE_20110916_004">la 2° e la 4° le ha brassate con il <em>Doctor Canarus</em>, di <strong>Sint Canarus</strong></a> (la <em><strong>Saison Darkly</strong></em>, una saison con <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Stillwater-Bronze-Age-570x429.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11419" title="Stillwater-Bronze-Age-570x429" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/12/Stillwater-Bronze-Age-570x429-300x225.jpg" alt="" width="187" height="141" /></a>l&#8217;aggiunta di rosa canina, ibisco e bacche di schisandra, e la <em><strong>Rule of Thirds</strong></em>, una belgian ale);  la 3°, la <em><strong>Jaded</strong></em>, una belgian strong ale, l&#8217;ha brassata con <em>Urbain Cottain</em> degli <strong>Struise</strong>; la 5°, la <em><strong>Debauched</strong></em>, una traditional ale, l&#8217;ha infine brassata c/o la <strong>Fanø Bryghus</strong>, con bacche di ginepro e inoculazione di Bretta. <a href="%20http://beerstreetjournal.com/stillwater-brews-bronze-age-in-belgium/">E&#8217; di questi giorni</a> l&#8217;uscita della <em><strong>Bronz Age,</strong></em> una farmhouse ale brassata con farro persso il birrificio artigianale belga <strong>Hof Ten Dormaal</strong>, che ha seguito di poco l&#8217;uscita di un&#8217;altra collaboration beer, la <em><strong>Holland Oats</strong></em>, brassata da <em>Brian</em> con gli olandesi della<strong> Emelisse,</strong> un&#8217;amber ale brassata con avena tostata e sciroppo di mele.</p>

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		<title>Ad ogni birra il suo bicchiere?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 23:00:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’occasione me l’ha fornita la <strong>John Martin</strong>, nota e storica azienda birraria anglo-belga guidata dai membri della stessa famiglia dal <strong>1909</strong>. Una delle ultime novità di questo “prolifico” polo birrario è stata la<em><strong> <a href="http://www.anthonymartin.be/it/i-prodotti/diabolici.aspx">Diabolici</a></strong></em><a href="http://www.anthonymartin.be/it/i-prodotti/diabolici.aspx">, una triple dal nome che </a><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-diabolici1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11206" title="glass diabolici" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-diabolici1.jpg" alt="" width="110" height="194" /></a><a href="http://www.anthonymartin.be/it/i-prodotti/diabolici.aspx">“acchiappa” e dal packaging molto curato</a>. Così curato, che quelli della <strong>John Martin</strong> hanno creato un nuovissimo bicchiere da abbinare alla birra, nella miglior tradizione belga, per la quale ogni birra ha il bicchiere corrispondente. Nell’osservarlo, nella sua linea sicuramente moderna ed innovativa, mi sono venuti un po’ di dubbi, unitamente a qualche curiosità storica. Un bicchiere, quello della <em><strong>Diabolici</strong></em>, che non è un bicchiere da birra, o almeno non lo è nell’accezione classica del termine: un tronco di cono senza “piede”, che sta su solo perché ingabbiato in un sostegno metallico avvolgente, altrettanto serigrafato/stilizzato. Sicuramente è un bicchiere “nuovo”, nel senso che non se n&#8217;è mai visti di simili in giro; ma non vorrei che fosse contrabbandato per un bicchiere “innovativo”. Per fortuna la <strong>John Martin</strong>, nel pubblicizzarlo assieme alla birra, lo definisce solo “esclusivo”.</p>
<p>Dicevo delle perplessità: molte sono le attuali forme dei bicchieri da birra, sulle le quali, negli ultimi anni, legioni di esperti hanno discettato a lungo. Quasi ogni bicchiere risponde a caratteristiche funzionali precise, volte a permettere a chi se ne serve con cognizione di causa la migliore degustazione birraria possibile. Celebre e ormai condiviso da tutti il motto che spesso si sente ripetere nei corsi, che “<em>ad ogni birra è necessario il suo bicchiere</em>”. Da qui<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-orval.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11207" title="glass orval" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-orval-205x300.jpg" alt="" width="128" height="188" /></a> le flute per le pilsner, le pinte per le bitter e per le Ipa, gli stein per le marzen e le schwarzbier, i trappist glass per le birre monastiche e di sostanza, i baloon per le birre da caminetto, i weizenglass per le weiss, il french jelly glass per le white beers etc. etc. Qualità del vetro, larghezza variabile del calice, scanalature funzionali per la presa, stelo più o meno lungo per non riscaldare le birra con le dita, svasatura per permettere alla schiuma di fare il proprio gioco: tutto per poter gustare al meglio e “globalmente” ciascuna birra. Di tutto questo non sembra esservi traccia in questo e in altri esempi di bicchieri lanciati sul mercato ultimamente, troppo “spostati” sul lato del solo packaging. Diifficile credere alla funzionalità-efficacia di un tronco-cono senza stelo.</p>
<p>Quasi che ci si fosse dimenticati o si fosse volutamente messa da parte la tradizione e l’arte brassicola che ha partorito capolavori di design e funzionalità come il calice di <em><strong>Orval</strong></em>, il bicchiere della <em><strong>Kwak</strong></em>, quello della staffa, con il supporto di legno che veniva fissato al calesse dal lato del cocchiere per non farlo scendere <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-kwak.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11208" title="glass kwak" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/glass-kwak-193x300.gif" alt="" width="134" height="209" /></a>durante le soste (si cambiava solo il bicchiere di vetro, che veniva ri-infilato nel sostegno di legno) o il famoso bicchiere <em><strong>Hoegaarden</strong></em>, il “babbo” di tutti i bicchieri per le blanche. Quasi che non contasse l’evoluzione storica che ha vissuto il bicchiere stesso, sconosciuto, nella sua attuale fattura, fino alla fine del<strong> XIX</strong> secolo, quando il vetro prese il posto dei boccali di peltro, che avevano preso il posto di quelli di terracotta, che avevano preso il posto dei boccali di legno, che avevano sostituito i primigeni contenitori di pelle di animali. Una evoluzione del bicchiere che ha seguito di pari passo quella della birra, sempre più varia, sempre meno torbida, sempre più da “vedere” prima che da gustare.</p>
<p>Non sempre c&#8217;è bisogno di stupire tutti con effetti speciali: la normalità, a volte, è anche un pregio. Ma la legge del marketing, in questi ultimi tempi, ha sempre più bisogno di spostare un  &#8220;più in là&#8221; il limite.</p>

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		<title>Le Trappiste, il Brussels Beer Challenge</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 23:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci si era lasciati con la <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/11/04/a-ruba/"><strong>Westvleteren</strong> che stava andando a ruba</a>, e ci si ritrova con la paventata “scarsità” delle birre trappiste. Archiviata l’operazione <strong>Colruyt/Westvleteren</strong> (<strong>93.000</strong> confezioni sparite in un giorno e mezzo), programmata un’operazione simile per l’America, in Belgio, attualmente (e insolitamente), si fa un gran parlare del fatto che di birra trappista, in giro, ce n’è poca, e continuerà ad essercene così poca. Il motivo? <a href="http://www.demorgen.be/dm/nl/997/Consument/article/detail/1345098/2011/11/08/Abdijbrouwerijen-kampen-met-schaarste.dhtml">I motivi sembrano essere due</a>: <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/authentic-trappsit-2.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11184" title="authentic trappsit 2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/authentic-trappsit-2-271x300.png" alt="" width="190" height="201" /></a>la crescita della domanda, e la incapacità (voluta/strutturale) di rispondervi efficacemente da parte dei sette monasteri cistercensi che producono birra. In sei anni la quota di mercato (in Belgio) rappresentata dalle birre trappiste è salita dall’<strong>8%</strong> all’attuale  <strong>12,8%;</strong> la quantità prodotta però, suppergiù, è rimasta la solita. <a href="http://www.tijd.be/nieuws/archief/Trappist_kan_niet_alle_dorstigen_laven.9124574-1615.art"><strong>Orval</strong>, in dieci anni, è passata da <strong>40.000</strong> a <strong>65.000</strong> hl annui</a>, ma ancora oggi i suoi maggiori clienti devono aspettare almeno due settimane per la consegna; <strong>La Trappe</strong> ne produce, “tirandosi il collo”, <strong>47.000</strong> hl.; <a href="http://www.gva.be/antwerpen/malle/bijna-nergens-nog-westmalle-te-vinden.aspx"><strong>Westmalle</strong>, il più grande di sette, ne brassa <strong>120.000</strong> hl</a>., ma adesso, sugli scaffali della grande distribuzione in Belgio è<a href="http://trappistbier.wordpress.com/2011/11/09/ook-la-trappe-en-westmalle-schaars/"> quasi impossibile trovare la <strong><em>Dubbel</em></strong> e/o la <strong><em>Tripel</em></strong></a>; <strong>100.000</strong> hl. o giù di lì per <strong>Chimay</strong>, <strong>20.000</strong> hl. per <strong>Rochefort</strong> (suppergiù), un’inezia per <strong>Achel</strong> e <strong>Westvleteren</strong> (non si dovrebbero superare i <strong>5.000</strong> hl. a testa). Il motivo strutturale della scarsa produzione è legato alla Regola di S. Benedetto che struttura la vita dei monaci cistercensi: il lavoro è funzionale alla sola sussistenza, e non può né deve diventare l’occupazione prevalente del monaco, chiamato a consacrare la propria vita alla preghiera. Da qui il budget produttivo che ogni anno il capitolo di ciascun monastero auto-determina, in base alle proprie forze e alle proprie esigenze. A questo si deve aggiungere anche il fatto che gli spazi produttivi all’interno di ciascuno dei sette monasteri è già più che sfruttato, con pochi margini per un eventuale allargamento. “<strong><em>Pubblicità al minimo</em></strong>” è stata la scelta che ha determinato tutte le strategie di marketing dei sette monasteri, con alcuni, <strong>Westvleteren</strong> ad esempio, che in pubblicità<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/trappist-beers1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-11185" title="trappist beers" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/trappist-beers1-300x215.jpg" alt="" width="239" height="171" /></a> hanno davvero investito zero euri; nonostante questo, la richiesta è però aumentata. L’aria sembra però cambiata: lo stravolgimento delle strategie tradizionali di <strong>Westvleteren</strong> sembra aver aperto una breccia (o la stia per aprire) nell’austero mondo della produzione birraria monastica. “<em>E’ sempre più difficile mantenere la nostra scala produttiva così piccola</em>”, <a href="%20http://www.tijd.be/nieuws/archief/Trappist_kan_niet_alle_dorstigen_laven.9124574-1615.art">dicono dalle parti di <strong>Westvleteren</strong>;</a> “<em>è duro rimandare indietro a mani vuote ogni giorno tanti clienti delusi</em>”, concludono. Dalle parti di <strong>Westmalle</strong>, che esporta già il <strong>4%</strong> della propria produzione in Cina, stanno pensandoci sopra, ad allargarsi: li trattiene, per ora, il fatto che non hanno più spazi all’interno del monastero, e che, allargandosi all’esterno, hanno il timore di perdere la qualità del prodotto (e anche il marchio, ovviamente), affidando parte della produzione a terzi. E<strong> Orval</strong> è ancora lì che si chiede come fa ad esaurirsi così alla svelta la propria birra, cercando strategie e modalità produttive alternative. Che stia davvero per finire il tempo delle <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_11/voto_monaci_birre_trappiste_e4fa0cc0-9769-11dd-908f-00144f02aabc.shtml">austere, motivatissime ed intransigenti dichiarazioni rilasciate in videoconferenza degli abati dei sette monasteri</a>, nelle quali si rivendicava orgogliosamente il diritto/dovere di non  “piegarsi” alle leggi e alle richieste del mercato, che voleva sempre più birra da loro?</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Brussel_Beer_Challenge_01_foto_Roger_Mortelmans-2.jpg.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11186" title="Brussel_Beer_Challenge_01_foto_Roger_Mortelmans 2.jpg" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Brussel_Beer_Challenge_01_foto_Roger_Mortelmans-2.jpg-289x300.png" alt="" width="188" height="196" /></a></p>
<p>Dopo gli USA, la Germania, l’Australia e l’Inghilterra, anche in Belgio si organizzerà un concorso internazionale di birra. La notizia, <a href="http://www.editiepajot.com/regios/23/articles/21920">ufficializzata in questi giorni,</a> è che dal <strong>2 </strong>al<strong> 4 novembre</strong> del <strong>2012,</strong> nel contesto del mega-evento <a href="http://visitbrussels.be/bitc/BE_fr/brusselicious.do"><strong><em>Brusselicious 2012</em></strong> </a>(<em>Bruxelles capitale della gastronomia</em>) si terrà la prima edizione del <strong>Brussels Beer Challenge</strong>. Lo hanno annunciato <em>Luc De Raedemaeker, Thomas Costenoble </em>e<em> Sven Gatz</em>, i tre che più si sono battuti per la creazione di questo evento, facendosi portavoce dei birrai belgi, che da tempo chiedevano che venisse organizzato in Belgio un evento birrario di rilevanza internazionale. I dettagli ancora non sono stati resi noti del tutto (c’è tempo, ovviamente), ma intanto è ufficiale che al concorso potranno partecipare birre e birrai belgi e stranieri, che la giuria sarà composta da una quarantina di membri e che le birre da scrutinare si pensa non saranno meno di 500. Una ragione in più per capitare da quelle parti, il prossimo anno, a novembre.</p>

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		<title>Il gemello cattivo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 00:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La colpa è tutta della <strong>Carlsberg</strong>: lo racconta <em>Jeppe</em><em> Jarnit-Bjergsø</em>, il “gemello cattivo” del gipsy brewer <em>Mikkel</em>. Era il <strong>’97</strong> e, stufi di bere sempre e solo birra Carlsberg, che allora saturava il mercato danese di birra, <em>Jeppe</em> e altri suoi amici si misero a farsi da soli un po’ di birra “diversa” dalla solita. Che poi fosse anche buona, lo ammette sempre <em>Jeppe</em>, era tutto, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/logo-Evil-Twin-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10991" title="logo Evil Twin 1" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/logo-Evil-Twin-1-300x300.jpg" alt="" width="185" height="185" /></a>ancora, da dimostrare. Comincia così l’avventura birraria del secondo membro della famiglia <em>Mikkeller</em>, un nome, una garanzia, birrariamente parlando, avventura che culmina, a metà del 2010 nel suo più nuovo e recente progetto: quello del produttore di birra, con il marchio <a href="http://www.eviltwin.dk/"><strong>Evil Twin.</strong></a> Perché intanto era già “spacciatore”, e di livello sopraffino, per dirla tutta. Dal <strong>2005</strong>, infatti, <em>Jeppe</em> è proprietario (assieme a <em>Michael Peyk</em> e <em>Henrik Boes Brølling</em>) di <a href="http://www.olbutikken.dk/Default.aspx"><strong>Ølbutikken</strong>,</a> il beershop di Copenaghen da anni stabilmente nella top five dei migliori beershop del mondo (<strong>n° 1</strong> nel <strong>2008</strong>, <a href="http://www.ratebeer.com/RateBeerBest/table_2011.asp?title=Best+Beer+Retailers+2011&amp;file=retailers_places_2011.csv">nella classifica stilata da <em>Ratebeer</em></a>). Nel <strong>2008</strong> <em>Jeppe</em> e <strong>Ølbutikken</strong> allargano i propri orizzonti, e cominciano ad importare e a far conoscere in Europa birre artigianali americane; questo dopo aver collaborato ad una miriade di progetti (birrari) collaterali al negozio, uno dei quali, il più conosciuto ed apprezzato, con <a href="http://www.inbirrerya.com/?s=cantillon"><strong>Cantillon</strong>.</a> In esclusiva per <strong>Ølbutikken</strong>, infatti, dal <strong>2005</strong>, sotto la “supervisione” di <em>Jeppe</em>, Cantillon brassa una volta l’anno la <a href="http://www.ratebeer.com/beer/cantillon-blabaer-lambik/66438/"><strong><em>Blåbær Lambik</em></strong></a>, una lambic al mirtillo che su <em>Ratebeer</em> “raccatta” un fantastico<strong> 100</strong>. Tornando a bomba all’ultima “versione” di J<em>eppe</em>, quella di mastro birraio, è utile fargli subito i conti in tasca, ovvero contare le birre che ha già prodotto e commercializzato: <strong>6</strong> da <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/06/16/amager-bryghus-dalla-danimarca/"><strong>Amager Bryghus</strong></a>, <strong>2</strong> da <strong>Brewdog</strong>,<strong> 7</strong> da <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/02/engels-de-molen-brouwerij/"><strong>De Molen</strong>,</a> <strong>12</strong> da<strong> </strong><a href="http://www.inbirrerya.com/2011/05/19/danimarca-ancora-danimarca/"><strong>Fanø Bryghus</strong></a> <strong>1</strong> da <strong>Lervig Aktiebryggeri</strong>, più un paio di birre “apolidi”, per un totale di <strong>30</strong> birre in poco più di un anno, e <a href="http://www.facebook.com/EvilTwinBrewing?sk=info">tutte con una valutazione più che positiva.</a> E’ la stessa deriva del fratello maggiore: tante birre, prodotte in giro<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-evil-twin-brewing1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10992" title="Logo evil-twin-brewing" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/Logo-evil-twin-brewing1-300x196.jpg" alt="" width="207" height="135" /></a> per birrifici altrui, e quasi tutte più che apprezzate: un nuovo zingaro che si aggiunge alla banda dei <em>gipsy brewers</em>, per i quali i limiti geografici, in questo mondo globalizzato, non hanno più significato. Tutte birre dal nome volutamente “strano”, per le quali conta il fine e non il mezzo (<em>Jeppe</em> da sempre dice di non essere troppo interessato al processo produttivo, <em>cosa lievita e se lo fa nel modo giusto</em>, ma solo al risultato finale), spesso irriverenti e quasi sempre “estreme”, per questo ex insegnante, fan di <em>Ron Jeffries</em> (mastro birraio di <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/12/14/jolly-pumpkin-brewery-e-la-sua-oro-de-calabaza/"><strong>Jolly Pumpkin</strong></a>) e delle sue birre brettate e dell’ <strong><em>Orval </em></strong>(<em>una birra magica che potrei bere tutti i giorni, tutto il giorno</em>). Un presente comunque già ricco di soddisfazioni per <em>Jeppe:</em> le birre di <strong>Evil Twin</strong> sono importate in America da <a href="http://www.12percentimports.com/"><strong>12percent</strong> </a>e godono di grande considerazione nel mondo dei raters. Un futuro che sembra promettere ancora meglio. L’importante, penso, è non tirare troppo la corda, e non cadere nella tentazione della produzione compulsiva.</p>
<p>La prima birra di <strong>Evil Twin</strong>, per me, è stata la <strong><em>Cat Piss</em></strong>, una <em><span style="text-decoration: underline;">ipa </span></em>di <strong>6,5°,</strong> brassata da <strong>De Molen</strong>. Non la definirei una birra rozza, piuttosto una birra primitiva. Poche accortezze e zero ruffianerie, molto basica nel suo risultato finale, una luppolatura a tappeto, che comunque non sdegna. Gialla (come la pipì di gatto?), naso pungente (come la pipì di gatto?), <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/evil-twin-cat-piss.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10993" title="evil twin cat piss" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/11/evil-twin-cat-piss.jpg" alt="" width="185" height="175" /></a>più robusta dei suoi <strong>6,5%</strong> abv., presenta con relativo orgoglio la propria patente di esoticità, dovuto all’uso massiccio di <em>Nelson Sauvin</em>. E’ fresca, questo sì, di una freschezza garibaldina, che no ti lascia sonnecchiare con il bicchiere in mano; è frizzante, decisamente frizzante, ha una schiuma ricca e profumata delle note resinose e “pinose” che le regala il luppolo dell’Altro Mondo. Una delle tante Ipa oggi sul mercato, è vero, ma non un doppione o la scimmiottatura di qualche altra. Ha personalità e carattere, con tutti i vizi che la gioventù porta in dote alla birra e al birraio, ma è un bicchiere che non si dimentica subito. Una bella botta di luppoli al palato, pregevole l’alternanza tra l’esotico fruttato/resinoso e l’amaricante erbaceo, sostenuto e astringente il finale. Molte le carte in regola di questa birra, non tutto il mazzo (un po’ troppo aggressiva e una corsa un po’ a singhiozzo), ma c’è tempo per migliorare, visto il buon inizio. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc 6,5% vol.; © Alberto Laschi.</p>

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		<title>Orval alla spina, Zwanze di Cantillon e altro</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 05:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un po’ di news che vengono dal Belgio. Cominciamo con quella più “importante”, che riguarda Orval e A L’Ange Gardien, il bar/ristorante che si trova a poche decine di metri dalla storica abbazia e dalla fabbrica di birra monastica. Dopo quasi 18 mesi di importanti lavori di ristrutturazione il bar/ristorante ha riaperto battenti nel pieno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ di news che vengono dal Belgio.</p>
<p>Cominciamo con quella più “importante”, che riguarda <strong><a href="http://inbirrerya.blogspot.com/search/label/Orval">Orval</a> </strong>e <a href="http://www.alangegardien.be/"><strong>A L’Ange Gardien</strong>,</a> il bar/ristorante che si trova a poche decine di metri dalla storica abbazia e dalla fabbrica di birra monastica. Dopo quasi 18 mesi di importanti lavori di ristrutturazione il bar/ristorante ha riaperto battenti nel pieno delle sue “funzioni” dallo scorso 1° Luglio. Aperto <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Orval-newcafe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10012" title="Orval newcafe" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/Orval-newcafe-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a>tutti i giorni in estate (finita la stagione estiva chiuderà, per il giorno di riposo, al mercoledì) con orario continuato 11/21, è meta imprescindibile per chi capita da quelle parti. Dell’edificio originale è rimasta solo la facciata e la nuova ala dedicata alla caffetteria ha un aspetto quasi futuristico, abbastanza in contrasto con il resto dell’edificio. Al di là degli aspetti architettonici, molto importante la notizia, data assieme a quella dell’apertura, che riguarda la possibilità di bersi una <strong><em>Orval</em></strong> alla spina. A <strong>L’Ange Gardien</strong>, in esclusiva, si potrà trovare (non so se in maniera “stabile”) la <strong><em>Petit</em></strong><strong><em> Orval</em></strong> alla spina: è quella <strong><em>Orval </em></strong>che si trovava anche prima presso questo esercizio pubblico in una bottiglia senza label, ottenuta per diluizione dall’<strong><em>Orval </em></strong>originale, al mosto della quale viene aggiunta acqua prima della fermentazione in modo da farle raggiungere i <strong>3,5% vol.</strong> finali (è la birra, fra l’altro, che i frati del vicino monastero consumano quotidianamente).</p>
<p><strong><a href="http://www.inbirrerya.com/2010/05/04/cantillon-basta-la-parola/">Cantillon</a> </strong>e il progetto <strong><em>Zwanze</em></strong>. La <strong><em>Zwanze</em></strong> è il “giocattolo annuale” di <em>Jean Van Roy</em>, brassata e rilasciata una sola volta l’anno, dal <strong>2008</strong>: il primo anno si è trattato di un lambic aromatizzato al rabarbaro, il secondo di un lambic con aggiunta di fiori di sambuco in macerazione, nel <strong>2010</strong> è stata la volta di una fermentazione mista, con un risultato finale molto simile a quello di una <em>blanche,</em> messo su in collaborazione  con <em>Yvan De Baets</em> dalla <strong><a href="http://www.brasseriedelasenne.be/">Brasserie de la Senne.</a> </strong>Birre tutte andate a ruba, visto il loro carattere di rarità ed eccezionalità, il cui prezzo per bottiglia (una volta messe all’asta su Ebay dai pochi, fortunati possessori) è lievitato fino a 13 volte rispetto a quello originale. La cosa non è piaciuta a Jan, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/zwanze.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10013" title="zwanze" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/zwanze-300x227.jpg" alt="" width="232" height="176" /></a>ovviamente, che non vuol prestare il fianco a speculazioni del genere, e per il<strong> 2011 </strong>ha deciso di cambiare radicalmente rotta. La versione <strong>2011</strong> della <strong><em>Zwanze</em></strong>, che sarà ottenuta da una fermentazione mista fra lambic e vino, il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pineau_d%27Aunis"><em>Pineau d&#8217;uva Aunis</em></a>, in un progetto sviluppato assieme all’enologo francese <em>Olivier Lemasson</em>, non sarà imbottigliata; i <strong>1500/2000</strong> lt. della <strong><em>Zwanze</em></strong> saranno resi disponibili in fusto presso un numero selezionato di pubs sparsi in tutto il mondo il prossimo <span style="text-decoration: underline;"><strong>mercoledì 17 settembre</strong></span>. La versione in bottiglia (un numero limitatissimo) la si potrà degustare soltanto presso il birrificio stesso. L’elenco dei pubs che avranno la fortuna di poter spillare uno o più fusti di questa rarità <a href="http://www.cantillon.be/br/3_21">è disponibile sul sito di <strong>Cantillon</strong></a>: in Italia la si potrà trovare al <strong>The Dome</strong> di Bergamo, al <strong>Macche </strong>di Roma e allo <strong>Sherwood </strong>di Nicorvo.</p>
<p>Detto della nuova versione <a href="http://www.ratebeer.com/beer/hommelbier-dark/148392/">“dark” della </a><strong><em><a href="http://www.ratebeer.com/beer/hommelbier-dark/148392/">Hommelbier</a>,</em></strong> la luppolatissima bionda della <strong>Van Eecke</strong> di Watou, una <em>belgian ale</em> di <strong>8,2%</strong> vol. inizialmente destinata al solo mercato statunitense, un paio di notizie che parlano di importanti cambiamenti, sempre in Belgio. La <a href="http://vansteenberge.com/en/sabmiller-announces-agreement-bring-belgian-abbey-beer-select-markets"><strong>SAB</strong><strong> Miller</strong> ha stretto un accordo con la storica brouwerij <strong>Van <strong></strong></strong></a><strong><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/logo-augustijn.png"><img class="alignleft size-full wp-image-10014" title="logo augustijn" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/logo-augustijn.png" alt="" width="145" height="97" /></a></strong>Steenberge</strong> (aperta nel <strong>1874</strong> ad Ertvelde) per la distribuzione mondiale, da parte del colosso birarrio sudafricano, della prestigiosa linea delle <strong><em>Augustijn </em></strong>(la cui “proprietà” rimane, almeno per ora, alla Van Steenberge). Terzo gruppo birrario del mondo, la SAB ha messo gli occhi (e forse anche qualcosa di più) sulle potenzialità di queste birre (le cui ricette vennero acquistate dalla birreria belga nel <strong>1978</strong> dai padri Agostiniani di Gand), puntando ad entrare in concorrenza, tramite la commercializzazione di questi prodotti, con la linea <strong><em>Leffe,</em></strong> cavallo di battaglia (commerciale) della <strong>AB InBev</strong>. E’ il primo accordo commerciale di questo tipo che la <strong>SAB</strong> stipula in Belgio con un brouwerij locale. La seconda riguarda un’altra famosa linea di birre “monastiche”, quella delle <strong><em>Affligem</em></strong>:<a href="http://www.nieuwsblad.be/article/detail.aspx?articleid=2L3C2ONS"> non saranno prodotte più ad </a><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/logo-affligem1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10016" title="logo affligem" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/07/logo-affligem1-300x112.jpg" alt="" width="215" height="101" /></a>Opwijk, ma nella fabbrica della <strong>Alken</strong> di Limburgo, entrambe di proprietà <strong>Heineken</strong>. <strong>200.000 hl</strong> (questa la capacità produttiva di Opwijk) erano pochi per stare dietro al ritmo della domanda; allo stabilimento della Alken “avanzavano<strong>” 600.000</strong> potenziali hl. annui di produzione, e quindi <strong>Heineken</strong> ne ha deciso lo spostamento. La produzione sarà comunque ancora supervisionata da <em>Ellen Mertens</em>, head brewer di Opwijk. Già le <strong><em>Affligem</em></strong> erano state sufficientemente maltrattate in passato … Non è difficile pensare che trasferimento ed implemento produttivo possano dar loro il definitivo colpo di grazia.</p>

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		<title>Lo strano caso delle due Orval</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 22:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rimaniamo, ancora per oggi, in ambito &#8220;trappistico&#8221;, con un piccolo esperimento &#8220;casalingo&#8221;. Punto di partenza: l&#8217;Orval come la facevano una volta, adesso non c&#8217;è più, o almeno, non la fanno più. Penso che chiunque abbia avuto al ventura di aver assaggiato una Orval 5-6-7 anni fa non può non rimanere (infelicemente) stupito dell&#8217;enorme cambiamento che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rimaniamo, ancora per oggi, in ambito &#8220;trappistico&#8221;, con un piccolo esperimento &#8220;casalingo&#8221;.</p>
<p>Punto di partenza: l&#8217;<a href="http://inbirrerya.blogspot.com/search/label/Orval"><em><strong>Orval</strong></em> </a>come la facevano una volta, adesso non c&#8217;è più, o almeno, non la fanno più. Penso che chiunque abbia avuto al ventura di aver assaggiato una <em><strong>Orval</strong></em> <strong> 5-6-7</strong> anni fa non può non rimanere (infelicemente) stupito dell&#8217;en<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/Orval-logo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9756" title="Orval logo" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/Orval-logo.jpg" alt="" width="93" height="119" /></a>orme cambiamento che la birra ha dovuto (as)sorbire. Più volte in rete è stata rimarcata questa differenza, cercando di dimostrarla attraverso una infinità di spiegazioni tecniche oppure gettandosi su altre congetture di tipo complottistico/cospirazionistiche, alcune delle quali davvero fantasiose. Sta di fatto che l&#8217;<em><strong>Orval</strong></em> che si beve dalle nostre parti ad oggi non sembra essere più l&#8217;<em><strong>Orval</strong></em> di una volta; su questo sembra non esserci davvero discussione. Ma da tempo &#8220;covavo&#8221; un ulteriore, personalissimo, convincimento: non solo l&#8217;Orval è cambiata rispetto al suo augusto passato, ma l&#8217;<em><strong>Orval </strong></em>che si trova in giro non sembra essere tutta la medesima <em><strong>Orval</strong></em>. Troppo marcati mi sono apparsi alcuni spostamenti gustativi fra bottiglie diverse della stessa birra.</p>
<p>E allora mi sono deciso a fare un piccolo esperimento casalingo: la degustazione in parallelo di due diverse bottiglie di <em><strong>Orval,</strong></em> una acquistata presso la <strong>GDO</strong> e una proveniente direttamente dal magazzino di <strong>Birrerya</strong>, due canali di approvvigionamento quindi del tutto differenti (nella loro origine). Sono stato anche abbastanza fortunato, visto che le bottiglie provenivano da cotte temporalmente abbastanza contigue: quella acquistata in GDO era stata imbottigliata il<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/orval.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9757" title="orval" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/orval.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a> <strong>3/02/2011</strong> (scad. 03/02/2016), mentre quella proveniente da Birrerya era stata imbottigliata un mese dopo, l&#8217; <strong>1/03/201</strong>1 (scad. 01/03/2016). Al di là delle &#8220;logiche&#8221; differenze riscontrate sulle labels (quella della GDO era personalizzata in italiano per l&#8217;importatore, quella di Birrerya era la classica label per il mercato internazionale), l&#8217;importante, per me, era testare eventuali somiglianze/scostamenti fra le due, in modo da avvalorare/confutare la mia ipotesi di partenza. Tenendo conto anche del fattore-gioventù della birra stessa, imbottigliata (in entrambi i casi) da non più di quattro mesi. Penso che sia ormai convinzione diffusa e accettata dalla maggior parte dei bevitori &#8220;esperti&#8221; che si può iniziare a parlare con cognizione di causa di una <em><strong>Orval</strong></em> solo a partire dai 6 mesi dopo il suo imbottigliamento; meglio ancora se se ne aspettano altri tre (altri dicono) quando ormai i bretta fanno alla grande la loro parte, dopo essersi &#8220;mangiati&#8221; quasi tutti gli zuccheri (destrine), rendendo la birra decisamente scarna, asciutta e rustica. Non sono quindi andato a cercarmi, nelle due birre assaggiate, gli aspetti che più la caratterizzano quando &#8220;matura&#8221;, ma ho cercato di compararne le rispettive gioventù. E devo dire che non sono giovani alla stessa maniera; non sono enormemente differenti fra di loro, ma un certo scostamento ho creduto di avvertirlo. Relativamente rotonde e un po&#8217; <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/orv.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9758" title="orv" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/orv-300x200.jpg" alt="" width="228" height="152" /></a>(troppo) watery entrambi, in una (quella della GDO) la componente amaricante è risultata quasi del tutto assente: non scarna, non limitata, non tenue, assente, quasi del tutto. Nell&#8217;altra, invece, pur nella sua ancor più accentuata giovinezza, la luppolatura, pur relativamente tenue, aveva cominciato comunque a lascire una traccia avvertibile, impegnando abbastanza significativamente retro-palato e lati della lingua. In nessuna delle due il leggendario lievito d&#8217;Orval aveva ancora alzato significativamente la testa, e quindi l&#8217;altrettanto leggendario <em>goûte d&#8217;Orval</em> era ancora molto al di là da venire; ma una leggera speziatura e una piccantezza appena pronunciata si potevano cominciare ad intuire nella<em><strong> Orval</strong></em> di Birrerya. Più solida e persistente la schiuma della bottiglia della GDO, più <em>orvaliano</em> il colore della birra della GDO, un po&#8217; troppo slavatino (almeno per ora) il dorato/ambrato della bottiglia di Birrerya. Frizzantezza, per entrambi, ancora quasi agli albori: un lontano ricordo la frizzantezza &#8220;salata&#8221; delle <em><strong>Orval </strong></em>degli anni addietro.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/Logo-Orval2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9759" title="Logo Orval2" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/06/Logo-Orval2.jpg" alt="" width="133" height="133" /></a></p>
<p>Per essere significativo (almeno da un punto di vista statistico), questo piccolo, casalingo, esperimento andrebbe ripetuto a distanza di tempo, per verificarne, in parallelo, evoluzione, maturazione, scostamento/accostamento fra di loro e in assoluto. E mi riprometto di farlo. Resta l&#8217;impressione generale che se il buon giorno si vede dal mattino, non è che da queste due cotte d&#8217;<em><strong>Orval</strong></em> ci sia da aspettarsi chissà cosa. Resta confermata, per me, la decisa lontananza delle <em><strong>Orval </strong></em>di oggi dagli standard di assoluta eccellenza degli anni addietro, e l&#8217; impressione (non la certezza) che non tutte le <em><strong>Orval </strong></em>escano alla stessa maniera dalla fabbrica, o (in alternativa) che i diversi percorsi distributivi alle quali sono sottoposte incidano in maniera diversa sul prodotto, alterandone (almeno in parte) caratteristiche ed evoluzione. Guardiamo cosa succede con il passare del tempo &#8230;</p>

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		<title>Difficile che le compri(no) &#8211; seconda parte</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 22:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la lista della spesa di ieri, con le birre divise per categorie non solo legate alle nazionalità, ma anche alle relative fasce di prezzo, qualche riflessione su quanto trovato. Premessa indispensabile: l’utilizzatore finale (questa espressione mi ricorda qualcuno e qualcosa d’altro …) di birra che si rifornisce presso la GDO deve, purtroppo, pagare lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la lista della spesa di ieri, con le birre divise per categorie non solo legate alle nazionalità, ma anche alle relative fasce di prezzo, qualche riflessione su quanto trovato.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Premessa indispensabile</span></strong>: l’<em>utilizzatore finale</em> (questa espressione mi ricorda qualcuno e qualcosa d’altro …) di birra che si rifornisce presso la<strong> GDO</strong> deve, purtroppo, pagare lo “scotto” di essere il terzo (o quarto) della fila. Il produttore di birra, nel migliore dei casi, è contattato direttamente dalla <strong>GDO</strong>, che acquista da lui senza altri intermediari (in questo caso il cliente finale arriva per terzo). Altre volte fra il produttore e la <strong>GDO </strong>c’è anche il distributore/grossista, e quindi qui l’utente finale arriva per quarto. Questo conta, eccome se conta: quando la merce passa per più mani, il costo lievita, ovviamente, visto che ad ogni passaggio il prezzo si “appesantisce” della percentuale che ogni anello di questa catena ritiene di dover vedersi riconosciuta. E’ importante tener conto di questo particolare, per niente marginale.</p>
<ol>
<li><strong><span style="text-decoration: underline;">La birra (quella buona, o      presunta tale) costa</span></strong>. La Moretti costa meno (sempre tanto, se si fa      un rapporto realistico qualità/prezzo), come la Dreher o la Splugen. Costa      relativamente meno anche la birra tedesca, per tutta una serie di motivi      anche storici, e soprattutto strutturali. Ma la birra di qualità comunque      ha un prezzo <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/birra-scaffale1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9461" title="birra scaffale" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/birra-scaffale1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>mediamente elevato.</li>
<li><strong><span style="text-decoration: underline;">La media dei prezzi al lt.      della birra belga</span></strong>: dalle nostre parti oscilla fra i 6 e i 7 €      (blanche escluse), Orval e Chimay incluse. Dando un’occhiata anche al      catalogo di <a href="http://www.esselungaacasa.it/ecommerce/superstore.do">Esselungacasa</a> (grazie Anon!) mi sembra di poter dire che anche      in quel caso la fascia media dei prezzi si piazza all’interno di quella      forbice (Rochefort e Westmalle escluse).</li>
<li><strong><span style="text-decoration: underline;">Anche il Belgio è caro?</span></strong> Da tutti ritenuto la massima espressione      del miglior rapporto qualità/prezzo, anche il Belgio dalle nostre parti,      nella GDO, non è proprio ai minimi sindacali. Nella nostra GDO, ripeto,      con la premessa di cui sopra. Capitando abbastanza spesso da quelle parti,      posso assicurare che i prezzi della birra nella loro GDO sono      stratosfericamente più bassi. Però lì i birrifici sono a uscio e bottega,      e quindi tanti costi sono ovviamente abbattuti.</li>
<li>Mi verrebbe da pensare: <strong><span style="text-decoration: underline;">esiste un “cartello”</span></strong> che si è messo d’accordo per fare      mediamente gli stessi prezzi? Oppure i costi (legati ad accise varie e      trasporti) non sono ulteriormente abbattibili? Bisogna però inserire, nel      caso della birra belga nella GDO, la variabile rappresentata  degli acquisti per grandi quantità, che      dovrebbe necessariamente aver potuto abbattere (all’origine) il prezzo-base.      Mettendo insieme tutte queste cose mi viene da pensare che, sommato e      detratto tutto il sommabile e il detraibile, il Belgio, da noi, nella GDO, è ancora      un po’ troppo caro.</li>
<li><strong><span style="text-decoration: underline;">Birra artigianale italiana</span></strong>. <strong><em>Strategia alfa</em></strong>: <em>per      abbattere i costi (e i prezzi finali) scelgo la strada dei prodotti di “seconda      fascia”</em>: dignitosi nella sostanza, dal packaging minimalistico,      distribuiti da terzi, con quantità considerevoli e con contratti un po’      più “garantenti” (per il birraio). E’ la scelta che hanno fatto Amiata e      Olmaia, <a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/beers.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9463" title="Assignment" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/beers.jpg" alt="" width="149" height="149" /></a>ad esempio, che con la loro “seconda linea” di prodotti “gestita”      da Turatello compaiono nel canale COOP, spuntando un prezzo al lt. in      perfetta media … belga (tutte e 7 le birre a 4,90 € ciascuna, per un      prezzo al lt. di 6,53 €). Troppo ? Poco? Di fatto costano quanto una La      Chouffe e una Abbaye des Rocs Brune, 20 centesimi in più di una Chimay e      30 centesimi in meno di una Mc Chouffe e una Duvel. Ma valgono il loro      prezzo? Discorso complicato, qui c’entrano anche i gusti personali, oltre      ai dati “oggettivi”. Giudizio mio personale, alcune sì, ma non tutte.</li>
<li><strong><span style="text-decoration: underline;">Birra artigianale italiana. </span></strong><strong><em>Strategia beta</em></strong>: <em>vado sugli scaffali della GDO      con i miei “soliti” prezzi</em>, che, come ho riportato nell’altro post,      schizzano subito verso l’alto (in questo secondo caso il prezzo al lt. si attesta fra 8,18 e 9,20 €). A me,      oggettivamente mi sembra tanta roba, forse pure troppa. Se poi si guardano      i nomi, sono tutti birrifici di “primo pelo” o quasi, poco conosciuti, se      non dagli “esperti del settore”. Presentarsi sul mercato con prezzi così “importanti”      non so quanto sia producente a livello di vendite (spero, per loro, di      sbagliarmi). Devi essere davvero uno “curioso” per sborsare (mediamente)      4,50 € per una 0,50 (pressoché sconosciuta) quando nella cesta accanto c’è      una (sicuramente più conosciuta) Orval a 2,15 € e una classicissima Paulaner a      1,30 € … <strong><em>Difficile che le comprino</em></strong>, se l’acquirente è un neofita, che      necessariamente, nello scegliere dà l’occhiata decisiva al portafoglio. Se      poi uno è un po’ più esperto, è ancor più <strong><em>difficile che le compri</em></strong>,      perché, magari, conosce anche un po’ di più i “propri polli” … Consiglio      (gratis) per qualcuno: dare una sterzata al packaging, alcuni dei quali      davvero imbarazzanti e  troppo “antichi”.      Anche l’occhio vuole la sua parte.<strong> </strong></li>
</ol>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/logo-mobi_medio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9462" title="logo mobi_medio" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/05/logo-mobi_medio.jpg" alt="" width="119" height="119" /></a>Mi è dispiaciuto non poter fare la verifica incrociata con l’<a href="http://www.movimentobirra.it/prezziexw.aspx">utilissimo database consultabile sul sito di <strong>MoBI</strong></a>, nel quale i consumatori hanno riportato quanto sborsato acquistando la birra direttamente in birrificio. Nessuno dei birrifici dei quali ho parlato in precedenza sono stati “visitati a domicilio”, e quindi i loro prezzi all’origine non compaiono. Peccato, uno poteva avere un importante elemento in più di giudizio. Menzione d’onore per quei birrai (Schigi, Gennaro, Cajun, Max Faraggi, Steve, scusandomi per quelli che non ho riconosciuto nella lista) che <em>loro sponte</em> hanno inserito comunque sul database in questione i prezzi delle birre acquistabili direttamente da loro.</p>

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		<title>aut-aut o et-et?</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 09:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div style="line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Ne so pochissimo di scacchi, e quindi mi scuso in anticipo se tiro in ballo (a sproposito?) una tattica di gioco che &egrave; propria di questo gioco, quella dell&rsquo;arrocco. E&rsquo; una mossa particolare, forse la migliore e pi&ugrave; estrema arma di difesa (ma anche di attacco), per la quale, muovendo sia il re che le torri, si cerca di mettere al riparo il Re dietro il muro dei propri pedoni. E&rsquo; quello sta succedendo in questi giorni <a href="http://www.babblebelt.com/bbb_classic/readpost.html?id=1299355108">su uno dei forum birrari del Belgio pi&ugrave; importanti</a>? Protagonisti alcuni dei top guru&nbsp;(<i>Kuaska, Joris Pattyn, Ron Pattinson</i> &hellip;) che si stanno misurando a </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/Logo-zythos-+-+pre.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-8513" height="164" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/Logo-zythos-+-+pre-300x164.png" title="Logo zythos + +pre" width="300" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">&ldquo;colpi&rdquo; di affermazioni, anche &ldquo;forti&rdquo;, sul futuro birraio del<em> Belgio</em> (uno dei regni della tradizione), e non solo, </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">da alcuni visto a rischio di pericolose contaminazioni, che ne minerebbero il futuro. &nbsp;Ognuno per la sua parte e ciascuno in base alla propria visione del presente/futuro sta cercando di mettere dei punti fermi; e i toni si sono un po&#39; accesi. L&rsquo;occasione del contendere &egrave; stata fornita dai due eventi che hanno animato lo scorso week end birrario in Belgio, lo <b>Zythos</b> e l&rsquo; <b>ACBF</b>, strutturati in maniera quasi opposta: la tradizione a <i>St. Niklaas</i> (con ingresso libero, fra l&rsquo;altro), l&rsquo;innovazione a <em>Kasteelhoeve</em> (con ingresso a pagamento). Tanta classicit&agrave; da una parte (<a href="http://www.movimentobirra.it/forum/forum_posts.asp?TID=3848&amp;PN=8">anche se un po&rsquo; appiattita, lo dice anche il Colonna</a>), le &ldquo;<i>birre disneyland</i>&rdquo; (non tutte, ma una buona parte s&igrave;) dall&rsquo;altra. E&rsquo; l&rsquo;eterna diatriba fra il &ldquo;vecchio&rdquo; e il &ldquo;nuovo&rdquo;, ovvero, se sia meglio seguire il solco della (splendida) tradizione o avventurarsi nei vasti (e a volte pericolosi) spazi della innovazione e/o contaminazione degli stili. </span></span></div>
<div style="line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/Broeder-Liefde-label11.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-8514" height="180" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/Broeder-Liefde-label11-300x180.png" title="Broeder-Liefde-label1" width="300" /></a><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/Broeder-Liefde-label1.png" onclick="return vz.expand(this)"> </a></div>
<div style="line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">E&rsquo; un dato di fatto comuque oggettivo: anche in Belgio si sta guardando sempre pi&ugrave; spesso (anche strizzandogli ruffianamente l&rsquo;occhio) all&rsquo;altra sponda dell&rsquo;Atlantico; e viceversa. Lo dimostrano, le numerose e recenti notizie di &nbsp;collaboration beers che hanno visto la luce e che lo stanno per fare. <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/07/rumors-new-beers-beer-boat/"><strong>Sint Canarus</strong></a> e <a href="http://www.ratebeer.com/beer/stillwater-import-series-vol-3-jaded/139524/"><strong>Struise</strong></a> che brassano con <strong>Still Water</strong>; lo stesso <em>Brian Stillwater Strumke</em> che si aggira fra gli stands di <em>St. Niklaas</em> e presenta una sua nuova collaborazione con <em>Jef Goetelem</em> di <strong>&lsquo;t Hofbrouwerijke</strong> (la <a href="http://belgianbeerboard.com/"><em><strong>Of Love &amp; Regret</strong></em></a>); <em>Dirk Naudts</em> (patron di <strong>De Proef</strong>) e <em>Brian O&rsquo; Reilly</em> &nbsp;di <strong>Sly Fox Brewery</strong> che hanno brassato la <a href="http://beernews.org/2011/03/broederlijke-liefde-saison-next-in-brewmasters-collaboration-series/"><em><strong>Broederlijke Liefde Saison</strong></em>,</a> la quinta birra della serie <em>Brewmaster&rsquo;s&nbsp;Collection</em> (le altre quattro <em>Dirk</em> &nbsp;le aveva brassate con<em> Brian Buckowsky</em> di <strong>Terrapin</strong>,<em> John Mallet</em> di <strong>Bell&rsquo;s Brewery</strong><em>, Jason Perkins</em> di <strong>Allagash</strong> e <em>Tomme Arthur</em> di <strong>Port Brewing</strong>); <em>Jean Marie Rock</em> di <strong>Orval</strong> che brassa assieme a <em>Steven Pauwels</em> di <strong>Bouleward Brewing</strong> la <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/02/08/orval-gli-usa-la-buona-tavola/"><em><strong>Imperial Pilsner</strong></em></a>. Questo solo per citarne alcune delle ultime, e sicuramente me ne dimentico pi&ugrave; di una. Sar&agrave; poi un caso che<a href="http://belgianbeerboard.com/"> uno dei pi&ugrave; importanti blog birrari belgi</a> focalizzi due dei suoi pi&ugrave; recenti post &ldquo;dedicati&rdquo; al recente <strong>Zythos</strong> proprio sulla &ldquo;contaminazione&rdquo; (o meglio, &quot;interazione&quot;) fra questi due mondi (e modi) produttivi? </span></span></div>
<div style="line-height: normal;">&nbsp;</div>
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<div style="line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">Personalemnte (per quello che conta) sono propenso a vedere tutto questo non come un segno di &ldquo;resa&rdquo; da parte degli alfieri della tradizione belga nei confronti del &ldquo;prepotente&rdquo; ed esplosivo mondo produttivo americano (oggi oggettivamente molto trendy), ma come un segno, alto, di riconoscimento e stima reciproci. Non la vedo come l&rsquo;inizio di una colonizzazione, ma come l&#39; espressione di una grande considerazione. Anche e soprattutto perch&eacute; l&rsquo;America birraria deve tantissimo al Belgio: </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">lo ricorda lo stesso<em> Tomme Arthur</em> in un<a href="http://alestreetnews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=484:belgian-style-end-of-one-era-beginning-of-another&amp;catid=17:beer-stylestasting-panel&amp;Itemid=4"> suo recente articolo scritto per <strong>AleStreetNews</strong></a>. Descrivendo con lucida linearit&agrave; i vari steps storico/produttivi del</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/tomme-a1.jpeg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-full wp-image-8515" height="259" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/03/tomme-a1.jpeg" title="tomme a" width="194" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> movimento birrario artigianale americano, traccia poi una linea di demarcazione netta e doverosa. In <em>America</em>, ricorda <em>Tomme</em>, adesso si sta vivendo la terza fase produttiva: la prima, quella dei padri fondatori, &egrave; stata quella &ldquo;arrembante&rdquo;, l&rsquo;entusiasmo di produrre qualcosa di assolutamente nuovo; la seconda &egrave; stata quella dei birrai che si sono impegnati nel riprodurre, alla maniera americana, gli stili di birra storici (Inghilterra, Germania e Belgio). Nell&rsquo;attuale terza fase tanti, in <em>America</em>, si sono &ldquo;buttati&rdquo; sull&rsquo;opportunit&agrave; di <span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">esplorare gli stili birrari in un modo completamente nuovo, e hanno visto nella tradizione e nella variet&agrave; produttiva belghe uno spazio di manovra quasi illimitato, generando un fin troppo esasperato (dal punto di vista del marketing) &ldquo;filone produttivo&rdquo; denominato &ldquo;<u><em>belgian style</em></u>&rdquo;. Molto pi&ugrave; &ldquo;umilmente&rdquo;, dice Tomme, si dovrebbe parlare (e lui lo fa per le sue birre, &quot;dedicate&quot; quasi tutte alla tradizione brassicola belga) fra i birrai americani di birre &ldquo;<u><em>belgian inspired</em></u>&rdquo;: il Belgio &egrave; il Belgio, punto. Nessun altro pensi di potersene &quot;appropriare&quot;.<br />
	</span></span></span></div>
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<div style="line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">&ldquo;Niente da temere&rdquo;, quindi, per il Belgio? Con gente come <em>Tomme</em> penso proprio di no, ma anche in assoluto, modestamente, non vedo un orizzonte particolarmente fosco. Capisco che quando si vuol difendere qualcosa che si sente particolarmente caro la tentazione di fare un &ldquo;arrocco&rdquo; sia pi&ugrave; che comprensibile; molto meglio, per&ograve;,&nbsp; la dialettica dell&rsquo; et-et piuttosto che quella dell&rsquo;aut-aut. &nbsp;Almeno se si guarda all&rsquo;America. Se poi si guarda al Nord Europa e ai suoi &ldquo;esperimentatori&rdquo;, allora il discorso potrebbe farsi diverso &hellip;.</span></span></span></div>

<p class="FacebookLikeButton"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.inbirrerya.com%2F2011%2F03%2F14%2Faut-aut-o-et-et-2%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=yes&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;locale=it_IT" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height: 25px"></iframe></p>
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		<title>A tutto Belgio</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 06:59:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tutto Belgio in questo post: dal &#8220;classico&#8221; (Orval), al &#8220;nuovo&#8221; (De Leite), &#160;al &#8220;nuovissimo&#8221; (Struise). &#160; &#160; Orval vittima del proprio successo. &#8220;Va talmente via&#8221; che non ce n&#8217;&#232; per tutti. Il fatto che la birra dei trappisti di Notre Dame d&#8217;Orval &#160;si trovi da tempo con difficolt&#224; nella zona di Aalst &#232; talmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">A tutto Belgio in questo post: dal &ldquo;classico&rdquo; (<b>Orval</b>), al &ldquo;nuovo&rdquo; (<b>De Leite</b>), &nbsp;al &ldquo;nuovissimo&rdquo; (<b>Struise</b>).</span></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Logo-Orval3.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-8108" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Logo-Orval3.jpg" style="width: 114px; height: 115px;" title="Logo Orval3" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">&nbsp;</span></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><b><u><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">Orval vittima del proprio successo</span></u></b><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">. &ldquo;Va talmente via&rdquo; che non ce n&rsquo;&egrave; per tutti. Il fatto che la birra dei trappisti di <a href="http://inbirrerya.blogspot.com/search/label/Orval"><i>Notre Dame d&rsquo;Orval</i></a> &nbsp;si trovi da tempo con difficolt&agrave; nella zona di <i>Aalst</i> &egrave; talmente &ldquo;inconsueto&rdquo; e &ldquo;preoccupante&rdquo; da costituire una vera e propria &ldquo;notizia&rdquo;, che &egrave; rimbalzata su <a href="http://www.nieuwsblad.be/article/detail.aspx?articleid=O4360QIH">numerosi quotidiani belg</a>i, ed &egrave; stata ripresa anche da <a href="http://trappistbier.wordpress.com/2011/02/10/orval-kan-groeiende-vraag-niet-volgen/"><i>Danny Van Tricht</i></a>. La birra di <b><i>Orval</i></b>, problemi di <i>Aalst </i>a parte, sta davvero conoscendo un grande successo di vendite, non solo in <i>Belgio</i>, che sta mettendo un po&rsquo; &ldquo;in crisi&rdquo; il sistema produttivo dei monaci. Che &egrave; gi&agrave; stato pi&ugrave; volte implementato, tanto che dal <b>1995</b> al <b>2008</b> si &egrave; passati a produrre <b>65.000</b> hl. </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/ambassaduer-orval.gif" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-8109" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/ambassaduer-orval.gif" style="width: 139px; height: 105px;" title="ambassaduer orval" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">annui (pari a <b>20</b> milioni di bottiglie) dagli originari <b>38.000.</b> <i>Fran&ccedil;oise de Harenne</i>, direttore della brasserie, ammette che la produzione &egrave; attualmente quasi al &ldquo;gancio&rdquo;, nel senso che le potenzialit&agrave; dell&rsquo;impianto sono sfruttate quasi al massimo; ci sono piani per rivedere globalmente tutto il progetto-Orval, dice lui, ma per i prossimi tre anni non ci saranno cambiamenti radicali. E&rsquo; comunque un buon segno, questo della grande richiesta di birra di qualit&agrave;, che premia anche l&rsquo;ottima strategia di fidelizzazione del cliente e del publican, specifica di <b><i>Orval:</i></b> i <b>354</b> pub &nbsp;<a href="http://www.orval.be/nl/producten/brouwerij/brouwerij7ambassadeur.html"><i><u>Ambassadeur d&rsquo;Orval</u></i> </a>sparsi in <i>Europa</i> (<a href="http://www.orval.be/ambassadeur/search_nl.php?id=it">dei quali <b>20</b> in <i>Italia</i></a>) sanno fare davvero bene il proprio mestiere, a quanto sembra.</span></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/logo-zbf-2011.gif" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-8110" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/logo-zbf-2011.gif" style="width: 121px; height: 121px;" title="logo zbf 2011" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><b><u><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">De Leite: nuova birra e nuovo impianto</span></u></b><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">. <a href="http://www.inbirrerya.com/2009/04/07/brouwerij-de-leite/"><i>Luc Vermeersch</i></a>, che dal <b>2008 </b>ha aperto il proprio piccolo birrificio artigianale a <i>Ruddervoorde,</i> &egrave; un ospite &ldquo;fisso&rdquo; (o quasi) del nostro <b>Villaggio della Birra</b>. In tre anni si &egrave; fatto ben conoscere, e la bont&agrave; dei propri prodotti gli ha spalancato pi&ugrave; di una porta (commerciale). Le sue tre birre (<a href="http://www.inbirrerya.com/2010/03/24/dallo-zythos-al-catalogo-di-birrerya/"><b><i>Enfant Terriple</i></b></a><a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2009/04/bon-homme.html"><b><i>, Bon Homme</i></b></a> e <a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2009/04/femme-fatale.html"><b><i>Femme Fatale</i></b></a>, tutte presenti nel catalogo di <b>Birrerya</b>) sono cos&igrave; richieste </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/de-leite.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-8111" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/de-leite.jpg" style="width: 153px; height: 173px;" title="de leite" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">che la produzione non riesce a soddisfare la domanda. E&rsquo; notizia di pochi giorni fa che <i>Luc</i> ha notevolmente ampliato l&rsquo;impianto produttivo, tanto da portarlo ad una produzione mensile di <b>4.500</b> lt. circa, con l&rsquo;obiettivo di arrivare a produrre <b>35.000</b> lt. l&rsquo;anno; un bel passo in avanti, per &ldquo;tenere il passo&rdquo; alle richieste che gli vengono non solo dal <i>Belgio</i>, ma anche <i>Brasile</i> e <i>Stati Uniti</i>. Il <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/01/26/in-belgio-per-il-pre-zythos-e-lo-zythos/">prossimo <b>Zythos</b></a> sar&agrave; poi l&rsquo;occasione in cui la <b>Brasserie de Leite</b> presenter&agrave; la sua nuova birra, la </span>&nbsp;<b><i>Special Ma M&egrave;re</i></b>, imbottigliata presso la <b>Strubbe Brouwerij</b>. Il &ldquo;succo&rdquo; della birra dovrebbe stare nel nome, incentrato su di un gioco di parole: <b><i>Amer</i></b> deriva dal francese &ldquo;amaro&rdquo;, e la birra, dice <i>Luc</i>, sar&agrave; una bionda &ldquo;amara&rdquo;.</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-SVEA-IPA.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-8112" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-SVEA-IPA-300x167.jpg" style="width: 210px; height: 118px;" title="Struise SVEA IPA" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><br />
	</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><b><u><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">Struise: tre nuove birre.</span></u></b><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;"> Anche questi si danno un sacco da fare, e sfornano (anche in collaborazione) nuove birre a ripetizione. La prima &egrave; la <b><i>SVEA Ipa</i></b>, brassata con l&rsquo;impiego di quattro cereali (orzo, avena, frumento e segale), luppoli e un non ben precisato &ldquo;<i>struise twist</i>&rdquo; (il loro ingrediente segreto &hellip;).&nbsp;<b>67 </b>IBU per questa birra, il cui nome ne indica anche la &rdquo;destinazione&rdquo; commerciale primigenia: &nbsp;<b><i>SVEA,</i></b> infatti, &egrave; la personificazione femminile della <i>Svezia</i> (mercato molto &ldquo;praticato&rdquo; dagli <b>Struise</b>), un vero e proprio emblema patriottico, una </span></span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-Kabert-Struise-Portsmouth-420.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-8113" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-Kabert-Struise-Portsmouth-420-300x167.png" style="width: 193px; height: 110px;" title="Struise Kabert-Struise-Portsmouth-420" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><span style="background: none repeat scroll 0% 0% white;">potente &ldquo;guerriera&rdquo; che ricorda il mito delle valchirie. &nbsp;In collaborazione con <i>Tod Mott</i> (brewmaster della <a href="http://www.portsmouthbrewery.com/"><b>Porthsmouth Brewery</b></a>)<i> Urbain</i> ha brassato la <b><i>Kabert,</i></b> una <i><u>russian imperial stout</u></i>, maturata in botti di porto, ottenuta con un blend fra l&rsquo;americana <b><i>Kate the Great</i></b> e la fiamminga <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/01/12/black-albert-batch-0-per-le-gelatine-di-birra-jahva-per-il-birramisu/"><b><i>Black Albert</i></b>,</a> una nera dall&rsquo; ABV di <b>11,5%.</b> Con <i>Brian Strumke</i> della <a href="http://stillwaterales.blogspot.com/"><b>Stillwater Artisanal</b></a> (gi&agrave; in &ldquo;combutta&rdquo; con il <i>dottor Canarus</i>, <a href="http://www.inbirrerya.com/2011/02/07/rumors-new-beers-beer-boat/">di recente</a>) <i>Urbain</i> ha confezionato la <b><i>Outblack,</i></b> una <i><u>black bitter</u></i> (abv <b>10%)</b> che &nbsp;ha loro richiesto</span> <i>29 giorni</i><i> <span title="Fai clic per visualizzare le<br />
traduzioni alternative">per </span></i><i>svilupparla</i><i>,</i><i>12 ore</i><i> <span title="Fai clic per visualizzare le<br />
traduzioni alternative">per brassarla, </span></i><i>44 minuti per provare questo gioiello</i><span title="Fai clic per visualizzare le traduzioni alternative"><span style="font-style: italic;"> </span><i>e</i></span><i> 2,8secondi per ottenere un sorriso sul nostro viso</i>(&hellip;). E dato che era da quelle parti, <i>Brian</i> ha brassato in <i>Belgio</i> anche la sua<b><i> Jaded</i></b>, una ale (abv <b>10%)</b> &nbsp;con un &ldquo;sacco&rdquo; di grano in fiocchi, petali di rosa, gelsomino e violetta freschi.</span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;">&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-outblack.png" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-8114" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2011/02/Struise-outblack-300x167.png" style="width: 218px; height: 125px;" title="Struise outblack" /></a></div>

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		<title>La grande 10 di Rulles, sontuosa.</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 07:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Laschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gregory Verhelst, ormai &#34;di casa&#34; dalle nostre parti (leggasi Villaggio della birra et similia), celebra quest&#39;anno il 10&#176; anniversario dell&#39;apertura della propria brasserie in quel di Rulles, nella pregiata (dal punto di vista birrario) valle della Gaume. Minuscolo villaggio del comune di Habay, nella provincia del Lussemburgo belga, Rulles si trova nelle immediate vicinanze della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"><em>Gregory Verhelst</em>, ormai &quot;di casa&quot; dalle nostre parti (leggasi <em>Villaggio della birra</em> <em>et similia</em>), celebra quest&#39;anno il <strong>10&deg; </strong>anniversario dell&#39;apertura della propria brasserie in quel di <em>Rulles,</em> nella pregiata (dal punto di vista birrario) <a href="http://www.inbirrerya.com/2010/10/14/brasserie-st-helene/">valle della Gaume</a>. <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Rulles">Minuscolo villaggio</a> del comune di <em>Habay</em>, nella provincia del <em>Lussemburgo</em> belga, <em>Rulles</em> si </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/gregory2.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-medium wp-image-6668" height="225" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/gregory2-300x225.jpg" title="gregory2" width="300" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">trova nelle immediate vicinanze della <a href="http://www.parcnaturel.be/">riserva naturale di Anlier</a>. Questa ultima specifica non &egrave; marginale, anzi: le acque del fiume che attraversa il piccolo paesino provengono direttamente da questa riserva naturale e possiedono caratteristiche quasi perfette per brassare. <em>Gregory</em>, infatti, non le filtra n&egrave; le tratta in alcun modo e, poverissime di minerali come sono, rappresentano (assieme ai lieviti d&#39;<em>Orval</em>) il valore aggiunto di tutti i prodotti di questa brasserie, piccola ma ormai conosciuta (ed apprezzata) in tutto il mondo. Come dicevo, Gregory inizia la propria attivit&agrave; produttiva nel <strong>2000</strong>, &quot;nel nome&quot; di tre principi per lui fondamentali: <em><u>Qualit&agrave;, Passione, Tipicit&agrave;</u>.</em> Gi&agrave; tre anni dopo costruisce il primo impianto di stoccaggio, accanto al minuscolo birrificio che ancora si trovava ai bordi della strada principale del paese, all&#39;interno di una vecchia casa riadattata. Nel <strong>2006 </strong>il secondo scalino: un nuovo impianto produttivo</span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/affiche-brassigaume-20101.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignright size-medium wp-image-6675" height="300" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/affiche-brassigaume-20101-168x300.jpg" title="affiche brassigaume 2010" width="168" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> predisposto in a</span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">mbienti diversi da quelli precerdenti e una diversa ridistribuzione logistica delle varie fasi della lavorazione/stoccaggio.<a href="http://www.larulles.be/"> Guardare le gallerie fotografiche</a> riportate nel sito della brasserie che danno conto delle due fasi &quot;storiche&quot; aiuta non</span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;"> poco a fare i debiti raffronti e danno davvero la misura del concetto di &quot;produzione artigianale&quot;. Altrettanto rimarchevole &egrave; l&#39;impegno competente ed instancabile che <em>Gregory</em> profonde nell&#39;organizzazione, nella vicinissima (<strong>2</strong> km.) <em>Marbehan</em>, del <em><strong>Brassigaume</strong></em>, festival belga, ma di impostazione internazionale, dedicato ai microbirrifci artigianali.<strong> 21</strong> birrifici hanno partecipato quest&#39;anno alla<strong> 10&deg;</strong> edizione del festival, che si svolge solitamente nel <strong>3&deg;</strong> fine settimana di ottobre; di questi ben<strong> 4</strong> italiani (<em>Torrechiara, Toccalmatto, Lambrate, Orso Verde</em>), assieme a <strong>12</strong> belgi, <strong>2 </strong>inglesi,<strong> 3 </strong>francesi. <a href="http://picasaweb.google.com/85.bieres/Brassigaume2010?authkey=Gv1sRgCNCIy5f0t5_MsgE&amp;feat=directlink#">Qui un bel reportage fotografico</a> dell&#39;edizione di quest&#39;anno, nel quale si riconoscono molti visi, noti anche solo per il fatto di essere &quot;transitati&quot; pi&ugrave; di una volta al &quot;nostro&quot; <em>Brassigaume</em>, cio&egrave; al <strong><em>Villaggio della Birra</em></strong>. <br />
	</span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">L&#39;aveva portata al <strong>Villaggio</strong> di quest&#39;anno, in anteprima assoluta, <em><strong>La Grande 10</strong></em>, la birra &quot;celebrativa&quot; dell&#39;anniversario del quale parlavo prima. E non mi era ancora capitato di poterla assaggiare. Ascoltare <em>Gregory </em>che ne parla in una sua intervista postata su <a href="http://www.pintaperfetta.com/2010/09/30/intervista-esclusiva-con-gregory-verhelst-brasserie-rulles/">Pinta Perfetta</a> mi ha aiutato a capirne la filosofia produttiva, o </span></span><a class="highslide" href="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/la-rulles-10.jpg" onclick="return vz.expand(this)"><img alt="" class="alignleft size-full wp-image-6670" src="http://www.inbirrerya.com/wp-content/uploads/2010/11/la-rulles-10.jpg" style="width: 311px; height: 239px;" title="la rulles 10" /></a><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: trebuchet ms,helvetica,sans-serif;">meglio, le intenzioni del produttore (che poi sono la stessa cosa). Sinteticamente e pragmaticamente <em>Gregory </em>dice, in questa intervista, che nel fare questa birra ha volutamente privilegiato il concetto di &quot;semplicit&agrave;&quot;: <em>one malt, one water, one yeast, one hop, one brewer</em>. Tutto qui, solo questo, semplicemente questo. E come per tutte le cose semplici, che sono le pi&ugrave; complicate perch&egrave; non ulteriormente semplificabili, anche per questa &quot;semplice&quot; birra &egrave; difficile dire qualcosa di pi&ugrave;, o in pi&ugrave;. Sontuosamente semplice, quasi austera nella sua eleganza, pochi fiocchini e gale, tanti merletti (nella schiuma per&ograve;); di un amarezza decisa e inconfondibile, robusta ma anche rotonda, <strong>10&deg;</strong> alcolici omogeneamente diffusi e durevoli, calda e rassicurante. A volerla paragonare a qualcun altra, ricorda le<em> Dupont</em> pi&ugrave; classicheggianti (<a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2008/04/cervesia.html"><em>Cervesia</em></a>, <a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2009/02/moinette-blonde-2008.html"><em>Moinette Blonde</em></a>) e la <a href="http://inbirrerya.blogspot.com/2008/11/malheur-brut-reserve.html"><em>Mahleur Brut Reserve</em></a>, (assaggiata pochi giorni fa, un anno dopo la sua naturale data di scadenza: uno spettacolo di raffinatezza!) nelle quali, davvero, la classe non &egrave; acqua. Una birra per le occasioni importanti, da sorseggiare con ponderatezza. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 10% vol.; <em>&copy;Alberto Laschi</em></span></span></p>

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